| Per fortuna che c'è Facebook. O per sfortuna. Dipende dai punti di vista. Dipende se uno è di quelli pratici, uno di quelli che di fronte a un pericolo non si lascia prendere dal panico, ma si limita a fare quelle due, tre cose dettate dal buonsenso, beh, allora Facebook è una salvezza. Altrimenti, l'essere informati in presa diretta di tutto quel che succede in ogni angolo del mondo, a partire da quello che occupiamo noi stessi, può rivelarsi un'incredibile fonte di paranoia. Su Facebook, pochi secondi fa, i miei oltre quattromila contatti hanno cominciato a dire che c'era appena stato un terremoto. Un terremoto a Milano, che è poi la città dove vivo da quindici anni. Un terremoto del quinto grado della scala Richter, leggo non appena arrivo sulla pagina del Corriere. Pagina che contribuirà, nelle ore a seguire, a generare un panico insensato, con tutti questi aggiornamenti apocalittici, con le foto delle scuole evacuate, con le immagini delle persone corse in strada, come se l'epicentro del sisma fosse piazza Duomo, e non un paese in provincia di Reggio Emilia, Brescello, quello, e lo dico consapevole di far parte di un gregge, che ha dato i natali a Guareschi e dove si svolgevano i suoi libri dedicati a Don Camillo e Peppone. Perché, sì, è evidente, il mondo dei media è assolutamente Milano-centrico, se è vero come è vero che tutti gli articoli si soffermeranno sulle reazioni avute nel capoluogo lombardo a un terremoto avvenuto in un'altra regione, ignorando del tutto o quasi i luoghi colpiti più da vicino dal sisma. Noi, la terra tremare, non l'abbiamo sentita. Stavamo ascoltando una delle tante tracce incise nelle jam sessions di ieri, e la terra tremava già di suo, grazie alle linee di basso di Seba, grazie alle basi di Trisha e alle schitarrate ormai intrattenute di Frida. Per cui quando il terremoto è arrivato davvero ci siamo limitati a farlo scorrere sotto i nostri inconsapevoli piedi, incoscienti di quello che stava succedendo anche fuori dal nostro studio di registrazione. Poi però abbiamo preso coscienza di quel che era realmente andato in onda sul canale Italia, e come tutti siamo usciti all'aperto, così come ci trovavamo. Io vengo da una città che il terremoto, quello vero, l'ha vissuto. Per altro, cosa piuttosto curiosa, proprio quarant'anni fa, oggi. Il 25 gennaio del 1972 la terra sotto Ancona, la mia città, ha ballato come a un concerto dei Village People, distruggendo la città, fortunatamente non facendo vittime. Oggi, quarant'anni dopo, è Milano che ha ballato, anche se rispetto al sisma del 1972, più che di ballo vero e proprio si è trattato di un ondeggiamento della testa, come quando stiamo guidando e l'autoradio passa una canzone che ci piace. Ora siamo fuori dello studio, che comunque è a piano terra, e quindi non ha ballato poi così tanto. Con noi ci sono anche gli impiegati della vicina anagrafe di Cologno, tutti in giacca, senza cappotti, perché la paura ci può anche aiutare a metterci in salvo dal crollo di un edificio, ma nel farlo ci consegna anima e corpo all'influenza e alle bronchiti, questo è un fatto. Il tempo di riordinare le idee e parte la conta. Seba c'è. Trisha c'è. Maya c'è. Sarah c'è. Orlando c'è. Io ci sono. Frida no. Frida è rimasta dentro. Ora che la gente ha smesso un po' di vociare, passata la grossa paura, si sentono i feedback della sua chitarra che escono dalla sala, come le grida di Pluto, il guardiano dell'inferno. È arrivato il momento di rientrare, che per oggi non moriremo. E anche per domani, c'è da stare tranquilli. Frida è sbocciata nelle ultime settimane, e come spesso capita in certi film americani, quelli in cui la vicina di casa secchione e anche piuttosto bruttina, con l'apparecchio per i denti, gli occhiali con la montatura spessa e i capelli pettinati in maniera goffa, la vicina di casa che veste sempre con maglioni molto grandi, di due taglie in eccesso, quasi ingobbita sotto il peso della cartella, poi, un giorno, abbandona tutto l'ambaradan e si mostra per quel che è, una pin-up fatta e finita di una bellezza al limite dell'imbarazzo, capace di far appassire chiunque non sia degno di finire nel paginone centrale di Playboy nell'arco di dieci chilometri attorno a sé. Solo che lei non è sbocciata a livello fisico, che quel che era il giorno in cui l'ho assoldata è rimasta, ma è sbocciata come musicista, finalmente capace di venire fuori con la sua personalità, con la sua chitarra metal sempre più al centro