CAPITOLO 18
A pensarci bene non so ancora se questa faccenda della neve mi faccia più ridere o deprimere. Siamo partiti da Milano, tutti quanti, che sembrava di essere sull'orlo della fine del mondo. Come se i Maya, in effetti, avessero azzeccato tutte le loro profezie, e il manto di neve che stava ricoprendo la città altro non fosse che il presagio dell'imminente apocalisse, come in una delle immortali tavole de L'Eternauta. E già il dire manto di neve, me ne rendo ben conto ora, è una tale esagerazione da far decisamente virare il tutto verso la depressione più nera, perché di neve, in città, ne sarà caduta sì e no una decina di centimetri. Abbastanza per far scattare l'allarme. Aeroporti a rischio. Code interminabili in tangenziale come nelle arterie principali. Strade secondarie vuote, piene di neve e ghiaccio. Insomma, un putiferio. Tutto per pochi centimetri di neve. A fine gennaio, non in pieno agosto. Poi arriviamo qui, miracolosamente, riuscendo a partire con l'aereo, protetti da San Cristoforo, e da un pilota in vena di azzardi. Atterriamo a Heathrow, dopo aver visto, dall'alto, una vera distesa bianca, questa sì uniforme e seria, e una volta messo piede a terra tutto sembra svolgersi in maniera fin troppo semplice, naturale. Qui è sceso quasi mezzo metro di neve, ma nessuno si è fermato. Né gli aeroporti né le auto e neanche i pedoni, tutti si muovono esattamente come se ci fosse un tiepido sole primaverile, o l'arsura agostana. Esternare la nostra meraviglia, per la composta reazione della città a tanta neve, suscita ilarità nei nostri interlocutori, lo capiamo già alla seconda faccia buffa che ci mostrano, per cui optiamo per un dignitoso silenzio. È inverno, nevica, dov'è il problema? Questa la morale.
Nel giro di poco tempo siamo passati dalla nave, alla neve, alla vita vissuta. W l'Inghilterra, come cantava un acerbo Claudio Baglioni.
Londra, quindi.
Siamo qui, io e le ragazze, perché prima di andare a Sanremo era necessario un pellegrinaggio. Sì, su questo, per la prima volta da che abbiamo cominciato quest'avventura delle Bikinirama, siamo stati tutti d'accordo: prima di giocarci la carriera sul palco dell'Ariston era necessario andare lì dove il rock è nato per trovare la giusta ispirazione. E il rock, lo sappiamo tutti, è nato oltremanica. Non prestate attenzione a quanti ritengono che sia successo tutto oltreoceano, è Londra la città giusta. E infatti è a Londra che siamo. Per la precisione siamo a Holborn, in un quartiere che non solo è centrale per Londra, ma che è centrale per il glamour, come ben sanno gli appassionati di psicogeografia. È qui che hanno vissuto, a lungo, quasi tutti i preraffaelliti. È lì che è morta ed è stata sepolta la loro musa, Lizzie Siddal, musa delle tante donne angelicate di Gabriel Dante Rossetti e immortale Ofelia di John Everett Millais. È lì che, molto recentemente, Alan Moore, padre di tanti capolavori come Watchmen, Ronin, la Lega dei perfetti gentiluomini e V for Vendetta, ha abbandonato definitivamente il mondo delle matite per vestire i panni del mago, in un evento che in qualche modo con i preraffaelliti aveva a che fare. Siamo a Holborn, perché è qui che si trova il nostro albergo. Anche se io avevo proposto un gesto molto più dadaista: venire in giornata, fare un salto in una paio di luoghi culto e ritornarcene a dormire a casa. Ognuno a casa propria, intendo. Puro dadaismo. Tipo andare a Parigi per prendersi un caffè in un bistrò, poi tornare a cena in tempo per versi il TG di Mentana. Le ragazze, però, hanno insistito per rimanere almeno una notte. E da lì a decidere di restare tutta la settimana il passo è stato