Intervista di Paola De SimoneSe non conoscete la Bandabardò, "alzate la mani, alzate"! …erano tempi in cui qualche dito pure si sollevava, ora, grazie a un costante passaparola e a una discografia che si arricchisce con frequenza, in molti possiamo dire di aver sudato sotto il loro palco. Per questo l’arrivo di un disco nuovo della Banda smuove curiosità e fa piacere, come colore che si aggiunge a colore. Così, in occasione dell’arrivo di Ottavio, dramma su disco ripartito in quattro atti, abbiamo rintracciato il capobanda, Erriquez Greppi. Da cosa nasce l’idea di metter su un dramma in quattro atti? Nasce sicuramente dal nostro gusto come ascoltatori di dischi. Ci piaceva l’idea di fare un concept ed è venuto tutto molto spontaneo, anche perché noi abbiamo sempre fatto piccole canzoni che erano praticamente dei microfilm, dei corti. Brani di tre minuti in cui c’erano anche dei personaggi e in cui venivano raccontate delle storie, così chi ascoltava poteva farsi il proprio film. Questa volta abbiamo scelto di fare un ‘lungometraggio’, una storia lunga, che si dipana dall’inizio della vita di Ottavio fino al suo essere adulto consapevole. Ottavio nella commedia dell’arte rappresenta la maschera dell’innamorato, è forse un pretesto per confezionare un disco d’amore? Sicuramente. E' tanta la voglia di parlare d’amore, oggi che se ne parla poco e male. Abbiamo soprattutto voglia di dire che ci sono due mondi separati: uno che spera ancora di costruirsi e progredire basandosi sui rapporti umani, sull’amicizia, sull’amore e sui sentimenti forti, e un altro che invece va avanti dalla parte opposta. Leggevo qualche mattina fa che è stato fatto una specie di censimento tra i giovani piemontesi e questi hanno eletto loro idolo Fabrizio Corona, un uomo dal soldo facile, pieno di donne e cocaina. Ecco, questi sono gli idoli che ci sono oggi in Italia, per cui è il momento di parlare di Ottavio, di gente che cerca tutt’altro. Avete scelto Guaglione di Renato Carosone per l’apertura del disco, ribattezzandola Bambino e modificandone il testo. Hai dichiarato di conoscere la versione di Dalida, hai ascoltato anche quella di Aurelio Fierro che l'ha resa famosa in Italia? No, assolutamente, io sono cresciuto in Lussemburgo, in Belgio, per cui ho sentito prima la versione di Dalida e poi quella napoletana cantata da Carosone. Così noi ci siamo divertiti a mescolare queste due versioni e soprattutto le lingue, perché io canto in francese, che è la mia lingua madre, e a Tonino Carotone, che è spagnolo/basco, abbiamo lasciato la parte napoletana. E’ stato divertente. Nel booklet del disco invece del testo di questa canzone, c’è un foglietto con degli appunti scritti in maniera improbabile… …è uno scritto di Tonino che ha riportato foneticamente il suo passaggio in napoletano, a cui ha aggiunto poi il parlato finale. Abbiamo messo lo scritto suo perché ci sembrava più carino.
