Intervista di Simone ArminioLe loro lunghissime capigliature attorcigliate e i loro sguardi intensi sanno di storia della musica italiana. Sono Bunna e Madaski, da trent’anni titolari della premiata ditta Africa Unite e coppia artistica fra le più rodate del panorama musicale alternativo. Li incontriamo a Bologna, a pochi metri dalle due torri, prima del concerto di presentazione di Rootz, il loro ultimo album, dallo scorso marzo nei negozi. All’ordine del giorno, per noi, c’è una sola voce: cercare di capire cosa trasforma una reggae band in una bandiera di libertà espressive e culturali. Saranno entrambi a svelarcelo, rimpallandosi ogni domanda per fabbricare le risposte "collettivamente individuali”. Come, giurano, avviene da sempre per i loro brani. Africa Unite: quindici dischi sulle spalle, una marea di live su e giù per lo stivale, e non sentire stanchezza… Eh, no: la stanchezza la sentiamo tutta. Ma, vedi, stanchezza fisica non equivale a stanchezza creativa. Perciò quando dobbiamo tirare fuori l’essenza Africa Unite siamo sempre puntuali nel farlo. O almeno ci proviamo. Solitamente un gruppo reggae si ripete all’infinito oppure si snatura, per noia o voglia di commercializzarsi. Da Rootz emerge invece che gli Africa sanno variare tenendo la barra ben ferma sulla propria anima originaria… Qual è il vostro segreto? In tutti i nostri dischi, forse anche più di altri gruppi, abbiamo cercato soluzioni che sconfinassero dal genere. Parallelamente, però, abbiamo sempre cercato di creare uno stile riconoscibile e personale. Forse è proprio per questo che dici che la barra è ben ferma: perché di base siamo concentrati su quello che è lo stile Africa Unite. Il quale, poi, al suo interno ha diversi colori, diverse sfumature e un paesaggio che cambia ogni volta. Ma il pittore è sempre lo stesso. Deriverà dal fatto che siete una coppia compositiva ormai rodata? E la domanda, perniciosa è: come si riesce a far funzionare una coppia artistica così a lungo? La nostra accoppiata nasce in primo luogo per questioni geografiche: noi due siamo vicini di casa da sempre, da prima ancora che gli Africa esistessero, quando eravamo giovanissimi. (Bunna: Perché, vedi, devi sapere che una volta anche noi eravamo giovani… Madaski ride di gusto, ndr). In ogni caso, nonostante siamo molto differenti l’uno dall’altro, siamo sempre riusciti a trovare il giusto equilibrio, sviluppando una creatività comune che soddisfi entrambi. Il suono degli Africa è da sempre la somma di queste due personalità musicali. Diciamo che sappiamo lavorare collettivamente ma in modo individuale. Potrebbe sembrare un paradosso, ma è così. Perché molto spesso lavoriamo singolarmente, poi ci passiamo le cose e ognuno aggiunge il suo. E il risultato è sempre comune. Per presentare Rootz avete scelto Cosa resta: un brano fuori dai canoni radiofonici e dai canoni discografici. Verrebbe da dirvi: cari Africa, ve le andate proprio a cercare… Guarda, la realtà è molto semplice: le radio non ci passano comunque, e i singoli classicamente intesi non siamo capaci a farli. Allora tanto vale fare quello che vogliamo! (ridono entrambi, ndr) D’altronde le nicchie come il reggae difficilmente hanno grossa visibilità: se non fosse per delle radio o delle televisioni di circuito, che supportano e propongono musica alternativa e di nicchia, noi non avremmo spazio. Perciò la nostra popolarità l’abbiamo da sempre costruita sul campo: suonando molto, anche perché all’inizio era l’unico mezzo per autopromuoverci. Abbiamo continuato così, e ci rendiamo conto che i risultati ottenuti sono molto più solidi di quelli che può portarti una campagna promozionale. Che dà tanta popolarità sul momento, ma rende fragili e facilmente dimenticabili. Il reggae è fatto di libertà: ma quali libertà mancano oggi nel mondo musicale?Questa è una domandona. Quando abbiamo cominciato, negli anni ’70, nella musica non c’era niente. Non c’erano locali, club, non c’erano festival e se ci pensi non c’era neanche la