Daniele Silvestri deluso, adirato, commosso e divertito
Scritto da Giulia Zichella
Lunedì 04 Aprile 2011 00:00
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Daniele Silvestri su PopOn Intervista di Giulia Zichella

Daniele Silvestri è tornato con un nuovo album dal titolo che non passa inosservato: S.C.O.T.C.H.. E se vi state chiedendo a cosa si riferisca questo simpatico acronimo, continuate pure a leggere perché il cantautore romano ci ha dato qualche indizio, così come ci ha raccontato le collaborazioni con Gino Paoli e Andrea Camilleri, e la timidezza che l’accomuna all’amico Niccolò Fabi. Poi il ruolo degli artisti in questa epoca confusa, il dolore e la ferita ancora aperta della strage di Via d’Amelio e la rabbia contro chi premia valori come la furbizia e l’arroganza.

Innanzitutto, bentornato. La prima cosa che senti di volerci dire su questo tuo nuovo disco S.C.O.T.C.H.?
Innanzitutto grazie, poi vorrei dire che è un disco abbastanza ricco di cose, sicuramente di argomenti, di suoni, d’immagini. E’ quasi più un film che un disco, mai come in questo lavoro ho seguito un criterio cinematografico, nello scrivere, nell’arrangiare e nello scegliere i pezzi soprattutto. Sono arrivato al momento in cui andava composto definitivamente l’album avendo scritto più di trenta canzoni e quindi la cosa più difficile è stata scegliere cosa togliere, ma nel farlo ho forse trovato la chiave giusta che era quella del rispetto di una certa purezza nel suono e nei contenuti, perfino a costo di togliere dal disco canzoni che forse avrebbero avuto un po’ più di visibilità.

Ne parli in modo molto orgoglioso.
Infatti lo sono. Ci sono dentro un sacco di amici, di collaborazioni, e sono tutte molto sincere e molto “fortunate”. Di tempo ce n’è stato tanto, mi sono anche permesso di aspettare di essere nella giornata giusta per mettere da parte il pudore, alzare il telefono e chiedere, anche a persone improbabili come il Signor Andrea Camilleri, o come Stefano Bollani, se avevano voglia di partecipare. Una cosa che tengo a dire è che questo disco è anche, molto, il disco delle persone con cui lavoro da anni, è interamente suonato live, è una strada che ho intrapreso per vari motivi; innanzitutto perché è un patrimonio avere una band con cui si riesce a lavorare così, e poi perché mi serviva per uno dei bisogni più forti che sentivo, che era quello di smontare un po’ la struttura canonica della canzone. In questo lavoro difficilmente si sentirà la cosa giusta al momento giusto, dove una canzone dovrebbe avere un ritornello, qui non ce l’ha; dove una strofa dovrebbe portare da qualche parte, e sembra che lo faccia, succede l’esatto contrario. Proprio perché nel suonare insieme guardandosi negli occhi si trova una dinamica diversa, ci si può permettere di non seguire il manuale del corretto autore di canzoni.

S.C.O.T.C.H. acronimo di?
S.C.O.T.C.H. acronimo e punto. Nel senso che questo disco si sarebbe chiamato S.C.O.T.C.H. comunque, pure senza mettere i puntini, perché c’è una canzone in questo disco che si intitola Lo scotch e, proprio nel suo essere informe e strapiena di cose, è rappresentativa del disco. Lo scotch mi sembrava l’immagine più giusta per rendere uno dei significati più frequenti di questo disco: la visione condivisibile di un mondo fatto di cose molto precarie. E’ come se tutto fosse raffazzonato, aggiustato, come se il nostro piccolo mondo fosse alle continue prese con l’emergenza, senza mai riuscire ad anticiparla, c’è solo l’imminente, l’immediato, senza una visione progettuale del futuro.

Daniele Silvestri su PopOn E perché ne hai fatto un acronimo?
Perché sono un malato di mente che si diverte a giocare con le parole e mettere quei puntini ha significato aprire un altro universo. Non ce n’è uno che ho scelto, ne ho scritti almeno una cinquantina: uno venuto fuori una settimana fa è drammaticamente legato all’attualità ed è“sembrerebbe coincidere oggi Tokio con Hiroshima”, oppure un altro “settuagenario cavaliere offre tenda con harem”; e così si può andare avanti all’infinito.

Altro esempio di quanto ti sia divertito a giocare con le parole è il brano La chatta.
Si, gioco su una canzone che fa parte dell’immaginario di tutti, La gatta di Gino Paoli, il divertimento era quello di vedere se era possibile rispettare quasi pedissequamente ogni rima e assonanza dell’originale sostituendo il testo; così a un ascolto distratto la canzone sarebbe dovuta sembrare esattamente come quella originale. E l’ulteriore gioco è stato quello di trovare qualcosa di nostalgico da rimpiangere, all’interno di uno dei massimi esempi di modernità, come la chat.