breve. Brevissimo. Per cui siamo a Holborn, a pochi passi dal cimitero dove riposano, finalmente, le spoglie di Lizzie Siddal, che per altro è morta esattamente centocinquant'anni fa, l'11 febbraio. E se dico “finalmente” non è a caso. Lei che per prima ha dato un senso al glamour, con la sua storia d'amore e incomprensione con una delle prime rockstar di tutti i tempi, Gabriel Dante Rossetti, dopo essere stata seppellita dal pittore poeta che l'aveva presa in sposa in una tomba che aveva accolto anche tutte la produzione poetica del figlio dell'esule italiano, è stata riesumata proprio in Red Lion Square, che di Holborn è il cuore e che è la piazza dove si affaccia il nostro albergo. Lì, nella stessa piazza dove un altro cadavere era stato esibito, vittima di una surreale esecuzione postuma, morto di malaria prima che un boia potesse fare il suo dovere. Tempo prima, infatti, Oliver Cromwell, colpevole di aver portato la repubblica nell'isola della monarchia, era stato dileggiato, o meglio, dileggiata era stata la sua salma. La riesumazione di Lizzie, i capelli rossi diventati lunghissimi dentro la bara, come in un film dell'orrore, aveva ragioni altrettanto poco nobili, è il caso di dirlo, di quella di Oliver Cromwell, crudele e destinata a far diventare il regicida una vera e propria leggenda. Gabriel Dante, dedito all'assenzio e a altre droghe dell'epoca, si trovò di colpo in necessità economiche, e la sua idea romantica di seppellire con la sua amata, e ampiamente cornificata, musa, gli sembrò di colpo meno romantica. Così decise, nottetempo, di riaprire la bara e di recuperare le sue poesie, per venderle a qualche editore, beato amore. Red Lion Square, quindi. Qui abbiamo fatto base. Le voci di John Ruskin, Rossetti, Millais e gli altri preraffaelliti sullo sfondo. Non ho più i capelli lunghi come un tempo, altrimenti li avrei tenuti sciolti, per onorare quantomeno Alan Moore. Who watch the watchman? Ma se questa è la base, è tutta Londra il campo di gioco che abbiamo scelto per questa settimana. E il nostro pellegrinaggio non ha potuto che portarci a muoverci come le palline di un flipper per la città che si sta tirando a lucido per il nuovo Giubileo e soprattutto per le imminenti Olimpiadi. Inutile star qui a fare l'elenco dei luoghi visitati, troppi e troppo famosi per meritare anche la sola menzione. Devo dirvi che esiste una foto, dentro la mia macchinetta Sony, che immortala le Bikinirama che attraversano le strisce di Abbey Road? O che guardano il cielo, sprovvisto di maiali, sopra le ciminiere ormai spente della Battersea Power Station? O che comprano tisane rilassanti al numero 430 di King's Road, laddove un tempo si sarebbero potute comprare magliette in lattice e spille da balia direttamente dalle geniali mani di Vivienne Westwood e Malcol McLaren? Un pellegrinaggio è un pellegrinaggio, mi ripeto, e le Bikinirama son qui in cerca del Divino, nella Terra Santa del Rock.
Non che l'essere qui risolverà l'assenza dell'idea giusta per Sanremo, questo lo so perfettamente, e come me lo sanno le ragazze. Ma quantomeno stiamo creando quello spirito di gruppo che necessita a una band. È l'unico punto di partenza possibile, questo, trovare l'amalgama. Far diventare cinque ragazze, diversissime tra di loro, a eccezion fatta per Sarah e Maya, che sono gemelle, una band, una cosa sola. E un viaggio a Londra, c'era da scommetterci, in questo può davvero farci trovare la quadra. L'idea, quella necessaria, arriverà. Non so se nei secondi che divideranno l'uscita delle Bikinirama dai camerini dell'Ariston e l'inizio della loro esibizione o magari durante il viaggio di ritorno, in aereo, ma arriverà.