musica, nel senso che non c’era né il reggae né una musica italiana che fosse diversa dal mainstream rappresentato da musica melodica sanremese e cantautori. Penso poi che negli anni ’80 si sia creato un movimento musicale abbastanza grosso, e che nei ’90 si sia consolidato. Il problema è che negli anni 2000 non è più andato avanti. Così, quelli che c’erano negli anni ’90 hanno continuato a fare le loro cose, e hanno acquistato nuova popolarità. Alcuni in modo più veloce, magari per poi sparire in fretta. Altri invece a piccoli passi, continuando a lottare quotidianamente per il loro spazio. Noi facciamo parte di questi ultimi. Ma alla fine, se ti conti, trovi una decina di gruppi di cosiddetto rock indipendente, un paio di gruppi che hanno fatto qualcosa di più grande, e poco altro. E allora cosa manca alla musica? Evidentemente manca una cultura solida, e soprattutto manca il modo di porsi nei confronti della musica. La cultura musicale dovrebbe essere aiutata a livello statale, e di sicuro da chi è preposto a portare avanti un messaggio musicale, quindi anche dai network e dal circuito live. Invece gli spazi sono sempre meno, e soprattutto sono gestiti dai soliti quattro incapaci. Di conseguenza il mercato (oddio che brutta parola!) si contrae. Ciò crea questa rincorsa musicale affannosa di alcuni gruppi per cercare di somigliare a quello che più funziona, nella speranza di ottenere visibilità. Ma questa è la morte della creatività. Torniamo al vostro disco: dal punto di vista musicale c’è un ritorno dei fiati. Ne sentivate la mancanza? Sì, ne sentivamo la mancanza. Gli Africa sono stati sempre accompagnati dai fiati. Ne siamo stati orfani in Controlli (il precedente album, ndr), e nel momento in cui c’è stata l’opportunità di reinserirli l’abbiamo fatto, perché sono sempre un bel modo di colorare il suono originario di un disco. Anche il suono di Controlli poteva essere fatto con i fiati. Ma in quel momento non c’erano, e piuttosto che cercarne altri abbiamo voluto sperimentare suoni nuovi. Volendo descrivere questo nuovo disco con un solo elemento, a cosa pensereste? Rootz un disco naturale, e se devo pensare a un elemento per descriverlo mi viene in mente… il legno. Come le radici indicate nel nome. Perché è un disco venuto su come una pianta, ovvero fluito naturalmente, senza tanti calcoli. Ma solitamente non siamo abituati a calcolare molto le cose: a parte gli indizi iniziali, i nostri dischi vengono su da soli, per fortuna. Il brano Movimento immobile parla proprio di natura. E per la prima volta, in termini di ecologia, si pone l’attenzione in primo luogo sulle azioni individuali quotidiane. E' così che bisognerebbe fare? Pensiamo che l’ambiente sia un argomento poco politico che, al limite, viene poi ben strumentalizzato dalla politica. Ma nella dimensione individuale tutti sanno benissimo cosa potrebbero fare: è il classico esempio di un problema per il quale il piccolo impegno di ciascuno potrebbe significare moltissimo. Crediamo che ognuno debba chiedersi ogni giorno qual è la cosa più semplice e naturale che può fare per il mondo, senza tante ipocrisie. Saremo un po’ evangelici, e non lo siamo mai: ognuno può fare un fioretto quotidiano per l’ambiente. Perché in genere tutti pensano “tanto io cosa posso fare”, ed è ciò che rovina tutto. Se, viceversa, ogni individuo si sentisse parte attiva dela massa, potrebbe riuscirebbe a fare cose molto importanti per l'ambiente. Gli altri due grandi temi politici di questo disco sono l’omofobia e un manifesto sul tempo presente, in polemica con le promesse di un aldilà delle religioni. Potremmo dire che i due temi, omofobia e religione, negli ultimi tempi sono stati pericolosamente vicini. Ma non lo diremo, perciò li tratteremo separatamente…Ma sì che possiamo dirlo, invece! In più omosessualità e pedofilia sono due cose legate, no? (ridono, ndr). Perlomeno è ciò che vogliono farci credere. In questo campo stiamo arrivando a degli assurdi pazzeschi, e chissà come fanno certi signori