Peppe Voltarelli, affatto distratto
Scritto da Simone Arminio
Lunedì 19 Gennaio 2009 00:00
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Peppe Voltarelli su PopOn Intervista di Simone Arminio

Sabato 6 dicembre 2008. Buio in sala al Teatro Studio di Scandicci (FI). In scena c’è “Medea e la luna”, spettacolo teatrale per la regia di Giancarlo Cauteruccio. Di Peppe Voltarelli, autore ed interprete sul palco delle musiche originali, luccica ogni tanto lo sguardo pungente e il rosso di una fisarmonica. Non è per nulla nuovo alle incursioni teatrali, lui che da giovanissimo fu punk, poi fondatore, autore e frontman per quindici lunghi anni del Parto delle Nuvole Pesanti, attore cinematografico, e nel 2007 di nuovo musicista con Distratto ma però (Komart/Venus), esordio solista carico di collaborazioni illustri: da Finaz (Bandabardò) a Roy Paci, passando per Pau (Negrita) e il conterraneo Sergio Cammariere. Abbiamo incontrato Voltarelli a margine della rappresentazione, per sbirciare un po’ nel suo futuro musicale, non senza volgere lo sguardo anche al passato.

Peppe, intraprendendo tre anni fa la carriera solista, sembra che tu abbia voluto rincorrere un ritorno alle origini. Un po’ come presentarsi al pubblico per la prima volta.
(ride, ndr) Avevo un bisogno espressivo del tutto mio. E Distratto ma però prima di tutto mi è servito a capire chi ero in quel momento: ecco, a un anno esatto dall'uscita dal Parto, io ero quello lì. Ascoltandolo adesso, ci trovo tre diverse anime: quella da chansonnier, con pianoforte e voce, l'anima teatrale del musicista solitario, e quella rock-dialettale. Una triplice lettura che coincide con le tre versioni live del disco fatte in questi anni.

E il tuo pubblico, come ha reagito al cambiamento?
Il pubblico credo di essermelo riconquistato persona dopo persona, concerto dopo concerto. È stato un po' come ripartire da zero. Ho dovuto prima di tutto convincerli che non stavo copiando nessuno. Perché all'inizio c'è stata la caccia alle somiglianze: se mi ubriacavo prima del concerto imitavo Capossela, se sfoderavo brani cantautorati di voce e pianoforte volevo fare Paolo Conte. E così via: un po’ quello, un po’ quell'altro... Alla fine, per fortuna, è stata riconosciuta la mia dimensione originale.

La stessa che ha accompagnato la realizzazione di Distratto ma però?
Lì ero in studio solo insieme a Finaz (chitarrista della Bandabardò, ndr). Non avevo un suono mio, una band, perciò è stato un po’ come togliere dalle tasche tutto quello che avevo. Episodi come L’anima è vulata, con Sergio Cammariere mi hanno aperto un mondo poetico che avevo già frequentato con il Parto in brani come Cantare, o Serenata mai sonata, e via dicendo. Poi ci sono stati quasi tre anni di concerti. Ora, lavorando al nuovo disco, capisco quali di quelle cose erano le mie vere marche identitarie, le uniche che esprimono davvero il mio essere. Porterò avanti quelle.

Peppe Voltarelli su PopOn C’è già un nuovo disco all’orizzonte, quindi?
Prima di tutto ci sarà un bootleg, che farò uscire all’inizio dell’anno, ma solo per gli iscritti alla mia mailing-list. È un bootleg nel senso classico del termine: registrazione imperfetta e pezzi presi da tre concerti (Duisburg, Nantes e Praga), per fissare le tre versioni live del disco: da solo con la chitarra, in duo voce-piano, quindi in compagnia della band.

E non sarà in vendita?
No, potrà riceverlo solo chi è iscritto alla mailing-list, probabilmente pagando solo le spese di spedizione. E’ una cosa tra me e loro: volevo ringraziare i fan, gli amici e i sostenitori che mi hanno seguito in questi ultimi anni. Sarà un modo per fissare un momento e regalarlo a chi lo ha condiviso con me prima di proseguire.

Subito dopo ripartirai per l’estero, visto che ormai in Repubblica Ceca sei di casa, e in Germania vuoi addirittura andarci a vivere…
I miei spettacoli ormai sono multilingue: italiano, inglese, francese, calabrese. Sto imparando anche qualche parola in ceco! E in Italia ormai mi sento un po' un pesce fuor d'acqua. Non m'interessano più certe modalità di lavoro. A un certo punto della mia vita ho deciso che avrei fatto le cose in maniera diversa: perché un artista deve morire appresso a cose che poi non sono mai valutate per quello che valgono? Perché starsene ad aspettare che prima o poi uno di noi, l'eletto, vada a Sanremo? Piuttosto vado in Germania, e mi creo un piccolo pubblico anche lì. Ho già un pubblico in Italia, un mini-pubblico in Francia, uno in Repubblica Ceca, uno a New York... l’idea è creare una sorta di linea live che attraversi questi luoghi.

