Zarrillo, una storia lunga trent'anni
Scritto da Gerardo Larosa
Venerdì 23 Ottobre 2009 15:10
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Michele Zarrillo su PopOn Tutto è pronto per la partenza della mini tournée di Michele Zarrillo, che domani prenderà il via da Lecce. Un modo per festeggiare trent'anni di carriera, in attesa di dare alla luce nel 2010 un nuovo album di inediti. Così PopOn non ha perso l'occasione di fare il punto sulla storia musicale del cantautore romano. Artista sincero con se stesso e con il suo pubblico, Zarrillo si è raccontato e ci ha spiegato cosa, secondo lui, manca ai giovani d'oggi per comunicare con la gente attraverso le canzoni.

Cinque date nei teatri italiani. A cosa è legata questa mini tournée?
È uno spettacolo che chiude un biennio, perché è stato preparato nella primavera dell'anno scorso, ed è il riassunto dei miei trent'anni di carriera. Ci saranno le canzoni più importanti, alcune riarrangiate, per oltre due ore di musica. Cercherò, quindi, di fare un riepilogo della mia carriera. Dopo queste cinque date, però, comincerò a lavorare per un album di inediti, che dovrebbe uscire, se tutto va bene, nel settembre del 2010.

Hai iniziato giovanissimo a esibirti dal vivo...
Sì, il live è una dimensione che mi s'addice, me l'hanno fatto notare molte persone in questi anni. Provo una grande emozione ogni volta che salgo su un palcoscenico e mi rendo conto che è una delle cose che mi fa stare meglio. Quelle due ore di spettacolo mi aiutano ad allontanare i problemi della vita quotidiana. Magari li racconto pure nelle canzoni e questo serve come sfogo. Mi piacerebbe che i concerti durassero quattro o cinque ore, fino allo sfinimento mio e del pubblico (ride, ndr). Poi, sai, in televisione non abbiamo più molti spazi. Una volta c'era il Roxy Bar o Taratatà. Ultimamente, questi luoghi in cui si poteva suonare con la band anche per mezz'ora, sono diventati dei miraggi. Quindi, il live diventa un punto di incontro e di grande esternazione personale.

Il concerto è anche un'occasione per far rivivere alcune canzoni del passato?
Sì, è un modo per riportarle in luce. Certo, ogni spettacolo si differenzia da un altro e rispecchia lo stato d'animo di quel momento. Magari nel prossimo tour ci saranno brani che per dieci anni non ho eseguito. Le canzoni sono come le persone: a volte, ti danno la possibilità di essere riavvicinate. Quante volte ci capita di riascoltare un vecchio disco e di provare delle sensazioni nuove? Questo è il segreto di certe cose che non hanno tempo e che non sono “di tendenza”, perché sincere e fatte con ispirazione.

Michele Zarrillo su PopOn Alcuni tuoi brani ne sono un esempio. Con il tempo hanno vissuto una seconda giovinezza...
Alcuni, all'inizio, sono passati inosservati. Anche le mie partecipazioni al Festival di Sanremo non sono mai state eclatanti e non ho mai fatto tanto notizia. Questo dipende certamente dal mio carattere: non sono un presenzialista e non mi faccio notare molto. Però una piccola soddisfazione l'ho ricevuta, perché, poi, quelle stesse canzoni “dimenticate” parlano per me da più di venticinque anni (sorride, ndr).

Anni di carriera cominciati come?
Il tutto è partito quando avevo undici-dodici anni, con vari complessini; poi ci sono stati i Semiramis, una band del periodo progressive italiano. Negli anni Settanta c'era molta sperimentazione e il mondo stesso era in una fase culturalmente rivoluzionaria. Aver vissuto quel periodo mi ha fornito un bagaglio importante. I più attenti, in alcuni miei dischi, possono notare delle sfumature e una ricerca armonica che riportano a quel tempo lì.

