“L'abito non fa il monaco” potrebbe essere il motto per definire Arisa, la rivelazione del Festival di Sanremo appena conclusosi. Sì, perché al di là del suo aspetto un po' naïf la cantante lucana è tutt'altro che ingenua, come alcuni hanno voluto dipingerla. Dietro il suo involucro si nasconde una ragazza molto sicura di sé e soprattutto pronta a spiccare il volo nel panorama della musica italiana. Noi di PopOn l'abbiamo incontrata e abbiamo cercato di carpire la sua essenza e in particolar modo quella carica nascosta che l'ha portata a trionfare sul
palco dell'Ariston, a vincere due premi della critica e a finire in vetta alla classifica dei singoli più scaricati su iTunes. Arisa, qual è stato il tuo primo pensiero dopo la vittoria? Ho voluto conoscere l'esito della votazione sul palco, proprio come gli spettatori, perché volevo rendere al pubblico e alle persone che hanno creduto in me estrema lealtà. Non sempre quello che piace fuori si riflette in quello che accade realmente. C'erano grandi artisti che gareggiavano con me: Karima e Malika Ayane, per esempio, hanno una carriera di tutto rispetto e un loro seguito, quindi potevo anche non vincere. Quando Bonolis ha pronunciato il mio nome, ho pensato che fosse arrivato il mio momento, ma del resto questo era già successo con SanremoLab, dove ho passato le selezioni che mi hanno portata al Festival. Il 20 febbraio è uscito il mio disco e il mio percorso ha preso il volo. Quali sensazioni hai provato nel duettare con un grande artista come Lelio Luttazzi? Il duetto con Luttazzi è stata la ciliegina sulla torta perché amo molto il varietà. Poi, il Maestro è una persona estremamente umile e competente, probabilmente troppo severo con se stesso e soprattutto modesto. Quella esibizione mi ha dato tantissimo. Accanto a lui mi sono sentita sicura e onorata, anche perché lui in passato ha duettato più volte con una grande cantante come Mina, quindi ripercorrere quel mondo che ho potuto vedere solo nei vecchi filmati è stato bellissimo. Lo ringrazio, perché oltre ad avermi aiutato sotto questo punto di vista, mi ha fatto sentire come se fossi stata sul palco con mio nonno. Mi ha dato molto affetto e molte carezze. Ringrazio anche la moglie Rossana: sono delle persone fantastiche. Quanto è servito il tuo look nelle esibizioni sul palco dell'Ariston? Ho sempre prediletto uno stile abbastanza originale e buffo: pantaloni larghi, occhialoni, capelli alla collegiale. Io preferisco che venga fuori il mio lato ironico perché, sincerità per sincerità, non ho un buon rapporto con il mio aspetto esteriore. Mi reputo più simpatica che carina e voglio che venga fuori questo, perché così mi sento a mio agio. Quando la gente mi dice: “Ah, come sei bella!”, io non ci credo (ride, ndr) e da queste affermazioni incominciano a incrinarsi i rapporti. Hanno scritto che somiglio a Calimero: non potevano farmi complimento migliore. Se devo scegliere tra Naomi Campbell e Calimero, preferisco Calimero, per intenderci. Come ti rapporti a Sincerità, la canzone che ti sta portando tanta fortuna? È una canzone che mi identifica molto. Parla di una relazione che decolla grazie appunto alla sincerità. In un rapporto d'amore, a volte, c'è una situazione iniziale di freddezza, si hanno timori nel farsi scoprire e nel farsi conoscere. Poi, quando si comincia a essere un po' più sinceri, si battono quelli che sono i propri limiti e si finisce per condividerli, e quindi ci si ama. Giuseppe Anastasi, l'autore del testo, l'ha scritta per me sulla base del nostro rapporto. Credo di averlo ispirato e sono contenta di questo. Lui è il mio fidanzato (ride, ndr) per chi ancora non lo sapesse. Insomma, la canzone narra la nostra storia. A proposito di questo, mi viene in mente un aneddoto curioso: quando mio padre ha ascoltato in anteprima il brano era contento, essendo a conoscenza della nostra storia, ma arrivati alla strofa che recita “fare e rifare l'amore, per ore per ore per ore” non ha voluto più continuare l'ascolto (sorride, ndr). Il 20 febbraio è