Peppe Voltarelli, un allegro solitario
Scritto da Simone Arminio
Martedì 15 Giugno 2010 00:00
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Peppe Voltarelli su PopOn Intervista di Simone Arminio

Rieccolo Peppe Voltarelli. Da quando ha intrapreso la carriera solista sono passati ormai cinque anni e due album. In tutto questo tempo, instancabile, ha percorso il mondo in compagnia della sua chitarra e di un paio di scarpe rosse impolverate. Il risultato è Ultima notte a Malà Strana, un album solitario eppure sorridente e pieno di vita, anzi di vite. Tutte quelle che possono sgorgare dalla solitudine di Malà Strana, storico quartiere di Praga dove Voltarelli spesso si esibisce, e dal quale deriva il titolo del suo album. PopOn lo ha raggiunto in aeroporto, prima del suo ennesimo volo e dell'ennesimo live, per farsi svelare il segreto di tanta affollatissima solitudine.

Da quando ha intrapreso la carriera solista ha cominciato a lavorare per sottrazione, eliminando man mano gli orpelli fino a mettere a nudo la sua anima artistica. Nonostante i buoni risultati, non trova sia stato un po’ rischioso?
La sottrazione è sempre pericolosa. Perché eliminare elementi comporta a monte delle scelte un po’ estreme. E' un po’ come quando ripulisci la rubrica del tuo cellulare: alcuni numeri li cancelli senza problemi, altri invece alla fine si salvano sempre. Ci si assume, in casi come quello, sempre il rischio di sbagliare. Per il disco è stato utile avere le idee chiare su cosa tenere, ovvero la voce e la melodia della chitarra.

Il disco si apre e si chiude con due brani molto intensi e rarefatti, Iamavanti e Iamavantancora, fatti di voci, percussioni e tre verbi ossessivi: andiamo avanti, andiamo indietro, stiamo fermi. E' questo il senso della sottrazione?
Ho considerato Iamavanti una specie di mantra ironico. E, sì, se vogliamo il senso è un po’ quello, perché la percussione è nel nostro dna, è quel ritmo lento e ossessivo che abbiamo dentro, così come le parole scelte, che sono le nostre linee di orientamento quotidiano, anche se molto relative.

Una chiave di lettura potrebbe essere: ci affanniamo sempre tanto ad andare, a fare, ma alla fine torniamo sempre sui nostri passi…
Da un lato effettivamente è così. Dall’altro, il mio voleva essere una sorta di pensiero ‘ecologico’: rimanendo fermi si fanno meno danni. Rimanendo fermi, o stando zitti, in fondo si preserva sempre qualcosa.

Peppe Voltarelli su PopOn In questo album c'è anche un ritorno al dialetto calabrese abbandonato per anni. Perché questa scelta?
Il dialetto per me rimane sempre una necessità, o un’abitudine. E il suo utilizzo non è mai una cosa studiata, ma sempre un'azione spontanea. In questa spontaneità si cristallizza anche una sorta di urgenza espressiva, come avviene con un urlo, una bestemmia, o una confidenza d'amore: in certe cose il dialetto non è mai pura scelta stilistica, ma un vero e proprio strumento per esprimere i concetti più intimi. In quei casi il dialetto diventa per me una lingua al pari dell'italiano.

E il pubblico, soprattutto quello straniero, come accoglie questa sua lingua?
Innanzitutto, paradossalmente, il mio ritorno al dialetto è coinciso proprio con la decisione di andare a vivere all'estero, a Berlino. In quel periodo, infatti, mi sono sorpreso a pensare molto di più in dialetto piuttosto che in italiano o in altre lingue. Un po’ come se fosse spontaneo rifugiarsi in un modo di pensare più intimo e in qualche modo arcaico. Questo è stato un primo spunto per un ritorno al dialetto nei testi delle canzoni. Il secondo spunto è legato alle tournée fatte in Europa e America. Perché mi sono reso conto subito che, all'estero, se una persona canta in dialetto calabrese o in italiano, non fa poi così tanta differenza! Molto fa invece l'atteggiamento con il quale un dato linguaggio viene adoperato. Se dimostri di credere nel dialetto, il pubblico lo capisce e apprezza, ti 'sente' di più e perciò apre il suo cuore. All'estero l’importante non è farsi capire, piuttosto creare un contatto diretto col pubblico. E il dialetto ha in sé questa velocità comunicativa, proprio perché non ha un filtro intellettuale.