Ora, lasciate le valigie già pronte per il viaggio di ritorno in patri di domani in albergo, siamo in coda di fronte alla Brixton Academy, che come il nome lascia intendere, è a Brixton, il quartiere giamaicano a sud di Londra reso immortale dal brano dei Clash. La neve, qui, è caduta più copiosa che in centro, si direbbe, stando alle montagne che si trovano ai bordi delle strade, ma siamo comunque qui, senza bisogno di tirare in ballo Natale o le altre cazzate che in questi giorni hanno infestato le bacheche di Facebook dei nostri connazionali. Siamo qui perché stasera c'è un concerto a sorpresa, e visto che domani ripartiamo, ci piaceva l'idea di chiudere in bellezza l'esperienza londinese. A vederle, le Bikinirama, si direbbe che sono già la band che da mesi sto cercando di mettere insieme. Si muovono come una band, ammantate di glamour. Suonano anche come una band, ma questo a vederle non lo si può capire. Intuire sì, magari, ma non so quanti di quelli che ci circondano ci metterebbero le mani sul fuoco. Quelli che ci circondano... stranamente non sono in prevalenza giamaicani, come invece capita di vedere nel quartiere durante il giorno. La Brixton Academy è uno dei luoghi più cool della città, del resto, non sorprende che siano arrivati da ogni angolo di Londra per assistere a questo evento misterioso. Seba è vestita come una zarina. Una zarina di colore, molto glamour. Ha un colbacco in testa, di non so bene che animale. A lei, della PETA e di tutte quelle artiste che si fanno fotografare nude madre non è mai fregato nulla. Ha quindi questo colbacco grigetto in testa, e una pelliccia dello stesso tipo addosso. Una pelliccia che le arriva alle caviglie, dove esibisce un paio di Moon Boot perfattamente combinati con il resto. La sua carnagione scura spicca su tutto, manco la pelliccia fosse un evidenziatore fosforescente. Al suo fiano c'è Frida, vestita esattamente come se stesse andando a un concerto dei Poison, nel 1987. Non sente freddo, lei, evidentemente. Ha un giubbotto di jeans, con sulla schiena una gigantesca toppa che mostra Brett Michaels che fa la linguaccia brandendo l'asta del microfono come fosse un mitra. I capelli, neri, quasi blu, sono liberi, sciolti. Ai piedi indossa un paio di camperos sopravvissuti all'incedere del tempo, dentro i quali sono infilati un paio di pantaloni di pelle nera che invidio non poco. Sembrano esattamente come i miei, comprati per quarantamila lire da Napoleone, un negozio di vestiti usati dalle parti di Via Torino poco dopo essermi trasferito a Milano, quando ancora c'erano le lire. E soprattutto quando ancora, per me, poteva avere un senso comprare un paio di pantaloni di pelle taglia quarantotto. Trisha, che continua a chiedermi se penso che l'evento a sorpresa sia una gig dei Basement Jaxx o di Dizzee Rascal, di casa da queste parti, come se io, in virtù di critico musicale dovessi avere delle premonizioni degne di Nostradamus, è vestita come ci si aspetta da una dj. Anzi, dalla dj di una rock band al femminile come le Bikinirama. Ha il corrispettivo hi-tech di una muta da sub. In lattice verde acido. Una muta da sub hi-tech in lattice verde acido che deve tenere particolarmente caldo, perché Trisha non porta il cappotto, nonostante i cinque, sei gradi sotto zero di Londra. Una muta da sub hi-tech in lattice verde acido che non lascia niente alla fantasia. Ma proprio niente niente. Evidentemente, però, la faccenda del freddo, una volta atterrati nella terra della perfida Albione, è stata archiviata d'ufficio da tutte le Bikinirama. Nessuna, a eccezione di Seba, sembra ricordarsi del freddo patito in patria. Nessuna ha più memoria degli status su Facebook in cui si lamentavano dei pochi centimetri di neve caduti su Milano. Perché anche Sarah e Maya sono vestite come se fossimo in luglio a Miami. Lo so, ho parlato per la prima volta delle due gemelle Haruki come se fossero appunto tali, gemelle. Non l'ho mai fatto prima, perché le ho sempre viste come due entità ben distinte. Non solo per il fatto che si somigliano sì tanto, ma non sono identiche come spesso capita ai gemelli, gemelle eterozigote figlie di due sacche diverse. Ma anche perché hanno caratteri talmente distinti da non sembrare neanche lontane parenti. Solo che stasera sono vestite alla stessa maniera ed è davvero difficile distinguerle. Del