Raf come Kafka
Scritto da Paola De Simone
Lunedì 29 Settembre 2008 08:00
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Raf su PopOn Intervista di Paola De Simone

Venerdì 26 settembre è stato pubblicato il nuovo disco di inediti di Raf, si intitola Metamorfosi e contiene nove brani scritti con alcune firme note. In un incontro di presentazione alla stampa, PopOn ha chiacchierato per voi con l’artista pugliese, che si è presentato in gran forma, con coppola e sorriso al seguito. Nella chiacchierata sono stati davvero tanti gli spunti offerti dalle canzoni, a partire dallo stesso concetto di metamorfosi, di kafkiana memoria. Di seguito vi riportiamo l’intera intervista, buona lettura.


Ci racconti la gestazione di questo tuo nuovo album?
E’ nato come tutti gli altri dischi, con la scrittura prima delle musiche e poi dei testi. Metamorfosi e Ossigeno sono le due canzoni che ho scritto per prima. Come dicevo io parto dalla musica e poi scrivo il testo, ed è una cosa complicatissima, perché la melodia è ben definita, quindi trovare le parole che suonino, che stiano nella metrica e che nei concetti siano all’altezza di quello che voglio dire è un lavoro molto complicato, certosino. Però è un sistema che alla fine mi dà delle grandi soddisfazioni.

Per i testi, come in passato, ti sei affidato anche questa volta a grandi autori.
Sì, prima scrivevo con Giancarlo Bigazzi, poi via via sono nate le collaborazione con Pacifico e Saverio Grandi (già autore per Vasco e Stadio, ndr). Ho fatto ascoltare a Pacifico delle musiche che avevo e lui mi ha mandato via Internet dei file di testi, finché non è venuto in studio con me e abbiamo finito di scrivere le due canzoni che portano la sua firma. Poi ci sono due brani che sono invece partiti da Saverio Grandi e che io ho modificato e cercato di adattare.

Le sonorità di questo disco hanno un’impronta pop-rock, tipica dei tuoi ultimi lavori… siamo ormai lontani dai suoni elettronici degli anni Ottanta che ti hanno a lungo contraddistinto?
Per me il rock è un’esigenza, visto che in realtà io vengo dalle cantine. Negli anni ’80, poi, vennero fuori sintetizzatori e sequencer, di cui si faceva un largo uso soprattutto perché era una novità. Anch’io mi sono trovato a fare musica in quegli anni, quando c’era un abuso di questi strumenti tecnologici, però, il mio gusto personale è sempre stato vicino a un suono essenziale, cioè ai quattro strumenti che hanno fatto la storia della musica contemporanea, che sono la batteria, il basso, la chitarra e, se vuoi, il pianoforte o l’organo Hammond, altrimenti si può anche evitare. Io, quindi, cerco il più possibile di esprimermi con quello che poi porto in concerto, cioè il mio gruppo, perché i musicisti che suonano con me non partecipano come tournisti, ma come fossimo una band affiatata.

Raf su PopOn Parliamo del titolo del tuo disco: Metamorfosi, a quali trasformazioni ti riferisci?
Metamorfosi la vedo come una parola chiave di questi anni, per me personalmente e anche un po’ in generale. Ci sono tante trasformazioni intorno a noi, il mondo sta cambiando continuamente, malgrado la nostra volontà. Pensiamo per esempio ai cambiamenti climatici, di cui non sappiamo veramente le ragioni, sono trasformazioni di proporzioni enormi che l’uomo non sa e non può dominare. Pensiamo anche ai cambiamenti geopolitici verificatisi dopo la caduta del muro di Berlino. Nessuno si aspettava diversi assetti in aree geografiche così come sono avvenuti in questi anni, determinati da un certo tipo di politica, dalla guerra… Tutto questo è sempre avvenuto nella storia dell’uomo, ma alcuni recenti mutamenti destabilizzano un po’, ci fanno porre interrogativi.

Quindi ti riferisci a cambiamenti mondiali?
Non solo, penso anche a un senso più ampio del termine, alle continue metamorfosi che avvengono intorno a noi e che ormai non sembrano interessarci, perché ognuno di noi è preso dalla vita frenetica, dai propri interessi. Se rimaniamo un attimo fermi in mezzo a un prato, non ci accorgiamo che in quel momento è in atto una continua metamorfosi. E poi ho voglia di credere che tutto non sia limitato all’arco di una vita così come lo intendiamo noi: nascita e morte, ma sia qualcosa di molto più grande, di immenso, qualcosa che continua, come se la vita stessa fosse parte di una grande metamorfosi.