della scena. Del resto, il New Musical Express l'ha detto in maniera perentoria, come sempre, senza lasciare spazio a dubbi o possibilità di errore, il 2012 è l'anno del rock duro, del metal, dei chitarroni distorti. Siamo di nuovo tutti dentro la sala quando Frida alza la testa. Non si è accorta di niente. Né del terremoto, né della nostra fuga, né del nostro rientro. Ha semplicemente proseguito con il suo assolo distorto per circa mezz'ora. Rain Man, in confronto, era un soggetto socievole, ben ambientato nel suo contesto sociale. “Ho avuto l'idea per fare il botto,” ci dice, alzando la testa dallo strumento, gli occhi rossi per l'eccessivo uso di mascara da pochi soldi. “E quando ti sarebbe venuta, mentre torturavi la tua Fender?” chiede Seba, acida e anche un po' indispettita dal suo vivere in un altro mondo. “Sì, ma in realtà ci stavo pensando già da un po' di giorni. Solo che adesso so che è l'idea giusta.” “Che sarebbe?” faccio io. “Adesso te lo spiego, Colonnello Parker...” Questa del Colonnello Parker merita una spiegazione. Da un po' di giorni è così che mi chiamano, le ragazze, e lo fanno chiaramente per prendermi per il culo. È noto, il Colonnello Parker è stato a lungo il padre-padrone di Elvis Presley, e nel chiamarmi così le mie fanciulle intendono sottolineare non senza ironizzare come sia io a tirare le fila del progetto Bikinirama. Io, a dire il vero, mi vedo più come un Tony Wilson, il capo della Factory di mancuniana memoria. Quello che è stato dietro i successi dei Joy Division, prima, dei New Order, poi e anche di tutte le band che hanno fatto di Manchester l'acida MadChester, Stone Roses e Happy Mondays in testa. Al limite, ma qui so di camminare su un campo minato, non mi spiacerebbe essere accostato a Malcolm McLaren, che di cose ne ha fatte talmente tante da rendere impossibile riassumerle tutte in poche parole, ma che, tanto per fare un nome, sta dietro al punk e ai Sex Pistols. Invece sono il Colonnello Parker delle Bikinirama, io che non ho neanche fatto il soldato. “Avete visto tutti The great rock'n roll swindle, no?” chiede Frida, senza lasciare spazio a risposte negative. Ecco di nuovo Malcolm McLaren, quindi. Ed ecco spiegato perché non è con il suo nome che lei e le altre Bikinirama hanno deciso di prendersi gioco di me. “C'è la scena in cui Sid canta My way al cospetto della Regina Elisabetta e di tutte le autorità, a teatro.” Abbiamo tutti presente, in effetti. E non potrebbe essere altrimenti. Non solo perché il film di Julian Temple sui Sex Pistols e sul punk è un classico con il quale nessuno che pratichi il mio stesso mestiere, qualsiasi esso sia, non può che fare i conti. Ma anche perché, in virtù di questo suo essere un classico, tutte le ragazze della band se lo sono dovuto sorbire un paio di volte durante il week-end di full immersion nella rockstarritudine cui le ho sottoposte, un mesetto fa. Un week-end durante il quale si sono viste This is Spinal Tap, Anvyl the story, The last waltz, Almost famous, Yellow submarine, Purple rain, The Wall, Velvet goldmine, Rattle and hum, Tommy, The Blues brothers, The Taqwacores per finire con Banana Republic, tanto per non far dimenticare loro che siamo in Italia. Quindi tutti noi abbiamo ben in mente anche la scena di cui ci sta parlando Frida, forse una delle più significative di quel film. “Abbiamo presente,” faccio, cercando di arrivare al punto. “Bene, noi dobbiamo fare qualcosa di simile. Ricreare quella scena lì, all'Ariston.” La scena, lo dico per i pochi che non l'avessero presente, ben cosciente che l'unica sarebbe, anche stavolta, di suggerirvi di lasciar perdere la lettura per correre a vedervi coi vostri occhi il film in questione, ci mostra un Sid Vicious elegantemente vestito, per quanto possa essere elegante l'icona massima del punk che storpia questo classico del repertorio di Frank Sinatra, meglio noto come The Voice, al cospetto della Regina e di tante altre autorità, in un teatro. Durante la canzone, Sid non si limita solo a storpiare la melodia, cantando con una voce roca, quasi cavernosa, e ironica, la base che parte classica e poi si fa rockeggiante, ma verso il finale va oltre, facendo della metafora del punk qualcosa di più facilmente intelleggibile, adatto anche alle anime meno sensibili. Sid, infatti, estrae una colt dalla fondina che tiene nascosta sotto la giacca bianca, indossata sul torso nudo, e spara alla Regina e agli altri presenti, facendo una strage, non