resto sono giapponesi, e per noi occidentali spesso i lineamenti orientali si confondono anche quando non dovrebbero. Stasera hanno optato, per la prima e unica volta nel corso di tutto il periodo da che le frequento, per vestirsi alla stessa maniera, in un look che è l'esatta fusione tra i loro due stili. Hanno una minigonna di pelle arancione, figlia del gusto di Maya. Anche loro, come le ragazze inglesi, non indossano le calze, in barba alle temperature sotto zero. Ai piedi portano scarpe col tacco a stiletto, tredici centimetri o poco più. Sarah credo non abbia indossato gonne neanche quando aveva cinque anni. Così come dubito abbia indossato una maglietta negli ultimi dieci anni. Non la indossa neanche stasera, e Maya con lei. Sopra la minigonna di pelle arancione, infatti, ci sono le sole bretelle d'ordinanza, portate a pelle sotto una giacca nera, lasciata generosamente aperta. La pelle, questo posso dirlo perché l'occhio, ogni tanto, spesso, cade proprio sotto la giacca, è increspata dal freddo, e a ben vedere non è la sola parte del corpo delle gemelle Haruki ad aver risentito del clima circostante. Sarah, oggi, ha la cresta tirata su, come non capitava da tempo, e anche Maya, nonostante non si sia rapata i capelli da mohicana come sua sorella, ha lavorato parecchio di lacca e gel. Il colore dei capelli, per l'occasione, è rosso vivo, omaggio sentito a Lizzie Siddal che proprio oggi, centocinquant'anni fa, spirava, colpita a morte dalla tisi, durante le sessioni per impersonare Ofelia, e dal mal d'amore. A vederle sono praticamente identiche. Tanta roba.
Le Bikinirama fanno luce. Non saprei come altro raccontarvelo, come spiegarvelo. Le vedi lì, in fila in mezzo alle migliaia di ragazzi londinesi accorsi per l'evento misterioso che di qui a poco andrà in scena alla Brixton Academy, e capisci che loro sono una cosa diversa. Sono una band, una rock band. Sono le Bikinirama. No, il nome non è evidente, sarebbe davvero troppo, ma per il resto l'aura che le circonda in questo momento è tale che chiunque non può non rendersene conto. Lo si capisce già dal fatto che, nella fila dentro le transenne che portano all'ingresso, intorno a loro c'è un vuoto. Quelli che stanno prima di loro, e quelli che si trovano dietro di loro, sono a una distanza di circa un metro. Come nella vecchia pubblicità sulla prevenzione all'Aids. Un alone le circonda, e chi lo vede non si avvicina. Solo che stavolta non è un pericolo, mortale, ma una patina di glamour, l'essere destinate a diventare rockstar conclamate. Anche i due armadi posti all'ingresso, quelli che decidono chi può entrare e chi no, e che una volta presa questa decisione segnano il destino della serata, lo capiscono. Perché a un certo punto uno di loro abbandona l'ingresso, aprendo la folla come Mosè nel Mar Rosso, e arriva fino a noi, o meglio a loro. Arriva e fa cenno con la testa che loro possono passare, bypassando una trentina di metri di fila. Io mi accodo, con non chalance. Nessuno ha da ridire, e ci mancherebbe pure altro.
Entriamo, e l'armadio ci affida alle cure di una ragazza che deve avere un passato nel burlesque. È vestita come una zoccola dell'ottocento, direi, a occhio. Non che abbia questa gran cultura in proposito, ma ha un corsetto strettissimo, di quelli che fanno tanto Dita Von Teese, e un giro vita paragonabile al diametro di una mia coscia. Ha anche un paio di mutandoni con i pizzi, rosso scuro. E poi nient'altro, a parte un paio di scarpe con un tacco talmente alto da essere accreditato come trampoli. Niente calze, che siamo in Inghilterra. E niente vestiti. Solo il corsetto e i mutandoni. La tipa, nonostante i trampoli, ci porta verso un tavolinetto posto su un piedistallo, a pochi passi dal palco. Con gli omaggi del signor Brown, ci dice. A questo punto è evidente che c'è stato un equivoco, ma nessuno di noi se la sente di farlo presente. C'è da immaginarsi, però, che un gruppo di ragazze, di fuori, non riuscirà a entrare, stasera. Ci accomodiamo, chiedendoci, senza dare troppo nell'occhio, chi diavolo sia questo signor Brown. Neanche il tempo di ambientare gli occhi al buio della sala, che arriva un'altra ragazza, vestita esattamente come la prima, e ci porta una bottiglia di Dom Perignon con flut al seguito. Superfluo dire che è un gentile omaggio del solito signor Brown.
