Intervista di Simone ArminioPaolo Pietrangeli è uno che di acqua sotto i ponti ne ha vista passare parecchia: cantautore “impegnato”, acuto osservatore della realtà sociale, autore di brani divenuti veri e propri inni di protesta come Contessa e Rossini. Lo abbiamo rintracciato in occasione dell’uscita nei negozi di Antologia, doppio album contenente anche cinque inediti, per sapere da lui come è girato il mondo in questi ultimi quarant’anni. Come nasce la necessità di pubblicare un’antologia completa delle proprie opere? Dovreste chiederlo all'editore: è lui che ha avuto questa brillante idea. Io all’inizio non ero neanche molto d'accordo, mi sembrava un po' iettatorio, perché le antologie in genere si fanno a fine carriera. Però mi ha fatto anche molto piacere, perché è un modo per ripercorrere un lungo percorso di vita, di storie e sensazioni vissute. Così alla fine ho accettato, e per non fare solo un’operazione celebrativa, e per legarla piuttosto anche al presente, ho messo dentro cinque inediti. Ci racconti qualcosa di questi brani inediti, allora. L'ultimo, che ho inserito in fondo al disco (Addio padre madre addio, ndr) è nato da una mia storica incomprensione nei confronti di alcune dinamiche della politica internazionale. Io, che sono nato con la speranza che tutti fossimo cittadini del mondo, assisto invece da anni con sofferenza al meccanismo indecente della cosiddetta 'clandestinità', un concetto che, di per sé, è una cosa al di fuori della grazia di Dio. E siccome anche quella contro i clandestini è una guerra, seppure non dichiarata, per raccontarla ho pensato di riprendere una vecchia canzone popolare sulla guerra mondiale. Cambiandone testo e musica, ma mantenendone la forma di ballata e una strofa del testo originale, poiché mi sembrava adatta a descrivere anche questo tipo di guerra. Un secondo inedito di questo disco, Fiore di Gaza mi è venuto in mente quando lo scorso gennaio è ritornata, atroce, la crisi nella Striscia. In quel caso ho cercato di mettere insieme fatti personali e problematiche sociali, come faccio spesso. Poi c’è una sorta di secondo atto della storia d’amore raccontata tanti anni fa ne Lo stracchino. Questa volta però, piuttosto che dal droghiere, l’amore è scoppiato in un supermercato, fra un cliente e la cassiera annoiata… È anche questo un segno del cambiamento dei tempi? Beh, il supermercato è di certo un luogo molto meno romantico di una bottega! Infatti il brano, anche musicalmente, è un rock 'pezzente' e preconfezionato: ho voluto omaggiare in questo modo l’atmosfera che si respira nei supermercati di oggi.
Grazie ai temi trattati, questa raccolta, oltre alla sua storia personale, attraversa anche quarant’anni di storia italiana. Crede che la nostra società sia cambiata molto in tutto questo tempo? Ci sono sempre due risposte a domande del genere. La prima che mi viene in mente è che, contrariamente a quanto si crede, le cose attorno a me siano cambiate troppo poco. I problemi sociali, infatti, sono sempre gli stessi, e nella sostanza non è cambiato nulla: era un mondo orrendamente ingiusto prima e lo è ancora adesso. Allo stesso tempo, però, il mondo attorno a noi è anche cambiato, e molto. Ad esempio i modi di trasmissione del pensiero e l'avvento di Internet hanno dato un'accelerazione alle nostre vite. Ma il risultato è che trasmettere un così alto numero di informazioni in poco tempo dà l'impressione di non avere mai avuto alcuna informazione. E poi anche il rifugiarsi in casa propria davanti ad un pc, se da un lato agevola la trasmissione di dati, dall'altro fa si che la gente si senta sempre più isolata. Sopraggiunge la crisi dei rapporti reali: oggi suoni e immagini si diffondono molto di più di quanto non si diffonda la conoscenza tra persone. Non so se è positivo o negativo, dico solo che è così. Questo affollamento di input ha influito anche nel suo modo di scrivere canzoni? Io continuo a fare musica sempre allo stesso modo: la faccio alla chitarra, alcune volte chiedo una mano a persone che conosco per darle un vestito sonoro più complesso, altre volte invece le lascio così. Nel frattempo sono anche invecchiato di quarant'anni. Ma credo che il mio slancio non si sia affievolito: sicuramente è cambiato, ed anche in funzione dei mutamenti del mondo. Forse è diventato più doloroso. Nella società attuale anche il mondo musicale è cambiato moltissimo. La produzione artistica e l’ispirazione sono diventati parte di un vero e proprio sistema industriale, salvo poi entrare in crisi come tutto il resto dell’industria. Forse ha avuto ragione lei, allora, a rimanere da solo con la sua chitarra? Sono strano anche in questo, ma il mercato musicale e le multinazionali le ho sempre evitate. A dire il vero, però, non ho mai capito se ho fatto bene o male. Perlomeno, il cambiamento di questi anni non mi ha toccato. E di sicuro ho guadagnato la possibilità di fare sempre la mia musica come e quando pareva a me, non componendo mai per lavoro, ma solo per assecondare quell'urgenza espressiva che i fatti personali o le questioni sociali mi davano. Ho sempre pensato che il mio non puntare sulla musica come lavoro principale (Pietrangeli è anche un apprezzato regista televisivo e cinematografico, ndr) mi potesse garantire una libertà artistica assoluta. Ma siccome c’è sempre un rovescio della medaglia, posso di certo affermare che nella mia carriera è sempre mancato un contraddittorio, il confronto costruttivo con un produttore: qualcuno che sappia applicare la tua necessità di esprimerti con degli obiettivi da raggiungere. Anche quello, in qualche modo serve. Ma pazienza: non si può certo avere tutto.
