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Umberto Tozzi

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Eugenio Finardi, l'anti-cantautore Stampa E-mail
Scritto da Paola De Simone   
Lunedì 08 Settembre 2008 08:00
Eugenio Finardi su PopOn Il suo ultimo disco di inediti era uscito nel 2005 con il titolo Anima blues. Ora Eugenio Finardi è tornato con un album di musica classica contemporanea, realizzato insieme all’ensemble Sentieri Selvaggi, per la direzione di Carlo Boccadoro. Si intitola Il cantante al microfono ed è un omaggio a Vladimir Vysotsky, poeta russo insubordinato e ribelle. Così, per parlare di questo nuovo lavoro, abbiamo contattato il cantante di Musica ribelle, e ci siamo scoperti a chiacchierare con lui di politica, di cantautorato e di cultura.

Come si arriva dal blues alla musica classica contemporanea?
In realtà non sono generi estremamente lontani. Sono, sì, due linguaggi molto diversi semanticamente, però seguono entrambi delle regole ben precise. Da una parte poi si va a improvvisare, dall’altra si va più tranquilli.

In Italia pochi fondono il cantautorato alla musica classica contemporanea, potrebbe essere l’inizio di una nuova epoca musicale?
I cantautori italiani stanno lontani da questo tipo di cose, perché richiedono una grande tecnica, mentre per fare il cantautore in Italia non serve avere una buona tecnica vocale o musicale. Un lavoro come questo ne richiede tantissima, per cui suppongo ci sia una scrematura proprio tecnica, oltre che di tipo culturale, visto che si utilizza un tipo di suono che pochi conoscono.

A proposito di tecnica, da questo disco esce vincente la tua capacità interpretativa. Sente davvero così tanto quello che canta o sta studiando recitazione?
No, lo sento tantissimo. Non so perché, ma a volte mi sento posseduto da Vysotsky. Quando canto la canzone La caccia ai lupi, per esempio, vivo momenti estremamente intensi.

Eugenio Finardi su PopOn Non conosciamo le canzoni di Vladimir Vysotsky, per cui non possiamo capire se l’esecuzione è stata fedele all’originale. Ce lo dice lei?
Musicalmente è molto diversa, l’originale era una chitarra battuta in battere, con un tempo molto elementare e la voce di Vysotsky era molto strana, rauca e recitante. Quello che noi abbiamo fatto, invece, è dargli una terza dimensione, una profondità musicale che l’originale non aveva.

Le canzoni sono state tradotte in italiano da Sergio Secondiano Sacchi, si tratta di una traduzione fedele o ripensata?
Fedelissima, fedele persino nella metrica. Quando in russo c’era una particolare scansione che Vysotsky enfatizzava, Sergio è riuscito a trovare l’equivalente in italiano, sia per il contenuto che per il suono.

Sul libretto che accompagna il disco è scritto che di lui non veniva stampato nulla per censura. Come sono state registrate allora le sue canzoni?
Le registrava lui in cantina, con la chitarra, oppure venivano registrate dal vivo. Lui non andava in sala di incisione, c’è andato soltanto quando finalmente è venuto in Occidente, che tra l’altro non gli è piaciuto. Ci sono delle registrazioni con alcuni musicisti, session man da sala di incisione, ma la maggior parte delle sue esecuzioni sono chitarra e voce, fatte molto primitivamente.

Le canzoni di Vysotsky sono circa cinquecento, quali sono state le esigenze cui avete risposto nel fare la selezione dei brani?
Abbiamo cercato di mettere i suoi pezzi più famosi e poi di rivestirli con un abito sonoro musicale adatto. Variazioni sui temi tzigani, per esempio, è una milonga, Ginnastica è quasi un pezzo klezmer. Insomma a ognuno è stato dato anche un linguaggio che magari nell’origine non c’era.

Eugenio Finardi e Sentieri Selvaggi su PopOn Questo progetto è nato live, cosa vi ha convinto a farne un disco?
Sono stato io che, avendo studiato così tanto e faticosamente per questo progetto, volevo documentarlo in qualche modo.

Ha studiato anche la vita di Vysotsky?
Sì, anche. L’ho fatto per capire il tipo di personaggio.

Si è ritrovato in lui?
Tantissimo. Lui era un campione. Di un secolo che ha celebrato i poeti maledetti, lui era quello che lo è stato fino in fondo, quindi più degli altri. Un personaggio davvero straordinario.

Sul libretto leggiamo che Vysotsky è stato la voce di tutti coloro che si oppongono e dissentono dal conformismo di regime. Con questo album voleva forse lanciare un messaggio di questa natura?
Sì, ma in realtà in questo disco io sono un ospite, perché il progetto è di Sentieri Selvaggi. Sicuramente, però, è così anche per loro, visto che l’idea del concerto è nata nel contesto di un loro progetto sul dissenso. Mi sembra che il legame sia abbastanza evidente.

La censura cui era sottoposto Vysotsky ci racconta anche qualcosa del suo paese. Russia della quale si fa un gran parlare in questo periodo, qual è il suo parere in merito?
Penso che si stia consumando la storia dell’indebolimento del mio altro paese, che è l’America. Il Presidente Bush, incapace, poco intelligente, credente e fanatico, ha iniziato, su delle basi false, una guerra, indebolendo così tanto l’America da permettere alla Russia, ed eventualmente anche alla Cina e al Pakistan, di espandersi.