Ma la condizione della musica dal vivo all’estero è davvero così diversa che in Italia?
Quello che salta subito agli occhi è l’attenzione del pubblico. Poi la cura degli organizzatori. Ma prima di tutto il pubblico: che va all'essenza della tua musica, e non solo all'apparenza. In certi stati europei esistono ancora le vie di mezzo: c'è la star del pop, la star de jazz e poi ci sono le terre di confine, cui è riservata la dovuta attenzione. Ormai in Italia se non vai a fare musica in tv non sei nessuno: non c'è la via di mezzo, i grandi club di una volta non esistono più, ne saranno rimasti tre o quattro al massimo. In Repubblica Ceca o Germania c’è ancora la possibilità di avere davanti un’audience interessata a quello che fai, anche se non sei una star televisiva. Se vai a suonare in un pub a Colonia ti ritrovi davanti un centinaio di persone che hanno pagato dieci euro solo per la curiosità di ascoltare il cantante sconosciuto che arriva dall'Italia. Noi andremmo a vedere a pagamento un cantante sconosciuto che viene dalla Repubblica Ceca?

Peppe Voltarelli su PopOn Cosa apprezzano della tua musica i francesi, i cechi, i tedeschi…?
Credo apprezzino la lettura inedita di un artista che, per quanto italiano, appare fin da subito fuori dai loro schemi mentali di cantante italiano. Un italiano 'anomalo', che parte dal classico impianto melodico ma poi ci ironizza sopra, mischiandoci la sfacciataggine del rock, l’immediatezza del punk e un’impronta popolare forte. Se mi fossi presentato a Praga con un terzetto jazz a fare la copia di Paolo Conte sarebbe stato diverso. In questo modo, invece, sono all’apparenza il classico cantautore italiano, che però durante il concerto si scopre a sorpresa un ibrido, a metà strada fra il rocker e un cantore popolare alla Matteo Salvatore. C’é un aspetto comico in questi linguaggi che all’improvviso si mischiano all’impazzata. Il pubblico lo coglie subito. E apprezza.

Il fatto, insomma, è che l’Europa nonostante tutto continua ad avere anime, sensibilità e velocità del tutto differenti. Dall’altro lato del tuo recente percorso c’è, infatti, il videoclip del nuovo singolo, “Turismo in quantità”, dove racconti con ironia spiazzante un Meridione in preda all’ansia per uno sviluppo che non arriva mai, ma che ogni volta sembra dietro l'angolo.
Questo atteggiamento fa un po’ parte del nostro impianto culturale. Credo che il Meridione abbia i suoi tempi, e in fondo sia giusto così. Se la penso in questo modo, arrivo persino a essere contento che non ci sia ancora il turismo di massa, perché almeno le spiagge sono più pulite. Questa consapevolezza ancora non c’è, o forse l’ha colta solo la mafia. Ogni volta che torno in Calabria vedo il solito affanno a voler somigliare a tutti i costi a qualcos’altro, inseguire il miraggio dell'Emilia-Romagna, scimmiottare lo stile dei luoghi di tendenza. Nessuno pensa di investire su ciò che realmente rappresenta la nostra forza.

È un elogio alla lentezza del Sud?
Beh, “Pensiero meridiano” di Franco Cassano è un libro del 1996 e dice esattamente questa cosa: la lentezza del Sud è un valore aggiunto, e potrebbe essere sfruttato come fattore positivo, di sviluppo. Se io vivessi in Calabria, magari il mio obiettivo sarebbe aprire un teatrino e farci le mie cose, come fanno la compagnia “Scena verticale” o Antonello Antonante. Bisognerebbe lavorare prima su di sé, costruire una propria identità con la pazienza e la cura dell’artigiano, e da lì, casomai, partire per conquistare il mondo. Non viceversa.

E la tua identità com’è cambiata in questi anni, dagli esordi punk fino ai giochi da chansonnier?
Ha avuto un processo di semplificazione. Soprattutto negli ultimi anni. Ho lavorato molto di sottrazione. Eliminando tutte le cose inutili, le facce finte. Ora c'è solo l'essenziale, e l'essenziale può essere parola e movimento, ma anche silenzio. Se lavori di sottrazione è l'essenziale che aderisce al tuo modo di vivere e di esprimerti. Devi dire una cosa? Allora dilla nel modo più semplice: se devo dirti che non mi piace quest'intervista te lo dico, ed è inutile che ci giri attorno cercando le parole solo apparentemente più adatte.