Ma quando Michele Zarrillo ha capito che voleva fare il cantante da grande?
L'ho capito quand'ero molto giovane, cioè “capito” è un parolone. Mi sono messo a cantare e qualcuno ha detto: “Che bella vocetta!”. A sette anni vinsi il primo concorso in oratorio, poi mio padre mi comprò una chitarra acustica. Il maestro di quinta elementare, infatti, mi buttava fuori dalla classe tutti i giorni perché davo fastidio, battendo sui banchi. Da lì ho studiato musica e sono andato avanti formando i primi gruppi. È stato un processo naturale.

Veniamo agli anni Ottanta, quando per un cambio di casa discografica, hai avuto un momento di difficoltà e sei rimasto defilato.
Ne ho avuto un paio di questi momenti. Sai, la cosa che mi stimola di più e diverte, se così si può dire col senno di poi, è il fatto che io mi metta sempre in gioco. Avrai notato questa mia “altalenanza” nel successo: sicuramente è legata al mio modo di pensare. Ci sono momenti in cui ho voglia di esserci e altri in cui mi chiudo di più per via di mie problematiche interiori. È la mia indole e ho imparato ad accettarmi: questo è già un bel traguardo (ride, ndr).

Proseguiamo nel racconto e arriviamo a Vincenzo Incenzo, ancora oggi autore di molti tuoi testi.
L'incontro con Vincenzo è legato a un mio periodo particolare. Dopo una separazione importante, conobbi Vincenzo tramite una mia corista. Lavorammo per mesi senza contratto, senza sapere chi avrebbe pubblicato queste canzoni. E di una cosa sono certo: la musica, come qualsiasi forma d'arte, deve avere questa prerogativa, cioè essere vissuta senza pensare alla parte materiale. Poi è subentrato un produttore che mi ha aiutato (Alessandro Colombini, ndr)... Insomma, quello è stato un momento fortunato per tutti.

Michele Zarrillo su PopOn Nel tuo percorso musicale non ci sono tantissime collaborazioni. Come mai?
Ho avuto la possibilità di cantare con grandi artisti italiani e questo mi ha lusingato molto: Renato Zero, Claudio Baglioni, Tiziano Ferro e Fabio Concato, in un Sanremo dove mi sono molto emozionato. Sono cose che avvengono casualmente, non c'è una programmazione. In ogni momento di quelle collaborazioni c'è stata un'emozionalità, appunto perché non è stata studiata a tavolino un anno prima. Era l'esigenza del momento di incontrarsi e di cantare insieme o per amicizia o per affetto o per stima. Sono momenti che porterò dentro di me per tutta la vita e spero che quei cinque minuti abbiano generato anche negli altri quell'emozione che ho provato io.

Cosa pensi del fatto che gli artisti di domani potrebbero venir fuori da un programma televisivo?
E’ una fortuna che ci siano programmi televisivi che aiutano molti giovani a venir fuori. La tendenza, però, non è tanto quella di cercare giovani artisti, ma qualche cantante, e questo è un limite. Secondo me, bisogna puntare sull'artista perché di interpreti bravi ce ne sono tanti, anche ai piano bar, nei villaggi o nei club. La comunicazione, però, vive di altre cose, vive dell'interiorità, del fatto che non riesci a capire perché un artista ti emoziona di più e un altro di meno. Sono cose ancestrali, che è difficile spiegare. Sono contento che ci siano vetrine per gli emergenti, ma più che sull'intonazione di un cantante, bisogna puntare sulla sua profondità, sull'essenza.

Quindi, è l'interiorità che rende caratteristico un cantante?
Tutti i grandi nomi hanno dalla loro questa peculiarità. E poi è anche legata alle sofferenze. Io, nel mio piccolo, posso dirti che avere il ruolo di artista è bellissimo, perché ti senti un privilegiato: qualcuno ti riconosce, ti saluta, sei avvantaggiato nel prenotare un albergo o un ristorante (ride, ndr), però poi nel privato si è costretti a fare i conti sempre con la ricerca spasmodica di se stessi, di qualcosa che non si sa bene cos'è. Un discorso che vale per musicisti, cantautori, pittori e scrittori. Tutto ciò è stimolante, ma crea anche delle sofferenze.

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