Tutta la banda è stata chiamata a cantare in questo disco, come è stato vedere tutti ai microfoni?Bellissimo. Io sono sempre stato innamorato delle fiabe Mondadori, in cui c’erano tutte queste voci che raccontavano le storie e mi piace che durante una canzone ci siano tante voci a interpretare ognuno un personaggio. E’ un amore di infanzia che perdura tuttora, avendo noi dei bambini piccoli. Dal vivo c’è veramente molto da ridere, perché facciamo interpretazioni anche fisiche dei vari personaggi, con cappelli, parrucche… E’ davvero molto fiabesca come cosa e poi vedere finalmente Don Bachi, il bassista, alle prese col microfono è esilarante. Parliamo degli ospiti, è nata prima la voglia di collaborare con loro o l’esigenza di attribuire dei ruoli? Un misto. Stefano Bollani suona per noi ogni due dischi, un disco sì e uno no dal ’98 a oggi, per cui questo gli toccava. Ed è sempre un onore visto che tutti noi lo consideriamo il più grande pianista del mondo, sfido chiunque a farmi il nome di un pianista che suoni con una tecnica così incredibile, in più dando emozione e pathos. Poi, avendo deciso di fare un disco corale, molto musicale, dunque con tanti strumenti e tante voci diverse, ci siamo circondati di persone che soprattutto conoscono la Banda. Questi amici sono venuti e hanno interpretato la loro voglia di suonare con noi, senza che gli sia stato dato quasi nessun input. Stessa domanda per le canzoni di George Brassens e Nino Ferrer, vi servivano per completare la storia o avete costruito la storia su queste canzoni? Abbiamo costruito la storia sulle canzoni. Il desiderio di fare un pezzo di Brassens, però, l’ho sempre avuto, perché personalmente è il mio totem, il mio artista preferito in assoluto, ma con un distacco abissale rispetto agli altri, e tra l’altro secondo in classifica è Fabrizio De André, che è suo umile allievo. Comunque in generale ci ha divertito tanto riportare alla luce tre cover che sono degli anni Cinquanta e Sessanta. A parte quella di Nino Ferrer, che ci serviva proprio per la narrazione, quella di Brassens è nata così: l’ho fatta sentire in sala prove e i ragazzi mi sono venuti dietro da subito. Quando un pezzo nasce così e, già a metà del primo ascolto, tutti suonano felici e contenti, è un vero reato buttarlo via.
Il brano di Brassens è interamente cantato in francese, ma per non perdere il filo della storia avete messo sul libretto la traduzione. E' fedele? E' opera tua?Fedelissima, è opera mia, per cui è un’ottima traduzione (sorride, ndr). Il pezzo di Brassens ormai ce l’ho così tanto dentro che è venuto spontaneo e mi piace l'idea che anche una sola persona in giro per l’Italia possa chiedersi chi è Brassens, per poi iniziare ad ascoltarlo. Per me è una gran cosa. La ballata di Don Gino è bellissima, ma con Bollani al piano e quegli arrangiamenti facciamo quasi fatica a pensarla in un disco della Banda. Sta cambiando qualcosa nei vostri gusti musicali o è un episodio? Mah, un po’ di tutto. Questo pezzo era molto più musicato inizialmente, poi ha cominciato a suonare Stefano e piano piano ho tolto la chitarra e il basso, per fare spazio a questo pianoforte, perché era davvero troppo bello, troppo sognante, era esattamente quello che ci voleva per la canzone. Per questo noi entriamo, e in punta di piedi, solo a metà pezzo. Comunque abbiamo quindici anni in più di quando abbiamo iniziato e sicuramente ora riusciamo ad avere più stili musicali rispetto all’inizio. Questo è un pezzo che anche nel ‘96 ci sarebbe piaciuto fare, però non avevamo il coraggio di farlo, non avevamo la personalità per reggere un pezzo così minimale. Eravamo presi dalla foga di dover far ballare, per cui anche i lenti andavano a duemila all’ora, perché bisognava assolutamente che la gente si muovesse. Ora abbiamo imparato, invece, che un disco deve anche far sognare, deve dare l’emozione che dal vivo manca, perché ormai dal vivo si sale sul palco come dei guerriglieri, si fa pogare, si fa ballare, si fa cantare, si fa grande fiesta, e spesso i pezzi più lenti le buscano, come si dice a Firenze. All’interno del dvd racconti di aver scritto i dodici pezzi in dieci giorni. Sì, ho sempre avuto bisogno sin dai tempi della scuola della scadenza, perché se ho un mese non combino niente, non sono produttivo, mi perdo e spesso ritorno su quello che scrivo. E se c’è una cosa che non amo è proprio tornare sulle cose che ho scritto. A me piacciono tutte le forme d’arte che sono estremamente schiette, ispirate dal momento e in cui non ci sono tante correzioni, per cui mi lascio il minimo tempo possibile per essere produttivo e soprattutto essere preciso e ispirato. Dal dvd si evince una grande alchimia tra voi, passano gli anni e l’allegria resta fedele al vostro modo di lavorare. Se c’è un segreto, ce lo sveli? Più che un segreto, o forse il segreto è proprio questo, a mantenerci così è il tipo di rapporto che abbiamo tra noi, di estrema complicità e di scarsa amicizia. Nel senso che non siamo amici, siamo fratelli e abbiamo preso come ineluttabile il fatto che dobbiamo andare avanti. Ormai abbiamo questa tara: ognuno c’ha da convivere con l’altra bestia. E anche se lo detesti e gli mangeresti gli occhi, è tuo fratello e non puoi decidere di non averlo più; un fratello è un fratello e ce l’hai per tutta la vita. Ecco, noi siamo così, per cui ci permettiamo di urlarci in faccia, cosa che succede molto raramente, ma insomma ci diciamo tutto subito e questo fa sì che siamo veramente una squadra. Ogni gioia viene moltiplicata per sette e ogni tristezza divisa per sette, poi d’estate riusciamo a essere quasi venti persone, tra aiutanti vari che ormai lavorano da anni per noi. Insomma siamo proprio una famiglia che va in giro e affronta tutto con il sorriso. E ci mancherebbe altro visto che facciamo il lavoro più bello del mondo.
