Intervista di Simone ArminioL’imperativo degli Almamegretta per il 2009 è uno solo: divertirsi e divertire. Per questo motivo l’ultimo tour ha un’impronta volutamente dub, e così sarà anche il prossimo disco in uscita a fine anno. Il perché lo spiega a PopOn Gennaro Tesone, in arte Gennaro T - storico batterista e attuale capobanda della band più imprevedibile della scena italiana - che siamo andati a incontrare prima di un concerto tenuto nel bel mezzo di un Parco Nazionale, al Sila Festival (Taverna, CZ - 12-14 giugno 2009), primo festival interamente dedicato all’ambiente e alla terra d’origine. Gennaro, cosa caratterizza questo Indub Tour 2009? Indub si distingue dagli altri nostri live prima di tutto per la line-up vocale, che ultimamente era affidata a Lucariello insieme alle ragazze (Patrizia Di Fiore, Marina Mulopulos e Zaira Zigante, ndr) e che invece stavolta è affidata a un unico cantante, Marcello Coleman, artista napoletano di lunga esperienza, da Tullio De Piscopo a Tony Esposito e Renzo Arbore. E come mai la scelta di un’unica voce? Nessuna novità. Siamo da sempre un collettivo aperto, senza ruoli predefiniti, per cui fin dalle origini abbiamo sempre cambiato l’impostazione del gruppo a seconda delle necessità artistiche del momento. In ogni caso anche in questo tour, quando la logistica lo permette, ci raggiunge sul palco Neil Perch degli Zion Train, con cui abbiamo avviato una collaborazione che avrà di sicuro dei risvolti discografici. Gli arrangiamenti hanno risentito di questo cambiamento? Anche qui nessuna novità, perché in genere riarrangiare completamente i brani è una costante di ogni nostra tournée. Credo sia in primo luogo un fatto grande nei confronti del pubblico, che così venendo ai nostri concerti sa di ascoltare sempre qualcosa di inedito. Ma soprattutto serve a noi stessi: se cadessimo nella routine, sul palco non riusciremmo più a stabilire la giusta relazione con il pubblico, e non si divertirebbe nessuno: né noi né loro. Solo in questo modo, invece, ogni concerto può essere unico e irripetibile, come è giusto che sia.
Il nome del nuovo tour riprende il titolo di un album del 1996, come mai? Si, in effetti Indubb, ma con due b, è il titolo di un disco uscito dopo Sanacore. Ma oltre ad essere un titolo, in-dub è per noi da sempre un modo di suonare e di intervenire sui pezzi. Partito come tecnica, il dub è divenuto ormai quasi un genere a se stante, un linguaggio musicale vero e proprio, ed è il linguaggio che noi preferiamo. Il dub è in qualche modo parte integrante dello stile Alma, presente fin dal primo album. Basti un dato: ogni volta che qualcuno che non ci conosce ci chiede che genere facciamo, la prima cosa che ci viene da rispondere è che facciamo dub. Così, rispetto ai tour precedenti, in cui venivano messi più in primo piano i pezzi in forma-canzone, questa volta abbiamo scelto di incentrare il tour molto più sul dub, per rendere le canzoni più ballabili dal vivo. È questo il vostro periodo di maggiore dub insomma, considerando anche che, secondo indiscrezioni, il vostro prossimo disco sarà un nuovo capitolo dello strumentale Dubfellas, datato 2006. È così? Esatto, la seconda parte dell’esperienza Dubfellas, in uscita a fine anno, dovrebbe essere la nostra prossima uscita discografica. Abbiamo già del materiale pronto in proposito, anche se ovviamente poi i tempi di uscita possono dilatarsi in funzione dell’intensità dell’attività live. Puoi dirci qualcosa in più su questo nuovo lavoro? Dubfellas vol. 2 sarà strumentale sulla scia del primo volume. A partire da quel disco abbiamo, infatti, scelto di muoverci su di un doppio binario, di scindere le due anime: una rivolta all’improvvisazione dub e un’altra più legata alla forma-canzone classica. Due anime che fino al 2006 convivevano all’interno di ogni album, magari condizionandosi un po’ a vicenda. In fondo però io le considero due braccia di uno stesso corpo, per cui è giusto che diventino due esperimenti paralleli, ma ben distinti. Così a partire da Dubfellas abbiamo pensato che concepire un disco di solo dub e un disco di sole canzoni classiche potesse concedere più libertà espressiva in entrambe le direzioni. In vulnus, ultimo album di “forma-canzone” è stata invece un’esperienza di disco corale. Come vedi quell’esperimento a distanza di un anno? Quella del disco corale è stata di sicuro un'esperienza molto interessante e credo ben riuscita, nonostante qualche paura iniziale. Come ad esempio il rischio di cadere nella trappola dell’effetto compilation. Ma per fortuna il nostro sound, per chi ci conosce, è ormai ben riconoscibile a prescindere dalla voce. Perciò il disco è andato bene, e credo sarà un’esperienza che ripeteremo. Anche perché le collaborazioni, si sa, generano creatività.