solo musicale. Ora Frida ci dice di fare la stessa cosa. Escludendo a priori che ci stia suggerendo di fare una cover di My way, suppongo che voglia dirci di andare sul palco di Sanremo armati di pistola e di far fuoco sull'imbalsamato pubblico del Festival di Sanremo. Metafora altrettanto stringente. “Una di voi dovrebbe sparare sulle prime file? È questo che stai dicendo?” faccio, ridacchiando. “Esattamente,” risponde la nostra chitarrista, glaciale. “E come pensi di portare una pistola dentro il teatro, scusa?” le chiede Sarah, altrettanto glaciale. “Di modi ce ne sono parecchi, ho fatto un giro sui forum, in rete. Ho stampato le ipotesi migliori, nel caso volessimo studiarcele.” “Si potrebbe anche optare per una di quelle pistole di plastica, di quelle che passano inosservate al metal detector,” aggiunge Seba. E a questo punto penso, legittimamente, di essere al centro di una puntata di Scherzi a parte. “Perchè all'Ariston ci sono i metal detector?” chiede Maya, una volta tanto dentro un discorso della band. Mi sembra davvero un discorso assurdo, quelloc he sto ascoltando con le mie orecchie, l'occhio che ogni tanto torna su Facebook, tanto per non perdermi eventuali nuove scosse di terremoto, non si sa mai. Le mie regazze, le Bikinirama stanno parlando, sembra seriamente, di voler salire sul palco dell'Ariston, durante la serata del venerdì del Festival della Canzone Italiana in cui sono state invitate direttamente da Morandi e Mazzi come ospiti speciali e vogliono sparare sulla folla. Questo è quanto. Assurdo. “No, non credo ci siano i metal detector, ma sicuramente non sarà così semplice introdurre una pistola sul palco. Immagino ci saranno dei controlli.” “Io non penso che ci saranno tutti questi controlli, che tanto sanno perfettamente chi siamo e questo, in teoria, già dovrebbe fare da deterrente. Piuttosto, ti chiedo e mi chiedo: chi di noi dovrebbe vestire i panni di Sid Vicious?” Stavolta è stata Trisha a parlare, la nostra dj. Domanda lecita la sua, a voler per un attimo essere asettico e guardando alla sitauzione con lo sguardo più distaccato possibile. Sid era uno dei due indiscussi uomini chiave dei Pistols, l'unico dopo l'abbandono forzato di Johnny Rotten. Ma non era il cantante della band, bensì il bassista, ruolo di per sé marginale. Secondo solo al batterista, in quanto a marginalità. “Be', Sid era lì come cantante, dovrebbe farlo Maya,” azzarda Orlando, che fino a questo momento è stato in silenzio, in disparte, come sempre. Lo fulmino con lo sguardo, come se anche solo l'aver aperto bocca avesse in qualche modo portato il suo voto a favore di questa emerita cazzata. “No, scusa,” interviene Seba, “Sid era il bassista. Tocca a me.” Ce la vedo proprio Seba, i calzoni di pelle nera, gli anfibi ai piedi, estrarre una grossa colt, tipo quelle brandite da Clint Eastwood prima della sua svolta politica, ai tempi in cui impersonava il commissario Callaghan e far fuoco sul pubblico del Festival. E soprattutto me la vedo, lei sempre così timida, riservata, quasi ombrosa, starsene sul palco con indosso solo una giacca bianca, sul petto nudo. Mentre penso a questo, anche con un certo piacere fisico e mentale, perché una come Seba, nonostante ci si veda tutti i giorni e per tutto il giorno da qualche mese a questa parte, non posso far altro che immaginarmela, mistero meglio custodito delle Bikinirama, una visione del futuro mi appare davanti agli occhi in tutta la sua agghiacciante chiarezza. Una visione talmente vivida da apparirmi presente, tangibile, più reale del reale. Lo sguardo, automaticamente, corre verso Sarah, la pianista giapponese delle Bikinirama. È lei, nella band, quella che veste sempre come Sid, la giacca portata sul petto nudo. È lei, mi ci giocherei quello che ho di più caro, la sola che non si farebbe problemi a far fuoco sul pubblico, specie a quello del Festival di Sanremo. “Sid non era solo il bassista dei Sex Pistols,” dice, mentre i nostri sguardi si incrociano. “Era molto più del bassista.” Nessuna sembra avere altro da aggiungere, in proposito. Mi porto le mani ai capelli. Lei si limita a guardarmi e sorride. Questo è un romanzo. Persone reali e fatti realmente avvenuti sono utilizzati a puro scopo narrativo. Ogni parola ivi contenuta è falsa. Compreso queste. "Via Tadino 52" è un libro a puntate di Michele Monina, scritto solo per i lettori di PopOn. Appuntamento alla prossima settimana per un nuovo capitolo. Vai all'indice Condividi |