Peppe Voltarelli su PopOn Sacrosanto. Questo però è il presente. Nel futuro artistico di Peppe Voltarelli, invece, cosa vedi?
Intanto sto scrivendo i brani per il nuovo album, che sono però ancora in fase di maturazione, per cui non ho un’idea ben precisa dei tempi, delle circostanze. Questo ultimo periodo mi ha fatto capire molte cose sulla mia identità, sulle persone che ho attorno, ma anche sul senso delle cose. Poi ho un'idea del tempo diversa: prima avevo un’urgenza dettata dai bisogni. Chi suona per lavoro deve muoversi, girare, suonare dappertutto e tutte le volte che può, e questa cosa può far perdere di vista l’obiettivo primario, che dovrebbe essere quello di esprimersi, fare un prodotto artistico che abbia un senso forte di esistere e non solo un valore commerciale. Perciò questo inverno non andrò in giro a replicare le stesse cose. Aspetto di avere qualcosa di nuovo. Se sei tropo preso dall'andare a suonare, per portare i soldi a casa, la magia di pensare alle cose, di macinare le emozioni per poi metterle in dei brani te la scordi…

E delle tue tre anime, alla fine quale prenderà il sopravvento nel nuovo disco?
Ora sto scrivendo parecchie cose in dialetto. Ho tre brani lenti, tre ballate, poi un paio di pezzi più forti e un paio di canzoni in italiano. Ancora non ho capito che forma avranno, perché in primo luogo vorrei fare un disco che aderisca bene a quello che poi porterò dal vivo. Senza metter dentro cose che poi sul palco non potrò avere.

Sai già chi ci sarà con te nel disco e poi nei live?
Non lo so, ancora sono totalmente immerso nella fase di scrittura. Ma un gruppo non ho né la forza né la voglia per portarlo con me. Se dovessi immaginare una formazione ideale sarebbe un trio: contrabbasso, percussioni, ed io che suono fisarmonica, piano e chitarra. Ma in questi ultimi anni mi sono anche accorto che da solo sul palco sto bene, riesco a esprimere al meglio i miei messaggi senza lo sforzo di doverli spiegare ad altri. Con l'interpretazione riesco a sopperire a dei limiti degli strumenti mancanti, dei vuoti. Perciò sono tranquillo, perché so che tutte queste piccole cose insieme creano una specie di solidità che non mi fa intaccare dagli eventi. Sul disco sarà difficile rendere questo effetto. Ma se fossi veramente bravo, lo registrerei proprio da solo: due-tre strumenti e la mia voce.

Peppe Voltarelli su PopOn Che ormai è il tuo unico marchio di fabbrica.
(ride, ndr) Infatti in questo momento la cosa che mi viene meglio è suonare da solo. È quello che voglio fare. Come in questa ultima tournée in Germania e in Serbia. Da solo penso di esprimere al meglio le mie canzoni, i miei messaggi. Sto affinando alcune caratteristiche: una mimica, un gioco di movimenti e di ritmiche di cui altri musicisti sul palco farebbero difficoltà ad appropriarsi. Poi è diventato sempre più difficile trovare gente che abbia veramente voglia di imbarcarsi con la testa e l’anima in un progetto altrui. I musicisti che vedo in giro hanno preso la fisionomia dell’impiegato, vivono nella continua speranza dell’ingaggio sicuro, non ha molta importanza se il progetto artistico gli piaccia o meno. Ma al di là dell'urgenza economica, uno dovrebbe suonare con gente con cui condivide le magie dell’arte. Io ho suonato per quindici anni con il Parto in primo luogo perché ci univano delle piccole magie. Nessuno di noi era un grande musicista, ma sul palco avevamo momenti e alchimie che funzionavano.

Un’ultima domanda in chiusura, allora, non può che riguardare il tuo rapporto con il Parto delle Nuvole Pesanti. In una recente intervista in occasione dell’uscita del cd/dvd Slum, Salvatore De Siena ha ricordato il vostro lungo sodalizio artistico e umano, e ha ammesso che sarebbe bello ritrovarti nel prossimo disco del Parto, magari con un brano interpretato insieme a loro. Tu cosa ne pensi?
Com'era la domanda? (ride, ndr). Adesso non saprei cosa rispondere: io spero che Il Parto faccia un buon disco di inediti senza di me. Per vedere la strada artistica che avranno scelto di seguire dopo il mio addio. In questo senso li sto aspettando. Solo allora ne potremmo parlarne.


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