Una domanda a bruciapelo: ha ancora senso, oggi, fare i cantautori impegnati e scrivere canzoni di protesta? Avrà senso finché ci sarà un pubblico disposto ad ascoltare. Il problema, oggi, è più che altro far sapere alla gente che c'è ancora un movimento artistico di questo tipo, poiché si tratta di un mondo escluso dai circuiti tradizionali. Ovviamente non parliamo solo di cantautori. Credo che la discriminante sia più che altro legata all'urgenza del racconto: c’è chi tratta la musica come un mestiere, e perciò spesso se ne frega delle cose che dice, basta che le dica. E c’è invece chi fa musica perché ha necessità di raccontare qualcosa. Ovviamente, in quest’ultimo caso, l’importante è evitare che la musica sia solo un supporto a dei contenuti, altrimenti è meglio far poesia. Torniamo alla sua musica, allora: c’è un brano di questa antologia a cui è più legato, e se si, perché? Non ho figli e figliastri: ognuna di queste quarantotto canzoni ha per me una sua ragione d'essere. Certo, non le ascolto tutte una di fila all'altra, ma quando ne risento qualcuna mi ricordo di un momento, di un episodio personale, ed è un ricordo piacevole. Ovviamente fra loro ci sono canzoni particolari, poiché sono quelle che hanno fatto si che molte persone mi ascoltassero e mi seguissero: come Rossini o Contessa... Ci racconti la vera storia di Contessa: molti dicono che sia nata da una conversazione ascoltata in un bar di Roma. E' vero? Si è no. Poiché c'era un bar in cui si andava, a Roma, in quegli anni, e dove ogni tanto veniva a prendere il caffè gente un po’ più altolocata. E c'è stato un giorno in cui una signora anziana e un militare, credo un generale o un colonnello, conversando fra loro sui fatti di cronaca di quei giorni (era il periodo della prima occupazione alla Sapienza e della morte di Paolo Rossi, ucciso dai fascisti) hanno cominciato a scambiarsi una serie allucinante di ovvietà. Quella discussione mi fece indignare a tal punto che, arrivato a casa, un po' ripensando a quei due, un po' inventando di mio, scrissi Contessa. Che è poi diventato uno dei suoi cavalli di battaglia dal vivo, e a proposito di concerti: seguirà un tour particolare all'uscita di questo doppio album? Il mio tour è sempre lo stesso, e funziona uguale da anni: la gente mi chiama, io metto la chitarra in spalla e vado a suonare. Non ci sono mai stati tir ed elefanti al mio seguito. Al massimo, qualche volta, c’è qualcuno che parte con me, e con cui ho il piacere di condividere il palco. Ma non si tratta di turnisti, sono prima di tutto amici. Anche stavolta sarà così. Vai alla pagina di Paolo Pietrangeli Vai alle altre Interviste |
|
Scritto da Simone Arminio
Lunedì 19 Ottobre 2009 11:08
|



Intervista di Simone Arminio
Grazie ai temi trattati, questa raccolta, oltre alla sua storia personale, attraversa anche quarant’anni di storia italiana. Crede che la nostra società sia cambiata molto in tutto questo tempo?
Una domanda a bruciapelo: ha ancora senso, oggi, fare i cantautori impegnati e scrivere canzoni di protesta?