Massimo Ice Ghiacci, uno dei membri storici dei Modena City Ramblers dal 1992, dopo anni di esperienza come musicista nel gruppo, debutta come cantante solista. Ma la cosa singolare è che continuerà a far parte dei Ramblers, perché il legame con loro è una cosa inscindibile per lui. Ne abbiamo approfittato per scambiare quattro chiacchiere e per parlare del suo lavoro, Come un mantra luminoso (Mescal/Modena City Records).Primo disco da solista. Com'è nata questa esigenza? È stata una sorta di nuova esperienza di cui sentivo il bisogno, soprattutto per il fatto che già da vari anni avevo iniziato ad accumulare una serie di pezzi che per un motivo o per l'altro non riuscivano a rientrare nell'ambito di quello che faccio per i Modena City Ramblers e che per me avevano una certa importanza, un certo senso di esistere. Sempre più impellente si faceva la voglia di fissarle come se fossero delle fotografie. Questa esperienza mi ha dato anche la possibilità di confrontarmi con una situazione a cui non ero da molto tempo abituato, di poter cioè decidere in piena libertà e autonomia, non perché senta un qualche giogo o condizionamento nel percorso che faccio con i Ramblers, ma per il fatto che per me era importante come possibilità di crescita personale. Mettersi in gioco da solo, libero di sbagliare anche, senza il “caldo abbraccio” della famiglia dei Ramblers, con cui sto registrando il nuovo disco. Nei Modena City Ramblers non avevi mai interpretato da solo un brano, limitandoti ai cori. È stato difficile trasformarti da musicista a cantante? Questo è stato forse il punto interrogativo maggiore, ma mi interessava anche “risolvere” questa cosa, nel senso che queste canzoni, proprio per il tipo di natura che avevano - un'espressione molto legata al mio intimo, al mio essere individuo più che parte di un collettivo - non potevano che essere cantate da me, se chiaramente il risultato poteva essere, dal mio punto di vista, soddisfacente. Era uno dei motivi con cui mi interessava confrontarmi. Non mi ritengo un interprete, né mi interessa da questo punto di vista, però sta nella tradizione di un certo tipo di cantautorato esprimersi direttamente nel momento in cui scrivi delle canzoni. Personalmente sono soddisfatto del lavoro, anche perché le canzoni hanno una natura che non rende necessaria un'interpretazione da grande vocalist. Comunque è stata un'occasione per confrontarsi con un vero studio di registrazione, e non solo a casa con i tuoi provini demo. Nel momento in cui vai in sala di registrazione con un certo tipo di produzione, hai delle scadenze da rispettare, sei sempre sotto esame e costretto a prendere delle decisioni. Questo mi ha permesso di maturare sia come singolo che come componente dei Modena City Ramblers.
Anche perché la parte vocale è stata curata da te personalmente. È stato un duro lavoro...Sì, la genesi del progetto è stata lunga, non nella fase operativa ma in quella gestazionale, perché appunto le canzoni prima sono diventate dei demo sul mio computer già con una loro struttura e poi alcune parti, le cosiddette “home recording”, le ho tenute in fase di mixaggio finale. In studio, poi, ho avuto la possibilità di sperimentare e provare ad abbinare suoni, lavorare sulle varie voci e sulle armonizzazioni. Quando sei tu, tra virgolette, a decidere tutto, velocizzi le cose; in una situazione come quella di gruppo, invece, molte volte anche la sperimentazione deve passare attraverso le decisioni di varie persone, come è normale che sia, e i tempi si allungano. Alla fine, quando sono entrato in studio, le idee erano particolarmente chiare: dovevo semplicemente confrontarmi con me stesso. Rimanendo in tema di sperimentazione, nei brani utilizzi oltre ai classici strumenti musicali, anche altri decisamente più rari o poco conosciuti, come lo shennai. Sei un appassionato? Sì, a me piacciono molto gli strumenti etnici, legati a quella che oggi viene definita “world music”, e poi anche gli strumenti degli anni Sessanta e Settanta, legati al rock, quindi determinati tipi di chitarra e basso, sonorità vintage che amo particolarmente. L'approccio che ho nei confronti degli strumenti etnici non è di tipo tecnico, tipico dei grandi musicisti, piuttosto è quello di un grande appassionato di suoni. Più che un musicista, mi considero un grande ascoltatore. L'utilizzo di questi suoni è servito a dare un grande contributo all'atmosfera che volevo realizzare nelle canzoni, quindi per esempio lo shennai, che è una sorta di trombettina indiana, è stata utilizzata per la chiusura di un brano (Il fiore e le spine, ndr), certo in maniera poco ortodossa ma funzionale a quello che avevo in mente. Lo stesso vale per la sega, una vera e propria sega da falegname, suonata con un archetto e utilizzata in Italia più volte da Vinicio Capossela con ottimi risultati. Mi sembrava interessante abbinare questo tipo di sonorità ad alcune canzoni di questo disco. La sega produce un suono psichedelico, giusto? Sì, tipo“fantasmino” (ride, ndr). La prima volta che l'ho sentita è stato vari anni fa in un disco di Tom