Festival di Sanremo, e noi che c'entriamo?
Scritto da Paola De Simone
Lunedì 22 Febbraio 2010 13:26
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Sanremo 2010 su PopOni Che strano, il Festival di Sanremo è stato vinto da un ragazzotto che con la musica vera ha poco a che fare e la cui canzone è lontana dall’essere memorabile, eppure non sono né schifata né infastidita. Forse l’ho finalmente capito. Me lo sento ripetere da anni, eppure non avevo mai accettato l’evidenza: il Festival di Sanremo è uno show televisivo. Definirlo festival della canzone italiana è un pretesto per non spezzare il legame con la storia, per poter vantare a oggi 60 edizioni e per poter giustificare la presenza di qualche cantante e poche canzoni. Forse non riesco a indignarmi anche perché la reazione rumorosa dell’orchestra dell’Ariston davanti ai risultati del televoto ha come sfogato il senso di disturbo che ho visto condiviso da buona parte dei colleghi in sala stampa. In fondo quegli spartiti in aria, che hanno significato prendere le distanze da un giudizio popolare così inconciliabile con il buongusto musicale, hanno parlato anche per noi ed è come se avessero espresso perfettamente il dissenso che si respirava tra gli addetti ai lavori. Peccato che non tutti abbiamo capito e gradito.

In ogni caso sarà per tutto questo che oggi non mi sento affatto disturbata dal pensiero che ancora una volta abbia vinto un amico di Maria De Filippi, che Pupo e la sua imbarazzante proposta abbiano ottenuto un consenso popolare e che Enrico Ruggeri sia stato sbattuto fuori dalla gara, come un giovane che ha ancora qualcosa da dimostrare. Sono affari televisivi è non musicali. E io non ero a Sanremo come inviata della pagina spettacoli, per cui posso elegantemente glissare l’argomento e vivere quest’esperienza come un dovere professionale, senza mettere in ballo partecipazione e passione. Alla luce di questo se la conduzione è stata lenta, se gli ospiti hanno palesato la povertà in cui riversano le casse della Rai, se i bambini che avrebbero dovuto esibirsi non l’hanno fatto e tutti gli altri sì, se gli ascolti sono stati i più alti degli ultimi dieci anni, a noi cosa importa? Per noi la musica è un flusso ininterrotto che non ha bisogno del Festival per esistere.

Ma il Festival non lo sa e non saremo noi a strappargli questa illusione. E allora che Gianmarco Mazzi continui pure a sentirsi un bravo direttore artistico, nonostante la miseria delle sue competenze, che la Rai continui a investire su uno dei suoi programmi più visti e che la mondovisione propini a tutti il fumo che da anni la Tv porta nelle case di chi ha ancora il coraggio di accenderla. Noi abbiamo altro da fare, dobbiamo ascoltare canzoni e progetti, promuovere quelli che riteniamo migliori e aiutare chi ha talento a vivere dell’arte della musica, senza subire distrazioni. Per cui scusateci se ci siamo allontanati per una settimana, adesso torniamo seri.

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