Intervista di Simone ArminioA conversare con Claudio Lolli di certo non ci si annoia. D’altronde il cantautore bolognese, sui palchi da oltre trentacinque anni e nelle aule di liceo (come professore di italiano) da venticinque, è un maestro nel dosare i tempi e il tenore degli argomenti. “L’ho imparato a scuola - ci rivela sorridente - dove per tenere alta a lungo l’attenzione di venti adolescenti su concetti e argomenti complicati, l’unico modo è prenderli ogni tanto un po’ in giro, fare una battuta, dire qualcosa che li faccia ridere e riprendere contatto col proprio corpo: abbassare il livello per poter poi risalire”. Questo suo metodo, il maestro bolognese da anni lo applica anche sul palco. “Troppe volte la comunicazione non considera i corpi, e la risata, ad esempio, è un fenomeno peculiare del corpo. Così molte volte durante i concerti, solo dopo essere riuscito a strappare una risata al pubblico tra un brano e l’altro, sento di poter rialzare i toni. L’incontro tra Lolli e PopOn è avvenuto in un’antica enoteca bolognese a pochi passi da casa sua. Lo abbiamo cercato per parlare di lovesongs, il suo nuovo album, che non parla d’impegno ma solo ed esclusivamente di sentimento. Una scelta un po’ sui generis, ma in effetti l’autore di Aspettando Godot e Ho visto anche degli zingari felici, poco etichettabile lo è sempre stato… Dopo tanti album di rabbia e di protesta, stavolta racconta esclusivamente il sentimento: come nasce l’esigenza di lovesongs? Per tanti motivi. Intanto perché la mia produzione è stata spesso etichettata in modi secondo me un po’ superficiali, frettolosi, e allora ho pensato di rendere giustizia a queste canzoni d’amore, disseminate qua e là, poco conosciute o poco ascoltate, però presenti fin dal mio primo disco. Canzoni che dovrebbero, in qualche modo, completare la mia immagine o forse anche modificarla. Mi piacerebbe che grazie a lovesongs l’ascoltatore avesse un’idea un poco più complessa di me, del mio lavoro. Vorrei spiegare che alle etichette cerco di sfuggire da sempre. E poi è anche una piccola provocazione nei confronti del mio pubblico…
Come racconterebbe questo nuovo disco ai suoi estimatori che non l’hanno ancora sentito? Il progetto era quello di ricostruire un’ispirazione sentimentale lungo un arco di produzione che va dal 1972 al 1997. Perciò siamo andati a spulciare fra oltre duecentocinquanta canzoni e ne abbiamo selezionate sedici, fra cui poi ne abbiamo scelte otto. Ed è emerso un aspetto del tutto inaspettato: ci siamo resi conto che tutti questi brani avevano una loro coerenza compositiva, anche se scritti a grande distanza di tempo. Ce n’è una del ‘72 (Quello che mi resta, dall’album Aspettando Godot, ndr) e una del ‘97 (Dita, da Extranei, ndr), eppure è quasi come se parlando d’amore, suonasse sempre una nota abbastanza simile. Questo ci ha un po’ incuriositi e invogliati. Come avete lavorato agli arrangiamenti? Volevamo fare un disco assolutamente non pop, allora ci abbiamo pensato un po’ e abbiamo optato per un tappeto di loop elettronici e suoni liquidi, aerei, con la mia voce innamorata che racconta delle cose. Avremmo potuto mettere batterie, tastiere, violini e riarrangiare i pezzi in un modo molto tradizionale, e invece è uscita questa cosa un po’ straniante, ipnotica, che ci ha affascinato. Ci siamo divertiti molto. Poi mi sembra una scelta abbastanza originale. Che sia riuscita bene o male è un altro conto. Ma dischi così ce ne sono pochi… purtroppo o per fortuna, non lo so (ride, ndr). Per realizzare lovesongs ha, quindi, attraversato in modo trasversale tutta la sua prima produzione. Un lavoro di ricerca, che magari l’avrà anche aiutato a guardarsi indietro. Come è cambiato musicalmente Claudio Lolli dal 1972 a oggi? Beh, vista l’omogeneità trovata fra i brani, potrei pensare che il Lolli innamorato sia rimasto uguale, anche se, di disco in disco, cambiavano di molto gli arrangiamenti. Ma ho trovato una continuità e un’evoluzione ugualmente interessanti: come un cambiare rimanendo vicino ad alcuni modelli. Può anche essere un difetto, ma mi sono fatto l’idea che piuttosto si sia trattato di un’ispirazione abbastanza profonda, non casuale. Vorrà forse dire che l’amore è una zona privilegiata, interiore, in cui i cambiamenti sono più difficili e forse meno auspicabili: in quegli anni mutava tutto attorno e dentro me, ma l’amore evidentemente no.