Bridiamo alla sua salute, e al futuro delle Bikinirama. Le luci si abbassano ulteriormente, parte il ghiaccio secco, che nel giro di neanche dieci secondi rendono onore al concetto di fumo di Londra. A questo punto il mistero si svela, e lo fa attraverso le orecchie ancora prima che gli occhi. Un suono funky di batteria, infatti, parte, seguito da una chitarra che abusa del wah-wah. Una scarica di brividi mi corrono lungo la schiena. Non ci sono dubbi, quelli che si stanno nascondendo dietro la coltre di nebbia artificiale offerta dal ghiaccio secco sono gli Stone Roses, da poco riformatisi e in procinto di dar vita a una lunga tournèe internazionale. Questa, scopriamo sulle note immortali di Fools gold, è una sorta di data zero. Un regalo che la band ha voluto fare ai suoi fans londinesi. Io adoro Ian Bronw e gli Stone Roses, al punto che ho fatto di tutto per portare le ragazze a Manchester, invece che qui a Londra. Ho tirato in ballo tutte le tante band che dalla città del nord hanno invaso il mondo, dai Joy Division via via fino agli Oasis, passando per gli Smiths, gli Happy Mondays e tutto quel che si è mosso in città, ma non sono riuscito a convincerle. Evidentemente era destino che Manchester arrivasse fino a noi.
Il concerto, che ve lo dico a fare, è straordinario. Nonostante io ne abbia visti a centinaia, anzi, a migliaia, è uno dei più grandi show cui ho la fortuna di assistere. Magia pura.
Finita la gig, visto che nessuno è venuto a reclamare il nostro tavolo, e visto che di bottiglie di Dom Perignon ne sono arrivate altre tre, ci rechiamo verso i camerini. Sembra la cosa più naturale da fare. E in effetti, le porte che danno sul retro del palco ci si aprono dinnanzi neanche fossimo davvero la più grande rock band del mondo. Nello specifico la più grande rock band femminile che sta per incontrare la più grande rock band maschile, diamo a Cesare quel che è di Cesare. Lascio che aprano la strada le ragazze, non per altro, ma perché ho come l'impressione che Ian, John Squire, Mani e Reni siano più sensibili alla bellezza femminile. L'ennesimo armadio che si trova tra noi e i camerini di Ian Brown si fanno da parte, non appena vedono Sarah e Maya guidare le danze. La porta si apre, e a questo punto supero Trisha, Seba e Frida, intenzionato a farmi avanti per spiegare il perché e il percome ci troviamo qui, di fronte ai rinati Stone Roses. Chi sono io, chi sono le Bikinirama. Insomma, il più e il meno. Il futuro che incontra il passato. Il rock di ieri che benedice il rock di domani. Ci siamo capiti. Sto preparando mentalmente la frase, a effetti, da dire. Quella con cui cominciare, perché parlo bene inglese, ma resto pur sempre italiano. Arrivo alla porta nell'istante in cui la porta si apre, come fossimo nel Dracula di Francis Ford Coppola. La porta si apre e Ian Brown, l'idolo della mia infanzia, si fionda verso di noi. “Sarah, Maya, che piacere vedervi,” dice mentre le mani si portano sopra i culi delle gemelle Haruki. “Vi stavo aspettando.”

Questo è un romanzo. Persone reali e fatti realmente avvenuti sono utilizzati a puro scopo narrativo. Ogni parola ivi contenuta è falsa. Compreso queste.

"Via Tadino 52" è un libro a puntate di Michele Monina, scritto solo per i lettori di PopOn.
Appuntamento alla prossima settimana per un nuovo capitolo.

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