Un tempo la politica sembrava dare molti spunti al mondo cantautorale italiano, poi cos’è successo?
E’ successo che non si può più fare. Se vuoi passare in televisione, se vuoi che il tuo disco sia trasmesso dalle radio, se vuoi avere il servizio al telegiornale e così via, è meglio che di politica non ne fai. Per questi motivi credo che in molti miei colleghi ci sia una specie di autocensura e per questo negli ultimi dieci anni c’è stato un gran cantare di nulla.

Eugenio Finardi su PopOn Quindi una volta si era più liberi?
Sì, molto di più. Gli spazi di libertà si stanno stringendo ogni giorno, basta prendere un aereo per rendersene conto, ma non solo: ci sono persino posti di blocco con esercito. I pochi spazi di libertà che sono rimasti si stanno contraendo per la densità delle persone. Poi ci sono degli spazi di pseudolibertà o finta libertà, anarchici, che invece vengono lasciati crescere e sfogare.

Per cui, oggi, un cantautore che racconta attraverso la musica la politica è più coraggioso o più stupido?
In realtà il suo è un coraggio stupido, perché non ha veicoli.

In questi giorni si sta votando per le targhe Tenco e lei è in lizza. Quanto tiene ai riconoscimenti?
Ci potrei anche tenere, ma ci ho messo sopra una pietra, non credo che ne avrò molti.

Dice?
Se non mi hanno dato un premio fino a ora… Non credo di essere molto amato da quella cricca.

Perché pensa questo?
Il primo libro che parlava di me iniziava con la frase: “Io non faccio il mestiere di Guccini e Gino Paoli, faccio il mestiere di Rod Stewart”. Questo è il mio manifesto, come dire: io non faccio accademia, faccio l’impressionista. Quindi se qualcuno ama la musica d’autore, non credo possa amare me. Io per esempio non la amo per niente, cioè io sono nato come un anti-cantautore, un cantante rock che diceva pane al pane e vino al vino, senza tante fregnacce. Il cantautorato per me è un sottogenere e chi può sopportare certi cantautori non può apprezzare me. Io privilegio il discorso musicale ed è troppo evidente la mancanza di musica in tanta canzone d’autore, per cui chi ha la passione dei cantautori di solito non capisce un cazzo di musica.

Intanto lei è in corsa per la Targa Tenco… Potrebbe esserci una bella sorpresa.
Mah!

Non ci crede?
No. Vincerà come sempre la Mannoia.

Ma la Mannoia non è in lizza.
Allora forse ho una possibilità (sorride, ndr).

A lei non interessano proprio i testi delle canzoni?
Non sufficientemente da giustificare l’ascolto di una terribile esecuzione musicale.

Eugenio Finardi e Carlo Boccadoro su PopOn Eppure apprezza Vysotsky?
Vysotsky è un grande poeta, ma infatti l’originale musicale era mediocre. Lui scriveva, per sua stessa ammissione, sempre quattro canzoni, cioè lui aveva un tema musicale di quattro giri armonici che ripeteva all’infinito e che usava come pagina per i suoi testi.

Ma le parole avranno pure un valore?
Certo, ma questo amore per le parole di per sé molto tartufesco, molto italiano, molto bizantino, molto appartenente al mondo arabo come mentalità, è lontano da me. Io sono metà americano, in inglese certe cose non si possono neanche dire. Ogni tanto lavoro alle traduzioni e mi chiedono di tradurre fedelmente dall’italiano, ma in inglese non si dice allo stesso modo, non si può essere così vaghi, con tutte queste parafrasi, queste metafore, queste allegorie. Questo modo di usare le parole io lo trovo inutile e, in generale, anche dannoso all’avanzamento culturale di questo paese. Il fatto che un libro come Gomorra abbia messo nei guai un gruppo criminale, che era talmente potente da essere veramente fuori controllo, vuol dire che può esserci molta forza in quello che si dice. Usare, invece, questa arte in maniera così bellina, io la trovo una cosa abbastanza delinquenziale. Vysotsky è la dimostrazioni che si può continuare a fare cose pungenti, ma bisogna avere un minimo di cultura, e quello che mi spaventa è proprio questa decultura.

A cosa sta pensando?
La Vezzali vince le Olimpiadi per la quarta volta, scende giù e cita un’intera frase di Eros Ramazzotti, quell’altro vince la medaglia d’argento e dice che aprirà un negozio d’estetista. Una volta citavano Dante, anche Bartali citava Quasimodo. Quando si arriva a questi livelli credo la colpa sia di chi ha lasciato spazio a tutta questa devastazione culturale. Siamo un popolo ignorante, senza quadri alle pareti. E quando si perde il senso critico a questo livello, non si riesce più a capire cos’è il bello e il brutto.

Bello è sicuramente lo spettacolo che ha ispirato questo disco, continuerà anche in inverno?
Sì, credo che questo progetto proseguirà per anni.

Fado, blues, musica classica contemporanea, cosa dobbiamo aspettarci in futuro da Eugenio Finardi?
Intanto ho scritto un’opera teatrale e la mia prossima uscita sarà proprio un dvd di questa opera che si chiama Suono e che porterò nei teatri quest’inverno. E poi, a seconda di dove va la corrente e dove mi porta l’ispirazione, potrebbe esserci un disco in italiano o un altro disco di Anima Blues.


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