E la società che raccontava com’è cambiata in questi anni? Assolutamente in peggio. Nell'introduzione scritta per lovesongs dico che è un disco anti-leghista. Mi piace molto questa piccola provocazione. Ho voluto ritagliare un angolo d’amore in un mondo che oggi comunica unicamente disamore e odio. Ciò forse ha una sua piccola valenza. Nelle mie canzoni parlavo di valori che vent’anni fa avevo dato scioccamente per acquisiti, valori come la solidarietà o la carità umana. Non sono cristiano, ma credo che la carità umana appartenga anche ai laici, e tutto questo si sta assolutamente perdendo. Oggi non ci sono più sogni, i giovani hanno meno utopie, o magari ce le hanno ma sono così nascoste o private che non riusciamo a leggerle. Anche i progetti sono pochi, e a volte sono solo provocazioni. Un’idea di lettura di questo mondo, oggi, io faccio fatica a trovarla, e allora beh: andiamo nell’angulus, e parliamo d’amore. Forse è più provocatorio questo, no? Allora parliamo di valori, magari di amicizia. A partire dalla fine degli anni novanta, una costante importante nella sua carriera c’è, ed è umana. Si tratta di Paolo Capodacqua, il chitarrista che l’accompagna nei concerti da oltre quindici anni, e con lovesongs finalmente anche in studio. Ci racconta com’è nato il vostro sodalizio? Paolo in studio con me c’è già stato, però ha sempre avuto degli arrangiatori che gli concedevano poca libertà. In questo disco finalmente è protagonista, insieme a Nicola (Alesini, ndr), e questo mi fa molto piacere. Altre volte invece Paolo era stato oppresso da tipi di lavorazione diversa, senza potersi esprimere liberamente. Perciò sono contento l’abbia finalmente potuto fare. Riguardo al nostro sodalizio, beh, io suono dal 1972. In tutti questi anni ho incontrato centinaia di musicisti e accompagnatori bravissimi, meno bravi, malvagi o gentilissimi. Paolo ha una particolarità che hanno davvero in pochi: è un musicista che sa ascoltare. Mi spiego: solitamente un musicista pensa solo a quello che deve suonare. Paolo invece è dialettico, dinamico: mentre canti lui non pensa solo a quello che deve suonare, ma ascolta quello che stai cantando, per adattarsi, dilatare, modificare, insomma entra moltissimo nell’interpretazione del pezzo. Suonare con lui è una cosa bellissima e stimolante… ma d’altra parte se non fosse così non suoneremmo insieme da quindici anni!
E l’incontro artistico con Nicola Alesini? Nicola l’abbiamo incontrato per caso e ci è piaciuto da subito, perché anche lui dal vivo ha questo tipo di atteggiamento: non ha una partitura da eseguire a qualunque prezzo, piuttosto la sua esecuzione segue l’emozione del momento. Sul palco puoi avere turnisti bravissimi e affettuosi che eseguono la partitura, ma se hai delle persone indefinite, aeree come diceva Leopardi, e capaci di ascoltarti, di seguirti, è tutto diverso. Anche Nicola è uno che ascolta. In lovesongs siamo veramente un trio: tutti allo stesso livello, tutti primi inter pares, non c’è nessuno che prevarica sull’altro, nessuno che detta e nessuno che esegue. Questo modo di lavorare è molto affascinante e gratificante. Così ci divertiamo e magari, lo speriamo, facciamo anche divertire il pubblico. Un altro sodalizio inedito è quello, seppur breve, con Luca Carboni. L’abbiamo vista in sua compagnia nel video di Ho visto anche degli zingari felici, poi insieme a sorpresa sul palco dell’Europauditorium di Bologna. Le vostre sono sempre sembrate ai più due generazioni agli antipodi: quella dell’impegno e quella delle gite al mare. Eppure adesso Carboni fa un disco di canzoni ribelli e lei un disco di canzoni d’amore: cosa è successo? Beh (ride, ndr), forse a tutti e due mancava qualcosa. Luca è una persona molto sensibile e seria. Penso che abbia voluto recuperare, con un’operazione secondo me molto coraggiosa in questo periodo, qualcosa che mancava nella sua produzione ma che pure apparteneva alla sua giovinezza. Il suo esordio fu una sorta di distacco