Intervista di Roberto PaviglianitiHermann, oltre ad essere il nuovo album in studio di Paolo Benvegnù, è un ottimo pretesto per fare il punto della situzione con uno dei principali protagonisti della scena indie italiana. Il suo è un punto di vista di chi, lontano da logiche commerciali e atteggiamenti di facciata, riesce sempre a trasmettere un’idea originale - forgiata attraverso l’esperienza di vita - che sa sorprendere e illuminare. Lo scorso anno avevi ogni giorno un’idea diversa di come si sarebbe sviluppato il tuo percorso, e non volevi che la tua presenza, con un eventuale nuovo album, invadesse troppo la scena. Invece è arrivato Hermann... In effetti è vero, ogni giorno avevo un’idea diversa, ma per fortuna i miei compagni – perché ovviamente non mi dimentico di essere principalmente il cantante dei Paolo Benvegnù – mi hanno tirato una trappola, dicendomi di scrivere tutti insieme qualcosa su un tema in particolare. L’idea è stata quella di parlare dell’uomo, dalla notte dei tempi fino a ora, quindi un progetto appena ambizioso. Parlando dell’uomo si sconfina nel suo fallimento e perciò anche nel nostro fallimento nel parlare del fallimento dell’uomo. Come vedi si tratta di un tema molto semplice (ride, ndr). È già da un po’ che siete diventati un gruppo, Hermann è dunque il frutto di un lavoro di squadra? Assolutamente sì, è stata un’idea nata dal gruppo, ma non solo noi come gruppo musicale abbiamo lavorato a questa cosa, anche Francesco Prosperi e Mauro Talamonti - che hanno uno staff di artisti visuali che si chiama Capicoia - hanno creato una specie di mondo parallelo intersecante con i brani e la musica. Siamo diventati in tanti per parlare dell’uomo, riuscendoci parzialmente, anche perché l’idea era quella di fare più un disco di letteratura, quasi una chanson de geste, una specie di Cid Campeador piuttosto che Orlando Furioso. L’abbiamo fatto in tanti così ci siamo sentiti più in armonia e meno responsabilizzati. Il suono di questo album sembra più rotondo, pieno, in qualche maniera diverso da quello nervoso e asciutto dei lavori precedenti. Sei d’accordo? Non essendoci soltanto pezzi miei, il disco è molto più aperto. Perché quando è uno solo a comporre c’è solo un colore di scrittura, invece qui siamo stati in tre a scrivere, e altri brani non sono stati presi in considerazione solo perché non potevamo fare un doppio. Questo significa uno spettro più ampio di scrittura e in più abbiamo cercato spesso di spiazzarci, magari scrivendo ballate partendo però dalla musica; quindi a volte l’idea del testo c’era già prima, ma il testo vero e proprio è arrivato quando avevamo già un bel po’ macinato i brani dal punto di vista musicale. Questa è stata per me una novità, infatti mi ci trovavo relativamente, ma poi nella realtà penso sia stato l’iter più interessante che abbia mai intrapreso.
Nello sviluppo delle idee è rimasto fermo il modo di processare le intuizioni come in una trama di un film, o nella scrittura di un libro.Sì, questo è rimasto fermo anche perché è molto semplice da far capire all’esterno. La vita di ogni uomo – anche quella più apparentemente semplice – potrebbe essere immortalata in un romazo o in un film. Ed è incredibile come, in questo momento di grandissima comunicazione, mi sembra di capire che gli uomini hanno sempre più bisogno di storie di altri uomini. Perciò volevamo raccontare la storia di un uomo che racchiudesse la storia di tutti gli uomini; ribadisco che si tratta di una volontà un po’ presuntuosa e ambiziosa, però forse è la prima volta che mi sento veramente sereno dopo aver fatto un disco, pensando anche a ciò che ho ricevuto umanamente dagli altri. È veramente un disco di gruppo e sono molto contento di questo. Nei brani si incontrano citazioni colte, personaggi mitologici, riferimenti letterari, però anche musica disimpegnata, diciamo leggera. Si può dunque fare pop di qualità? Sì, un’altra delle ambizioni, sotto il profilo stilistico, era proprio la volontà di scrivere delle canzoni con delle melodie fruibili, ma non dal punto di vista dell’intrattenimento. Sono canzoni che devono fare le canzoni. Volevamo disperatamente essere da un lato leggeri e dall’altro molto densi e trovare una specie di regola aurea. Questo non possiamo dire di essere riusciti a farlo, ma nel disco ci sono almeno tredici tentativi del raggiungimento della regola aurea (ride, ndr). Per esempio, nel brano Love is talking fondamentalmente ogni frase racchiude un concetto, un libro. È un disco purtroppo molto difficile, che a prima lettura può dare l’impressione di perdersi, invece nella realtà – specialmente quando tratta del Novecento – c’è proprio l'intenzione di essere stilizzati come lo è stato il Novecento. Ci sono molte chiavi di lettura e io stesso, anche se lo conosco in ogni particolare, ogni tanto mi sorprendo nel trovare nuove sfaccettature. Continua a sorprendermi, e mi piace molto. Nel brano Moses ricorre la parola “verità”. Quali sono le verità che cerchi? Attraverso la musica ho cercato me, forse mi sono parzialmente trovato e questa è una cosa interessante. Per quanto riguarda la verità, è una parola talmente pesante e difficilmente riscontrabile – soprattutto in questo momento storico dove la verità è fatta di parole e non di densità e neanche di desiderio – perciò la mia idea, quando parlo di verità, è di dare profondità e altezza a questo termine. La verità è come l’acqua: da un lato meravigliosamente identica a se stessa, dall’altro portatrice di serenità e pulizia, ma anche enormemente crudele e paurosamente piena di abissi. Quando cerco la verità la trovo parzialmente, come è giusto che sia, perché noi umani ovviamente ne vediamo soltanto una parte. Come artista ti sei trovato? Più umanamente, dal punto di vista artistico ancora devo cercarmi moltissimo.