Waits; poi dal vivo l'ho vista suonare, appunto, da un musicista di Vinicio Capossela. Analizzando i testi dei brani, si nota un tema ricorrente che è quello del ricordo e dell'addio. È il caso di Brenda tra i treni e Solo per me. Si tratta di storie autobiografiche? Diciamo di sì. Fanno parte un po' dei miei ricordi. Sono soprattutto un bagaglio di sensazioni, riemerse nelle canzoni. Nel momento in cui scrivo, parto sempre dalle mie esperienze personali, poi la strada va da sé. L'idea, anche in altri brani del disco, è sempre quella del ricordo, essendo un tipo malinconico. La malinconia è una componente che mi guida. Il ricordo è come un prisma attraverso cui guardare la realtà attuale e il futuro. In Tatuaggi, invece, c'è una critica nei confronti della società. Nel bridge della canzone, ti scagli contro il progresso e la tecnologia, spesso mal utilizzate dall'uomo... La suggestione è proprio questa. In un certo senso il progresso, la società, il modo di vivere attuale premia la velocità e di conseguenza la superficialità nelle cose che si fanno e che si dicono. Io sento un po' la mancanza di profondità nelle cose e nei rapporti con gli altri, profondità nel confronto con la propria coscienza e con quelli che sono i propri sogni. L'idea della metafora del tatuaggio è il cercare di incidersi qualcosa nella propria coscienza, ancor più che sul corpo, per dare un senso di qualcosa di più profondo nella propria vita. Io sento molto il bisogno di questo. Ci vorrebbero più tatuaggi, ecco (sorride, ndr).
La soluzione di tutto comunque la trovi nell'amore, alla fine...L'amore che per me è qualcosa di profondo e nella vita di tutti i giorni, purtroppo, siamo bombardati da stimoli che ci portano a rimanere in superficie, quasi ad aver paura di scendere in profondità nei propri sentimenti e nelle proprie insicurezze, aver paura di rischiare e mettersi in gioco. Anche nell'amore capita di evitare tutto questo per non soffrire ed è successo anche a me in passato, ma così finisci per non vivere, conduci una vita che non ti soddisfa. “Sazia e disperata”, dicevano i CCCP tanti anni fa. Molte volte, e a me è capitato durante i viaggi con i Ramblers, vedi che dove c'è povertà paradossalmente le persone molto spesso sono felici. È assurdo tutto ciò e credo che debba far riflettere sul grado di felicità della nostra società. “È crudele avere gli occhi per vedere”, recita un verso de Il gioco. Di cosa parla la canzone e cosa intendi con questa frase? Il gioco è una canzone nata per criticare un certo modo di vivere attuale, quello che ti dice che il mondo è pieno di opportunità e solo gli stolti non ne approfittano. Il tutto in modo molto sfumato per poter offrire varie chiavi di lettura. Bisogna ricordare che non sempre tutte le opportunità devono essere raccolte, perché esistono altri valori, per esempio il concetto di fedeltà, legato ai rapporti umani ma anche alle idee. Oggigiorno questo concetto non va molto per la maggiore. A volte io credo che sia importante non stare al gioco e rimanere in disparte, fedeli a regole che non sono state cambiate dal nuovo gioco che arriva, che a sua volta verrà cambiato dal successivo. In merito alla frase, significa che a volte vedi le persone adeguarsi a questo modo di vivere, sei una sorta di osservatore esterno e ti senti come un extraterrestre, se la terra va in questa direzione. Anche la frase “amo già abbastanza” è significativa: non si può andare oltre un certo limite, è umanamente impossibile. Il sentirsi appagati sarebbe una grande conquista da parte dell'uomo. Non vuol dire accontentarsi, ma essere felice senza avere questa sorta di angoscia dell'insoddisfazione che è il tema dominante di questo secolo. Siamo deboli, perché ci lasciamo condizionare da certi modelli che ci impongono di avere più donne, di cambiare automobile ogni anno, di avere sempre più cose materiali. Nell'album hai inserito una foto che ti ritrae con Luca “Gaby” Giacometti, musicista dei Ramblers prematuramente scomparso nell'ottobre del 2007. Sotto la foto una didascalia con una frase (“La vita eterna è solo nel ricordo”, ndr) tratta da Fratello di sogni. È una canzone dedicata a lui? No, perché in realtà è nata molto prima della sua tragica scomparsa. È nata pensando alla figura di Jeff Buckley, cantante che apprezzo tantissimo, tant'è vero che alcune parti del testo si riferiscono a titoli di sue canzoni. Poi nella stesura finale del testo mi sono reso conto che la canzone parlava di me stesso, di quella parte di noi che da adulti tende a scomparire o a rimanere confinata nella memoria; la parte più ingenua, insomma, quella che guarda il mondo senza condizionamenti razionali, come fa un bambino. Nel momento in cui, poi, ho registrato il brano, il ricordo di Gaby, la cui morte era avvenuta da pochissimo tempo, è riemerso. I ragazzi con cui ho registrato la canzone mi hanno subito chiesto se fosse dedicata a lui e così, quando ho inserito la foto nel libretto del disco, ho voluto citare una frase che per me è molto importante e che ha potuto dare una nuova chiave di lettura al brano stesso.