a non vergognarsi profondamente delle proprie azioni. Ma a parte questo: sull’omofobia c’è sembrato importante prendere posizione. Poiché, traendo l’ispirazione dal movimento reggae, e perciò dalla Jamaica, volevamo alzare la nostra voce fuori dal coro e in maniera forte (il riferimento è a certe tematiche omofobiche del reggae jamaicano, ndr). Gli artisti giamaicani traggono grosso profitto dall’Europa e dalla cultura europea, perché suonano e vendono i loro dischi soprattutto qui. Me se lo fanno devono anche rendersi conto che nella nostra cultura la questione dell’omofobia proprio non si pone, e da nessun punto di vista. Ci piacerebbe, anzi, fare un appello a tutti i gruppi italiani: invece di parlare sconsideratamente e per copiatura, pensino a che cosa dire di originale. Ci sono un sacco di argomenti da trattare, e forse gli Africa Unite devono parte del loro successo perché, invece di scimmiottare i temi del reggae jamaicano classico, pensano molto a cosa dire. Lì parliamo della morte, della casualità del nostro vivere, e del ciclo naturale che lo governa: un ciclo che finisce quando termina di essere. In cambio parliamo dell’importanza di vivere i singoli momenti al presente. Perché solitamente siamo abituati a pensare ai nostri “farò” ai “faremo”, oppure al passato. E magari ci perdiamo i bei momenti di dialogo, come questo qui. E se siamo portati a farlo è perché, checché se ne dica, la cultura cattolica ci ha inculcato fin da bambini la paura di ciò che viene dopo. Nel nome di questo "dopo" dovremmo rinunciare a qualcosa qui e ora: questo è il loro concetto assurdo, perlomeno dal nostro punto di vista. Perciò sottolineamo con forza la nostra presa di posizione. Potremmo dire, per sintetizzare, che la caratteristica Africa Unite è associare il reggae con dei contenuti altamente originali e molto più vicini alla nostra società? Esattamente. Ed è una questione di coerenza. Noi due abbiamo sempre pensato che la musica sia in primo luogo un messaggio. E se devi dare un messaggio, beh, dev’essere quello che pensi tu, non quello che pensano gli altri! Fa sorridere che certi gruppi reggae italiani parlino di rastafarianesimo come se fossero nati e cresciuti in Jamaica. Una cosa che non gli appartiene ma che funziona. È un circolo vizioso. Tra l’altro Ras Tafari, in quanto imperatore etiope, non sa nulla della religione che porta il suo nome! E noi, per poter dire di fare reggae, dovremmo scimmiottare questa cosa che la Jamaica a sua volta ha scimmiottato dall’Etiopia? Senza contare che noi italiani in quello stesso periodo eravamo in Etiopia ma con Benito Mussolini, a fare tutt’altro! Una curiosità finale per i lettori di PopOn. Se abbiamo fatto bene i conti, l’anno prossimo festeggerete i trent'anni anni di attività. Avete già in mente qualcosa di speciale? No. Oddio, magari domani mattina ci viene in mente una roba allucinante (ridono, ndr), però al momento non abbiamo pensato a niente. Per i nostri vent’anni l’idea ci venne solo durante le ultime date del tour di Vibra: tornando a casa, pensammo che cadevano anche i venti anni della morte di Bob Marley, perciò decidemmo di fare un disco di sue cover. Anche stavolta, se ci verrà in mente qualcosa, sarà all’ultimo momento. Oppure non ci verrà in mente nulla: abbiamo festeggiato i venti, vorrà dire che festeggeremo i quaranta! Vai alla pagina degli Africa Unite Vai alle altre Notizie Condividi |
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Scritto da Simone Arminio
Martedì 04 Maggio 2010 12:45
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Intervista di Simone Arminio
Il reggae è fatto di libertà: ma quali libertà mancano oggi nel mondo musicale?
Gli altri due grandi temi politici di questo disco sono l’omofobia e un manifesto sul tempo presente, in polemica con le promesse di un aldilà delle religioni. Potremmo dire che i due temi, omofobia e religione, negli ultimi tempi sono stati pericolosamente vicini. Ma non lo diremo, perciò li tratteremo separatamente…