Qual è il tuo problema fondamentale?Vorrei semplicemente arrivare a scrivere come sono. Alle volte ci sono riuscito, mancandomi in piccolissima parte, altre volte ci sono stato lontano. In questo disco – nei capitoli scritti da me – c’è una grande adesione. Poi, una volta che ci si trova, il passo successivo è quello di avere un desiderio, per poi fare delle scelte in modo che il desiderio si avveri nella maniera più giusta per te stesso. Il mio desiderio è, nel prossimo disco, riuscire a essere veramente ciò che dico, e ci sto già lavorando. Già un nuovo lavoro in cantiere? Ci sto già pensando anche se ancora non sto scrivendo. Devo lavorare per riuscire a sopravvivere, quindi non ho il tempo fisico per riuscire a scrivere. Fare il musicista in Italia in questo momento significa lavorare 18, 19 ore al giorno per gudagnare 20 euro. Detto questo sto pensando al nuovo capitolo, l’idea è quella di andare ancora di più in focalizzazione nel raccontare delle storie. Scrivere canzoni che qualcuno poi riconosce è un miracolo incredibile, che mi dà uno stupore pazzesco, ma a questo punto vorrei fare sia un romanzo che un disco, ma non so quanto sarà possibile. Forse questo che ti sto dicendo ora tra un mese sarà completamente cambiato. Sei impegnato in un tour promozionale. C’è l’intenzione di realizzare concerti più profondi dal punto di vista dell’espressione artistica? La vera ambizione è quella di non avere nulla di artistico. Sono convinto del fatto che con i miei compagni dobbiamo raggiungere un certo tipo di giusta perdizione in noi e, a quel punto, il concerto non è più un concerto né di parole né di chitarre né di parte visiva né di seduzione. Diventa esattamente ciò che sei. Spero di farne tanti di concerti e spero di arrivare a un certo grado di comprensione delle cose. Sono convinto che questo processo durerà molti anni. Tornando ai brani di Hermann in Io ho visto, canti «ho visto inverni piegare gli alberi e setacciare al grembo con le mani cercando polvere e ho bestemmiato iddio perchè non si fa mai vedere». Qual è la tua idea di dio? Ho un’idea molto semplicistica e poco cattolica. Dio è in ogni cosa, ma fondamentalmente non esiste. È un concetto che ha poco a che vedere con il possesso, con la colpa, con la vergogna. Mi rendo conto, secondo per secondo, che sono in vita per miracolo e questo miracolo non posso darlo per scontato. Il dio che noi conosciamo - anche per ciò che ci hanno detto i genitori e i nostri antenati - è un dio che non si fa mai vedere, che permette le peggiori nefandezze, anche in nome suo, quindi non mi ci posso riconoscere. È il dio degli ultimi che i primi usano per fare in modo che gli ultimi siano sedati. Penso che invece dio sia realmente in ogni respiro che facciamo, ma è un concetto talmente difficile da esplorare, che penso di poter dire qualcosa di veramente più interessante tra almeno cinquantacinque milioni di anni.
Ritieni di essere un uomo giusto?Sì, abbastanza giusto, eticamente corretto e indignato. Detto questo sono anche un uomo felice per questo motivo. Abbastanza, perché sono ancora sulla strada della guarigione. Quest'anno stiamo festeggiando i 150 anni dell’unità d’Italia. Quanto è distante il risveglio culturale di questo paese? Sarà il caso di distruggere per ricostruire? Normalmente penso che distruggere per ricostruire sia una cosa sbagliata, ma forse l’Italia avrebbe realmente bisogno di questo. Ma di fatto non c’è bisogno di distruzione, c’è bisogno di povertà. Perché la povertà porta solidarietà e sobrietà e perciò mi auguro un Paese più povero, specialmente per quelli che abitano il primo piano della società. Mi auguro uno sguardo verso l’altro molto più ricco di comprensione e molto più teso a comprendere l’immenso miracolo che ci gira intorno, in ogni pianta, in ogni filo d’erba. Ora non voglio mettermi a fare il predicatore, ma penso che sia questo il problema di questo Paese: abbiamo troppo e molte persone non sono abituate ad avere troppo, perché non sanno scegliere. Mi auguro una povertà vera, in modo tale che finalmente capiremo e riusciremo a ricordarci che 120 anni fa eravamo noi i tunisini e i marocchini, e che la storia ci racconta certe cose anche per avvisarci di come dovremmo comportarci, ma noi non ce ne rendiamo conto. Vai alla pagina di Paolo Benvegnù Vai alle altre Interviste Condividi |
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Scritto da Roberto Paviglianiti
Lunedì 11 Aprile 2011 16:00
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Intervista di Roberto Paviglianiti
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Qual è il tuo problema fondamentale?
Ritieni di essere un uomo giusto?
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