Hai girato anche due videoclip, quello di Brenda tra i treni e di Come due amanti. Com'è stato il tuo approccio a questa forma d'arte?Con i Ramblers, incredibile ma vero, è da una vita che non giriamo video. Addirittura con la nuova formazione, dopo l'abbandono di Cisco, non abbiamo mai deciso di farli, forse per una nostra indolenza di fondo, anche perché oggi con le nuove tecnologie non è necessario fare grossi investimenti per realizzarli. Così mi son detto: “No, adesso almeno io lo faccio, perché serva di lezione anche al gruppo” (sorride, ndr). Soprattutto ora che i video non si fanno solo per andare su Mtv, ma anche per inserirli “nel flusso delle cose”, che passano oggi per YouTube e internet in generale, a mio avviso molto importanti, visto che le riviste musicali sono sempre meno e, come dimostrate voi di PopOn, il web è molto amato. Inoltre, come nelle canzoni, nel video c'è una componente visionaria, che si abbina a particolari suggestioni. Soprattutto nel video di Come due amanti, girato dal mio caro amico Alessandro Scillitani, abbiamo potuto sperimentare un certo tipo di linguaggio visivo che potesse abbinarsi a quello musicale. Ho pensato così di fare un po' di promozione a questo mio piccolo progetto. Internet arriva dappertutto: ai Ramblers sono arrivate email perfino da giapponesi e finlandesi, che hanno visto spezzoni di nostri concerti su YouTube. Il web è qualcosa che può permettere davvero di far conoscere la tua musica. Stai organizzando un tour, compatibilmente con gli impegni con i Modena City Ramblers? Un vero e proprio tour no, perché sono molto impegnato con il gruppo. Ho fatto e farò delle date. La prima vera data sarà il 16 dicembre a Milano alla Casa 139. Non saranno date continuative, quanto delle piccole finestre, aperte con piacere qua e là. Inizia quindi una specie di “Neverending tour”, con qualche data al mese, non di più. Chissà che queste attività live non sfocino in un secondo album da solista... Sicuramente non credo sarà un'esperienza unica, anche perché continuo a tenere canzoni nel cassetto. In futuro, se ne avrò la possibilità, vorrei continuare a realizzare album da solista. Non so se diventeranno dei cd, perché le premesse non sono delle migliori, e non parlo solo di me, ma in generale del mercato. Ho la sensazione che nel giro di qualche anno la produzione dei cd diventerà un qualcosa forse legato solo ai grandi artisti. Magari, si parlerà di canzoni in download, chi lo sa. Oppure in vinile. Magari, piacerebbe anche a me. Visto che i negozi di cd chiudono e le previsioni di vendita del prossimo anno parlano di un meno 25% rispetto al 2008, potrebbe esserci l'eventualità che il vinile, che è irriproducibile rispetto al cd, possa avere successo come prodotto di nicchia. Può darsi che il mio prossimo lavoro possa uscire in cinquecento copie in vinile (ride, ndr). Vai alla pagina di Massimo "Ice" Ghiacci Vai alle altre Interviste |
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Scritto da Gerardo Larosa
Lunedì 15 Dicembre 2008 00:00
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Massimo Ice Ghiacci, uno dei membri storici dei Modena City Ramblers dal 1992, dopo anni di esperienza come musicista nel gruppo, debutta come cantante solista. Ma la cosa singolare è che continuerà a far parte dei Ramblers, perché il legame con loro è una cosa inscindibile per lui. Ne abbiamo approfittato per scambiare quattro chiacchiere e per parlare del suo lavoro, Come un mantra luminoso (Mescal/Modena City Records).
Anche perché la parte vocale è stata curata da te personalmente. È stato un duro lavoro...
La soluzione di tutto comunque la trovi nell'amore, alla fine...
Hai girato anche due videoclip, quello di Brenda tra i treni e di Come due amanti. Com'è stato il tuo approccio a questa forma d'arte?