In quel disco c’era addirittura Raiz, voce storica degli Almamegretta, che in qualche occasione presentò il disco insieme a voi e partecipò al concerto-tributo a D.RaD, vostro compagno di viaggio scomparso prematuramente. Vi rendete conto di avere sfatato un mito del rock, che vuole che dietro a un addio ci sia sempre un litigio furioso? (sorride, ndr) Sull’addio di Raiz sono tornato più volte nel corso degli anni, e ricordo ancora una discussione con i fan sul sito in proposito. Quella volta scrissi loro “se l’esigenza di Raiz è intraprendere una carriera solista, non possiamo legarlo a noi: se vuole andare allora deve andare. Poi” aggiunsi “ci sarà sicuramente modo di incontrarci ancora”. Così, infatti, è stato: con il tributo all’amico comune D.RaD - dovuto, perché all’idea Almamegretta ha dato tantissimo - con il pezzo che Raiz ha cantato nel nostro disco, e con un suo pezzo che noi abbiamo rielaborato in chiave dub nel suo nuovo album. Perciò, a distanza di anni, la mia idea non è cambiata: se un gruppo diventa per un artista come una camicia di forza e ci si sente costretti, penso sia giusto andare via e seguire la propria strada. Dall’altro lato, se il gruppo è sempre stato un collettivo aperto e mutevole, è giusto che l’avventura musicale continui. Noi, anche dopo l’addio di Raiz, abbiamo continuato a credere nell’originalità e nella validità del progetto Almamegretta, perciò abbiamo continuato. E secondo te in cosa consiste questa essenza Almamegretta? Il gruppo è nato fin dall’inizio su binari musicali ben precisi, con l’intento di coniugare insieme discorsi geograficamente lontanissimi, come il reggae jamaicano, il dub inglese e il sound napoletano. La nostra idea è sempre stata semplice: prima di suonare, un musicista parte da una serie di ascolti fatti. Chi fa musica ha il dovere di ascoltare quello che è stato fatto prima di lui. Tanto più che oggi non si inventa niente, e perciò l’unica cosa che può avere un senso è l’originalità data dalla rielaborazione di cose già esistenti, le quali messe insieme danno origine a qualcosa di nuovo. In fondo è stato così anche per Elvis, che da due cose già note e tuttavia molto distanti, come il country bianco e il blues nero, ha creato il rock ‘n’ roll, una miscela esplosiva. Qual è il sogno musicale che vorreste ancora realizzare? Più che un sogno è un impegno: vorremmo suonare molto di più all’estero. Fin dai primi album abbiamo collaborato molto con persone straniere che per noi erano veri e propri punti di riferimento, e sui cui dischi ci siamo formati, come i Massive Attak, Bill Lasswel, Adrian Sherwood. La nostra domanda, perciò è molto semplice: se arrivare in Italia dall’estero è così semplice, perché non dev’essere possibile il contrario? La risposta ovviamente è altrettanto semplice: vista dall’Europa, l’Italia è solo una piccola provincia. Ragion per cui dall'Italia, dal punto di vista discografico, ci si aspetta sempre le stesse cose. Però poi dall’altro lato, tutte le volte che ci capita di suonare all’estero, siamo stati accolti benissimo. Come mai? Per questo il nostro prossimo impegno sarà intensificare i live all'estero: per rompere il muro e dimostrare che in Italia, oltre a quella melodica, c'è un'altra musica ugualmente importante. Gli Afterhours, per esempio, per rompere il muro hanno scelto di partecipare al festival di Sanremo. Pensi possa essere una possibilità? Anche noi una volta abbiamo presentato un pezzo a Sanremo, che però fu scartato. Ma in realtà Sanremo è solo uno dei tanti modi per aumentare la visibilità, tenuto conto che poi il pubblico di Sanremo non è più quello che compra i dischi e non è quello che va ai concerti. È solo una questione di spazi: oggi gli spazi per la musica sono praticamente inesistenti e il mercato discografico è in crisi, ma anziché trovare soluzioni si inseguono palliativi: come le tv musicali, che passano in continuazione quella ristretta cerchia di pezzi, o come la chimera dei talent-show, con i quali ci si illude di aver risolto il problema, senza rendersi conto che il miracolo del successo discografico non potrà poi ripetersi ogni volta. Vai alla pagina degli Almamegretta Vai alle altre Interviste |
|
Scritto da Simone Arminio
Martedì 16 Giugno 2009 15:33
|



Intervista di Simone Arminio
Il nome del nuovo tour riprende il titolo di un album del 1996, come mai?
In quel disco c’era addirittura Raiz, voce storica degli Almamegretta, che in qualche occasione presentò il disco insieme a voi e partecipò al concerto-tributo a D.RaD, vostro compagno di viaggio scomparso prematuramente. Vi rendete conto di avere sfatato un mito del rock, che vuole che dietro a un addio ci sia sempre un litigio furioso?