Nel disco c’è anche un brano intitolato L’era del gigante, canti il sogno americano con l'attenzione rivolta a chi ne ha pagato e paga tuttora le conseguenze. E così?
Sì, e anche questo fa parte di una metamorfosi, se si pensa a un cambiamento come quello che ha comportato l’era del petrolio. Il riferimento è al film anni Cinquanta di James Dean, “Il gigante”, in cui il personaggio scopre di avere un pozzo di petrolio nel suo terreno e diventa miliardario. Questo era il sogno americano, che per altri popoli, però, era un incubo, lo è stato e lo è tutt’oggi. Pensiamo alla guerra in Iraq. Il sogno americano che è anche quello del mondo occidentale, anche europeo se vogliamo, è sempre qualcosa di tremendo per altri popoli. Nella canzone racconto la storiella di un giovane che aveva il mito dell’America negli anni Cinquanta e ci va, in cerca di fortuna, così come succedeva veramente agli inizi del secolo. Così lui vive l’ultimo ventennio del sogno americano e anche l’ultima parte di un sistema che comincia a far vedere le sue debolezze e si pone delle domande. La canzone chiude con la frase: “Tu che vieni dal niente sai che basta niente per essere felice”, che può sembrare anche una banalità, ma io voglio credere che la soluzione forse sta proprio nel fare tutti un passo indietro, altrimenti non ci sono sbocchi, perché questo sistema è al collasso.

Raf su PopOn In che modo potremmo fare tutti un passo indietro?
Cambiando le abitudini del mondo occidentale, solo così ci possono essere soluzioni a problematiche che sembrano irrisolvibili. Bisogna partire dall’America innanzitutto, mettendo in atto i progetti della campagna elettorale di Obama, come finanziare la ricerca e dare un maggiore sfogo alle energie alternative. Anche se tutto questo non basta, perché in realtà bisognerebbe fare di più, ma questo provocherebbe sicuramente un sostanziale cambiamento, una specie di rivoluzione anche nel mondo economico, perché finito il petrolio ci deve essere qualcosa che lo sostituisca e da lì, a catena, tutta una serie di nuove cose che dovrebbe coinvolgere l’economia e le abitudini di tutti noi.

Per “abitudini di tutti noi” intendi una limitazione dei consumi?
Sì, perché oggi si vive in un consumismo che non possiamo più permetterci, i salari sono bassi e si vuole sempre di più. E’ un’economica che non riesce a coprire i bisogni della gente, che è abituata a consumare senza freno. Io sono quindi d’accordo con chi teorizza di fare dei passi indietro, ma è incredibile come togliere certi giocattoli alle persone le renda infelici…

E tu vivi secondo questi buoni propositi?
Di quello che dico gran parte ho cominciato a metterlo in atto e continuerò su questa strada.

Torniamo al disco, ci parli del contributo di tua moglie nel brano Metamorfosi?
Non che mia moglie sia un’autrice di canzoni, ma siccome quella canzone è molto personale, lei mi ha suggerito un po’ il testo e io le ho fatto una sorpresa, un regalo, mi sembrava giusto che lei avesse il suo nome tra i crediti di questa canzone. Non so se accadrà di nuovo, non credo.

Il tuo è un disco di inediti, non si può dire lo stesso dei lavori di molti tuoi colleghi, che non fanno che pubblicare raccolte e dischi di cover. Cosa pensi di questo fenomeno?
Ormai lo saprete, i cd non si vendono più e i discografici vivono nella speranza che a Natale qualcuno possa scegliere un disco come regalo. L’ascoltatore medio italiano pensa che regalare un’antologia equivalga a regalare il meglio. Per questo motivo escono tutte queste raccolte. Io mi auguro che nel dramma totale, le raccolte si vendano meno, se non altro i discografici saranno più invogliati a far uscire dischi di inediti.

In questi giorni compi 49 anni, ti va di fare un piccolo bilancio?
(sorride, ndr) Facciamolo l’anno prossimo.


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