Nella canzone simuli una telefonata in cui ti presenti a Gino Paoli che non ti mette a fuoco, è andata davvero così?
Si, anche se la telefonata è stata naturalmente ricostruita, e anzi con una certa soggezione gli ho chiesto, senta Gino potrei chiederle un ultimo favore? Dovrebbe dirmi al telefono solo “pronto” e “chi?” e lui gentilmente l’ha fatto. Quando ho scritto questo giochino l’ho poi cercato per avere una sua autorizzazione, sapere almeno che non gli dava fastidio, però non riuscivo a contattarlo, ho iniziato anche a pensare che il suo non farsi trovare fosse un modo carino per evitarmi. Non pensavo che l’avrei mai messa nel disco, in zona cesarini poi mi arriva la telefonata di una terza persona che mi dice “guarda, Gino l’ha sentita e non solo ti autorizza ma chiede di poter cantare un pezzo”, quindi l’abbiamo registrata di corsa.

Ti sentiamo abbastanza arrabbiato in questo lavoro, deluso dal popolo o dai politicanti?
Dai politicanti sicuramente. Però in realtà è il Paese che da anni sta premiando dei valori per cui non si può non essere arrabbiati: la furbizia e l’arroganza, come se fossero motivi di vanto, allo stesso tempo però non ho solo motivi per arrabbiarmi, perché come in ogni malattia ci sono alcuni anticorpi. Alcuni di questi li ho visti in piazza poco tempo fa, con gli studenti, con i lavoratori dello spettacolo, è il segnale che non siamo tutti completamente assuefatti, che è il rischio enorme, in parte già avvenuto, verso il quale stiamo andando.

Credi che debbano essere gli artisti, come sta succedendo con Saviano o Benigni, ad alzare la voce e a far riflettere tutti?
Credo che sia triste dover cercare solo all’interno di alcune menti creative, dello spettacolo o della cultura, gli unici segnali di una voce che cerca di farsi sentire. Non sono convintissimo che siano gli artisti a dover illuminare gli altri, anche perché siamo una categoria fatta pure di “stronzi” ed è forse meglio non darcelo questo ruolo, però è vero che se c’è un muro di silenzio e le parole non arrivano mai da chi i discorsi seri li dovrebbe fare, qualcuno deve pur farsene carico. Non solamente gli artisti, però, possono prendersi questo ruolo, ma anche il singolo giornalista e a volte anche il lavoratore, che riesce a trovare lo spazio giusto al momento giusto per dire una cosa e ti squarcia il velo davanti agli occhi.

Daniele Silvestri su PopOn Tra le tante ferite ancora aperte dell’Italia, perché hai scelto quella della bomba di Via d’Amelio per il brano L’appello?
Perché la forza con cui Salvatore Borsellino ha preso in questi anni l’eredità del fratello, pur non volendo, è anche la forza di un uomo che continua a battersi per qualcosa di vivo, non per qualcuno che è morto. Quella morte è una delle cose più ingiuste che sono successe, proprio a dirla come un bambino, è stata proprio ingiusta. Lo è ancora di più oggi, visto che c’è stato raccontato finalmente come andò, anche se non possiamo trarre le conclusioni definitive, ma cominciamo a capire meglio quale macchia ha questo Stato nei confronti di quella persona. Secondo me è una ferita aperta e fa ancora molto male, per questo va raccontata.

Tra le tante collaborazioni del disco c’è anche quella con il tuo amico Niccolò Fabi (nel brano Sornione), verrebbe da dire finalmente!
Questa è la cosa a cui tengo di più di questo disco. Il rapporto con Niccolò è di antichissima data ed è anche parecchio strano, ce lo siamo detto tante volte, che solo adesso abbia dato un frutto come questa canzone. Non è così strano per chi ci conosce perché siamo entrambi molto timidi, è stato divertente il primo approccio in cui l’ho chiamato per dirgli “senti, c’è una cosa in cui io sento…che tu potresti forse…però non lo so…vediamo…no, anzi no...” e ho attaccato. Dopo un po’, un bel po’, gli ho comunque mandato il brano e lui m’ha risposto “ma a me un’idea… un pochino… mi sarebbe venuta… però non lo so…”, insomma è stata una cosa noiosissima e lunghissima (ride, ndr). Vi somigliate molto?
? Sì, abbiamo molto pudore e cose in comune molto evidenti. Secondo me questa collaborazione è nata nel momento e nel modo più giusto, anche perché questa canzone è abbastanza cinica e, nel farla con Niccolò in questo preciso momento della sua vita, ha preso ovviamente un altro sapore. Anche a dirlo adesso mi vengono un po’ i brividi, perché negli occhi lui oggi ha qualcosa di diverso e il suo modo di intervenire sul brano lo ha fatto diventare stranamente anche una canzone sull’amicizia, in un senso molto intimo e profondo. E’ sicuramente una delle cose che sento più mie di questo album.

Ultima curiosità: sarai sul palco del concerto del Primo Maggio?
Non lo posso dire. Forse. Magari no (fa cenno di si con la testa e sorride, ndr).

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