Intervista di Simone Arminio“Di vincere al Festival - confida a PopOn Simone Cristicchi - davvero non m’interessava. E non cerco tormentoni, anzi, sono io il primo a odiarli”. Subito dopo rivela di essere l’artista che con la sua esclusione ha provocato la celebre sommossa dell’Orchestra dell’Ariston, e riconosce di essere un discreto fabbricante di motivetti ossessivi. L’ultimo (Menomale che c’è Carla Bruni / Siamo fatti così / Sarkonò Sarkosì) ruota ancora in testa ai milioni di telespettatori del Festival. Non a lui, che appena terminato Sanremo è ripartito alla conquista delle città italiane con un nuovo album, Grand Hotel Cristicchi, e ben quattro spettacoli dal vivo. Tra i quali spunta una nuova sfida: mettere in scena un monologo in cui per la prima volta non ci sarà spazio per le sue canzoni… Simone Cristicchi, fra i brani del nuovo album spicca Meteore, un’insolente presa in giro ai Talent Show. Eppure da quest’anno i “cantanti televisivi” hanno ufficialmente preso in mano il Festival. Va bene così? Sicuramente la presenza di così tanti artisti che provenivano dai talent show ha portato molto pubblico al Festival, un pubblico giovane, e questo è un fatto positivo. La cosa che probabilmente cambierei è l’importanza del televoto. Ma è un fastidio che può avere chi tiene alla gara e vuole vincere. A me, sinceramente, non interessava. Eppure Sanremo sarebbe, in teoria, ancora il tempio della musica italiana: il luogo dove si decide chi è il migliore artista dell’anno… Fosse davvero così, si dovrebbe combattere tutti con le stesse armi. E magari dare importanza al televoto ma anche a una giuria di qualità, o al giudizio pubblico in sala. Insomma ci vorrebbe una cosa più equa. Ma ripeto: a me, sinceramente… Quest’anno, però, c’è stata una presa di posizione importante da parte dell’orchestra, che ha strappato gli spartiti di fronte ai dati del televoto. Come giudichi l’avvenimento? È stato un momento divertentissimo: noi eravamo al ristorante, e quando abbiamo visto la scena siamo rimasti letteralmente stupefatti. È un segnale forte, soprattutto nei riguardi di chi è stato eliminato dal televoto e invece risultava fra i preferiti dall’orchestra… Io ad esempio ero al primo posto nella loro classifica, seguito da Malika (Ayane, ndr), così come ci è stato poi comunicato. Mi sento perciò in parte responsabile di quanto è successo!
Finito in qualche modo Sanremo, eccoti alle prese con Grand Hotel Cristicchi. Hai spiegato che si chiama così perché lo hai scritto nelle varie camere d’albergo in cui sei stato. In realtà, però, la forma-albergo sembra specchiarsi anche nella struttura del disco. Non è così?La scaletta di un disco puoi farla in mille modi. Io ho preferito gestirla come se fosse fisicamente l’edificio di un hotel: si parte dalle fognature con Il pesce amareggiato , si sale poi al primo piano, dove accadono svariate cose. Nella sala letture troviamo i giornali e le riviste, con le loro notizie dal mondo. Nelle camere, la televisione trasmette i Talent show. Mi piaceva ospitare nel mi hotel alcune storie. Storie che ho scelto ma che racconto, come dire, “casualmente”, allo stesso modo in cui, quando siamo ospiti in un hotel, finiamo per puro caso in una stanza piuttosto che in un’altra. Le camere d’hotel hanno in sé questa caratteristica di estrema casualità. A Sanremo, per dire, c’è la stanza dove si uccise Luigi Tenco… Ci sono stanze in cui avvengono molte cose. Quando ci penso mi viene sempre in mente “Shining”… e tra l’altro gli alberghi di Sanremo somigliano molto, come struttura, proprio all’Overlook Hotel di “Shining”! Riguardo agli alberghi in musica, il primo esempio che viene in mente è quello di Vasco Rossi con Stupido Hotel. Lui però si è messo dalla parte dell’ospite, tu invece perché hai scelto di fare l’albergatore? Io sono esattamente colui che ospita le storie nelle stanze-canzoni del mio disco. Poi c’è anche un fattore simbolico: la camera d’albergo, come il supermercato, il distributore di benzina e molti altri luoghi, è un “non-luogo”. Si tratta di posti che non hanno un’identità propria: siamo noi, nello stesso momento in cui ci entriamo, a dare loro la nostra identità. Ecco, è un po’ quello che ho voluto fare io con questo disco. Proprio per questo motivo tante canzoni sono scritte in prima persona. Ci sono alcuni personaggi che entrano in scena e prendono possesso del brano proprio come fanno gli ospiti di un hotel con la propria stanza. È un approccio teatrale, se vogliamo, perché entri dentro a un personaggio e parli per sua bocca, anche se mai in maniera irrispettosa. C’è infatti sempre una documentazione dietro alle storie che racconto: su alcuni fatti è d’obbligo documentarsi prima di parlarne. Nei teatri sarai a breve con Li romani in Russia, un monologo che nulla ha a che vedere con la musica. Com’è nata questa propensione teatrale?