uscito il tuo album d'esordio, che prende il titolo dal brano sanremese. Come lo definiresti? Il disco contiene dieci tracce, accomunate da un fondo ironico e da un forte senso di positività. Anche nelle situazioni apparentemente tristi si può trovare la forza di rialzarsi e di ricominciare: è questo il messaggio che vogliamo trasmettere. È un album solare, che infonde gioia e speranza, sono “quaranta minuti di varietà”. Hai fornito un contributo nella scrittura delle canzoni del disco? No, spero di non aver mai bisogno di scrivere perché altrimenti... Ho scritto qualcosa ma non è il caso di proporla a nessuno. Io ci ho messo solo la faccia, anche se il mio fidanzato dice che ho delle grandissime idee e potrei applicarmi un po' di più nella scrittura. Come hai iniziato ad appassionarti alla musica? Il mio percorso musicale è stato da autodidatta. Ho iniziato all'età di dodici anni ad ascoltare delle cantanti con una vocalità molto complessa come Mariah Carey, Witney Houston e Céline Dion. Poi, avendo acquisito alcuni automatismi, ho cercato di orientarmi, spostandomi di più verso l'interpretazione. In questo caso, uno dei miei riferimenti è stata Fiona Apple, che secondo me è una grandissima cantautrice e ha anche un modo molto particolare di fare musica. Una grande occasione per farti conoscere è stata la vittoria di una borsa di studio al CET di Mogol. Com'è andata esattamente? Per questo devo ringraziare la regione Basilicata, che con il progetto “Basilicata Rock, Basilicata Pop” ha istituito delle borse di studio per l'Accademia di Mogol. Io ho seguito il corso interpreti sotto la direzione della professoressa Giada Amadei e mi è servito molto, perché grazie a lei ho eliminato alcuni virtuosismi della voce, che oggi sono un po' retorici nel canto. Ciò ha permesso di dare importanza alla mia unicità, che riguarda il timbro e l'interpretazione. Quanto è durato il corso? L'accademia di Mogol dura circa quindici giorni e si ripartisce in tre mesi. Detta così sembrerebbe una cosa riduttiva, da alcuni additata come una “truffa”, invece non è così, perché nell'ambito musicale è l'esperienza che mi è servita di più. Poi sei approdata a SanremoLab. Come avviene questo passaggio? È più facile per chi proviene dal CET? Assolutamente no. Tutte le grandi scuole e i grandi nomi sono spesso contornati da un pregiudizio positivo o negativo. Nel caso del CET, purtroppo, è negativo e io vorrei smentire questa cosa, dicendo che mi è servito tanto perché mi ha permesso di accedere a SanremoLab in una maniera più professionale, avendo bene in testa quello che era il mio obiettivo e quello che potevo e dovevo fare per suscitare l'interesse della commissione. SanremoLab è un concorso pubblico, organizzato dal Comune di Sanremo, e dà la possibilità a tutti coloro che non hanno una casa discografica o particolari “agganci” di accedere al Festival. Quindi dal nulla si può arrivare al massimo (ride, ndr). Dopo la vittoria a Sanremo, cosa ti aspetti? Desidero fare della musica il mio lavoro, entrare in tutte le case con i miei motivetti presenti e futuri e soprattutto vorrei che la gente li cantasse. Vai alla pagina di Arisa Vai alle altre Interviste |
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Scritto da Gerardo Larosa
Domenica 01 Marzo 2009 00:00
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“L'abito non fa il monaco” potrebbe essere il motto per definire Arisa, la rivelazione del Festival di Sanremo appena conclusosi. Sì, perché al di là del suo aspetto un po' naïf la cantante lucana è tutt'altro che ingenua, come alcuni hanno voluto dipingerla. Dietro il suo involucro si nasconde una ragazza molto sicura di sé e soprattutto pronta a spiccare il volo nel panorama della musica italiana. Noi di PopOn l'abbiamo incontrata e abbiamo cercato di carpire la sua essenza e in particolar modo quella carica nascosta che l'ha portata a trionfare sul
palco dell'Ariston, a vincere due premi della critica e a finire in vetta alla classifica dei singoli più scaricati su iTunes.