Trattandosi di una storia con un inizio e una fine, il racconto vi obbligherà alla stessa successione dei brani del disco anche dal vivo?Per ora no. Questo è un progetto che abbiamo per l’anno prossimo: a settembre 2009 inizieremo a lavorare alla stesura teatrale di Ottavio, e mentre lo dico mi brucia la schiena dall’emozione. Per noi il teatro è una specie di santuario in cui mai avremo pensato di entrare con la nostra musica, anche se in realtà è già successo quando abbiamo collaborato a musicare un’opera di Brecht, grazie a un regista fiorentino. E' stato allora che abbiamo capito che in teatro possiamo resistere, per questo sicuramente ci porteremo Ottavio, proponendo dal vivo il disco così com’è realizzato, ampliato dall’apporto di attori, registi, costumisti... E allora lo spettacolo atteso nei palazzetti di Napoli, Roma, Firenze e Milano in cosa consisterà? Per ora so solo che nel palazzetto ci sarà un palco che cambierà tre volte, saranno tre palchi a tema e noi di conseguenza cambieremo abiti, insomma sarà una cosa molto divertente. In quanto alla scaletta faremo uno spettacolo molto mescolato, con pezzi di ieri e di oggi. Abbiamo già iniziato a suonare dal 31 luglio in giro per il sud, abbiamo fatto venticinque concerti in trentuno giorni, e abbiamo visto con piacere come le canzoni nuove si integrano bene con quelle vecchie. Ai quattro appuntamenti di ottobre/novembre seguirà l’interminabile tournée tipica della Banda? Penso di sì, anche se prima dedicheremo un mese e mezzo all’estero. A novembre e a metà dicembre andremo a gironzolare tra Spagna, Germania, Francia, Belgio e Lussemburbo. E poi speriamo tutti di tornare in Quebec, dove abbiamo vissuto un’esperienza meravigliosa, siamo stati accolti da trionfatori, tutti contenti, tutti ci vogliono bene, è un paese in cui amano i musicisti e c’è da parte nostra una gran voglia di tornarci. Allora anche Ottavio, come i suoi predecessori, varcherà il confine? Sì, esattamente come gli ultimi tre dischi, anche questo esce in Germania e Spagna. E ora stiamo cercando la distribuzione in Francia, vista la buona resa dei nostri concerti lì. E' veramente bello andare in giro a suonare oltre frontiera. Vai alla pagina di Bandabardò Vai alle altre Interviste |
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Scritto da Paola De Simone
Lunedì 15 Settembre 2008 08:00
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Intervista di Paola De Simone
Tutta la banda è stata chiamata a cantare in questo disco, come è stato vedere tutti ai microfoni?
Il brano di Brassens è interamente cantato in francese, ma per non perdere il filo della storia avete messo sul libretto la traduzione. E' fedele? E' opera tua?
Trattandosi di una storia con un inizio e una fine, il racconto vi obbligherà alla stessa successione dei brani del disco anche dal vivo?