È nata durante i miei primissimi concerti, nei locali di Roma. Ho cominciato col fare delle brevi presentazioni delle mie canzoni. Presentazioni che sono diventate, lentamente, sempre più lunghe e complesse, fino a diventare dei veri e propri monologhi. Al teatro canzone di Gaber sono arrivato poi molto più tardi. Pian piano, nel tempo, ho pensato i miei concerti sempre più come degli spettacoli teatrali, con una storia centrale da raccontare e in mezzo delle canzoni. Centro d’igiene mentale, ad esempio, era uno spettacolo dove parlavo degli ex manicomi, scegliendo una serie di brani che potessero accompagnare in musica questi racconti. Poi c’è stato lo spettacolo con il Coro dei Minatori di Santa Fiora, in cui io faccio solo da narratore esterno: loro cantano e io racconto. Fino ad arrivare all’ultima sfida, quella del monologo puro, con Li romani in Russia , per la regia di Alessandro Benvenuto. Era un mio vecchio sogno: sono un fan di Beppe Grillo, di Marco Paolini e Ascanio Celestini, e ho sempre avuto in mente di realizzare uno spettacolo reggendolo totalmente sulle mie forze, senza la musica. Ci arrivo dopo uno studio di più di un anno. Quando potremo vederlo? Farò delle anteprime, ma lo spettacolo vero e proprio, quello con la regia di Benvenuti, andrà in scena da novembre in poi. Il percorso teatrale proseguirà parallelo a quello musicale? Quando inizierà il tour teatrale farò solo quello. Ma fino a novembre porterò in giro contemporaneamente quattro spettacoli diversi, perciò mi capiterà di fare una serata con i minatori, poi una con Li romani in Russia, poi di nuovo i minatori e poi il quartetto d’archi (spettacolo con lo Gnu Quartet, ndr). Credo che sia una cosa meravigliosa, perché in questo modo fare il mio mestiere non mi annoia mai, non è mai ripetitivo. C’è un lavoro duro sulla memoria, certo: perché ogni spettacolo ha le sue canzoni, e i suoi monologhi. Ma sono felice di poter variare.
Torniamo al disco, in cui per la prima volta troviamo un’attenzione per la musica popolare. Com’è nata?Per caso: tre anni fa anni fui invitato dal maestro Ambrogio Sparagna a partecipare a un concerto con la sua orchestra. Tutto nasce da quell’esperienza, e dalla curiosità di esplorare anche quest’altro mondo musicale. Ho cominciato a inserire nei miei live musicisti che suonano strumenti popolari, zampogne organetti, contaminando la mia musica con quella popolare, fino alla scoperta del coro di minatori, dei veri puristi della musica popolare e del canto da osteria! In questo disco cantiamo insieme Volemo le bambole , una canzone che è una contaminazione tra rock e musica popolare. Un’altra canzone, invece, si rifà invece alla musica balcanica. Anche stavolta tratti temi abbastanza forti, e allo stesso tempo tendi verso il comico. Che peso hanno nella tua musica questi due aspetti? Beh, per le tematiche trattate questo disco è un po’ più serio degli altri. È perciò un po’ più coerente. Lo è anche musicalmente, perché è stato sempre suonato, non c’è l’elettronica e ha quindi una veste più live. Riguardo al serio e al comico… in me hanno sempre convissuto queste due anime. La domanda da fare sarebbe, piuttosto: che genere faccio? Una domanda a cui è molto difficile rispondere. Chiederò allora una cosa al Cristicchi serio ed una a quello più comico. La prima è: c’è qualche tema che vorresti trattare e che ancora non hai affrontato? Ce ne sono tantissimi. L’altra: tutti, fuori di qui, canticchiano ancora “Sarkonò-Sarkosì”. Dì la verità, quanto ti piace creare tormentoni? No, io li odio, giuro! Li odio così tanto che nei miei spettacoli faccio sempre una canzone, Il fabbricante di canzoni, dove prendo in giro tutti i tormentoni, compresi i miei. Però continuano a uscirmi, perciò si vede che sono predestinato a scriverli. Una cosa davvero buffa. Vai alla pagina di Simone Cristicchi Vai alle altre Notizie |
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Scritto da Simone Arminio
Giovedì 04 Marzo 2010 21:00
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Intervista di Simone Arminio
Finito in qualche modo Sanremo, eccoti alle prese con Grand Hotel Cristicchi. Hai spiegato che si chiama così perché lo hai scritto nelle varie camere d’albergo in cui sei stato. In realtà, però, la forma-albergo sembra specchiarsi anche nella struttura del disco. Non è così?
Nei teatri sarai a breve con Li romani in Russia, un monologo che nulla ha a che vedere con la musica. Com’è nata questa propensione teatrale?
Torniamo al disco, in cui per la prima volta troviamo un’attenzione per la musica popolare. Com’è nata?