dalla precedente generazione, che era impegnata, forse troppo. Poi magari, crescendo, ha compreso che mancava qualcosa e ha cercato di colmare questo piccolo spazio vuoto. Anche io con lovesongs ho voluto valorizzare un aspetto che pure avevo nella mia produzione, seppure ben nascosto. La sua generazione è fatta di cantautori speso nati per le strade e nelle assemblee politiche studentesche. Quella di oggi vede una musica che nasce negli studi televisivi, mentre una nuova leva di artisti sopravvive nel sottobosco urbano dei piccoli club, sconosciuta ai più. Secondo lei c’è ancora spazio per i cantautori nella nostra società? Non frequentando i locali, non conosco gli artisti di cui parli, però che ci siano gruppi o cantautori, che ci sia un fermento musicale è solo positivo. Il fatto che questa materia viva non esca fuori dai suoi piccoli spazi, beh, dipende da un mutamento ben più ampio della società. Quando ho cominciato a fare il cantautore, e scusami se faccio il retore (ride, ndr), c’era un’attenzione al collettivo molto diversa. C’era un movimento politico che cercava di collettivizzare e socializzare tutto, che pensava che un gruppo musicale o un cantautore andasse portato in giro, fatto conoscere per le assemblee, nelle altre città, in spazi sempre più grandi. Si trattava di esibizioni culturali più che tecnico-artistiche. Oggi invece la musica emergente è molto più settoriale: c’è un giro di locali, una nicchia di ascoltatori circoscritti e riconoscibili, e non aperti. Ma dove si può ‘aprire’ la musica oggi? In quale luogo sociale, politico o anche solo mentale?
Forse un po’ dipende anche dalla mancanza di luoghi fisici. La sua Bologna, ad esempio, è passata dall’essere una fucina di arti spontanee, di piazza, alla città-simbolo dell’ordine e della repressione… La mancanza è su due livelli. Uno è, per così dire, più alto: i giovani non si riuniscono più per fare politica, anzi odiano la stessa parola ‘politica’, che non appartiene più a ogni singola persona, al proprio futuro, ma alla famigerata ‘casta’. L’altra mancanza è a un livello più micro: è l’incapacità della politica di capire che in una città gli spazi per la socialità sono fondamentali. Ciò, a lungo andare, crea un disagio e una povertà molto pericolose per la formazione di un giovane. Nonostante tutto ciò, consiglierebbe oggi a un suo studente di fare il cantautore, il poeta, l’artista? Si. Vorrei sempre che cercassero di esprimersi, di esprimere il loro essere in tutti i modi. Se riesco a coltivare in loro questo desiderio, ho raggiunto in qualche modo il mio obiettivo. Non si deve credere di poter forgiare poeti e scrittori… la mia soddisfazione è ben più minima: pensare che uno dei miei studenti o dei miei ascoltatori più giovani, trovandosi un giorno qualunque ad aspettare alla stazione un treno in ritardo di due ore, piuttosto del giornale sportivo, compri un libricino di poesie o di racconti. Allo stesso modo, quando so che qualcuno di suo nel tempo libero suona o scrive, sono contento. In tanti lo fanno, purtroppo trovando poche realizzazioni, ma in fondo non importa. Credo che l’obiettivo primario per loro non sia la notorietà, piuttosto la possibilità di esprimersi, di essere considerati, capiti. Perché sognare, scrivere o suonare significa prima di tutto poter dire di essere esistiti. Vai alla pagina di Claudio Lolli Vai alle altre Interviste |
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Scritto da Simone Arminio
Mercoledì 06 Maggio 2009 12:34
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Intervista di Simone Arminio
Come racconterebbe questo nuovo disco ai suoi estimatori che non l’hanno ancora sentito?
E la società che raccontava com’è cambiata in questi anni?
E l’incontro artistico con Nicola Alesini?
Forse un po’ dipende anche dalla mancanza di luoghi fisici. La sua Bologna, ad esempio, è passata dall’essere una fucina di arti spontanee, di piazza, alla città-simbolo dell’ordine e della repressione…