Beh, un merito in questa velocità ce l'avrà anche l'onomatopea: tutti quei “tichetetà”, “bonbonbon” e “parararararà” che in questo disco sono così presenti. Perciò, dica, non starà mica lavorando in gran segreto a una sorta di linguaggio artistico universale?
In effetti il linguaggio del “tichetetà” è talmente immediato che non hai bisogno di passaporto: si capisce dappertutto. Ma quella dell’onomatopea è stata soprattutto un'urgenza espressiva dal vivo che poi ha condizionato anche la scrittura. Perché suonando da solo, gli strumenti mancanti o li fai con la bocca, o non te li fa nessuno! C’è la voce, la chitarra, il piede può fare la batteria. E la bocca, quando non canta, fa la parte del violino, della tromba, delle percussioni…

Nel suo disco si trovano anche due piccole polemiche politiche: Sta città e Il paese dei ciucci, che restituiscono all’ascoltatore il ritratto di quest’Italia dozzinale nella quale viviamo. Da cosa nascono?
Si tratta di due pezzi a cui sono molto legato, perché mi sono serviti come sfogo. Li ho usati per dipingere e raccontare un aspetto ben visibile dell’attuale degrado del nostro paese. Però, allo stesso tempo, non vorrei che passassero come un lamento. Mi piacerebbe, anzi, che si cogliesse la linea ironica e leggera con cui ho scritto i due brani. Sia Il paese dei ciucci che Sta città hanno infatti una venatura quasi infantile, di critica inconsapevole. Ecco, vorrei che rimanessero così, perché credo che il lamento non serva a nessuno. Piuttosto, e sempre in tema di onomatopee, quando suono Il paese dei ciucci è interessante notare come quel “ih-oh, ih-oh” del ritornello sia l’unica onomatopea che il pubblico si vergogna a cantare. Questo mi fa sentire, come dire, molto responsabile della mia scelta.

Peppe Voltarelli su PopOn La canzone che dà il titolo al disco è stata scritta e parla di Malà Strana, antico quartiere di Praga che, da come ne parla, sembra appartenerle molto. Ma cos’è che la accomuna a un posto così distante e differente dal suo?
L'idea di scrivere una canzone a Praga e che parla di Praga è venuta andandoci a suonare, e scoprendo una città così distante dall'Italia e dalla cultura italiana. Voglio dire: a Praga non c'è quell’italianità latente che trovo suonando in Germania, Belgio, Francia o in America, luoghi tipici dell’emigrazione italiana. Praga è un posto scuro, dove perdersi, e questo è molto importante: a un certo punto fa bene perdere l'orientamento, non sentirsi nessuno, essere soli in un posto straniero. Poi c’è tutto l'aspetto magico di Praga e del quartiere di Malà Strana, ma quello l’ho scoperto dopo. Col tempo ho scoperto di avere degli amici a Praga, che mi hanno guidato in questo paese in cui casualmente mi sono trovato a suonare, e dove la mia musica ha funzionato senza l’aiuto di una qualche comunanza.

Anche questo album, come il precedente, è stato realizzato con Finaz, chitarrista della Bandabardò. E stavolta troviamo anche un duetto con Erriquez e molte incursioni di Marco “Don” Bachi al contrabasso. Di questo passo, le cose sono due: o lei entra stabilmente nella Banda, oppure la Banda diventa il suo gruppo spalla.
(ride, ndr) Con la Bandabardò c'è una fortissima affinità, sia poetica che umana. Con Alessandro Finaz collaboro ormai da cinque anni. Quest’anno anche Enrico mi ha dato il piacere di condividere con me Gli anarchici di Leo Ferré e Marco Bachi di suonare il contrabbasso in alcuni brani. Io credo che la Bandabardò racchiuda in sé il più autentico spirito di gruppo presente oggi in Italia. Uno spirito ancora così combattivo dopo tutti questi anni. Riconosco alla Banda una grandissima autenticità. Questo mi fa sentire molto vicino a loro e rende piacevole starci insieme. In più penso siano tutti musicisti notevoli, gente veramente brava a suonare. Ma questo non l’ho detto finora perché penso sia scontato.

Peppe Voltarelli su PopOn Una delle canzoni più poetiche di Ultima notte a Malà Strana, è Marinai, brano che porta da anni a teatro, nello spettacolo “Medea e la Luna”. Come mai ha deciso di inciderlo solo adesso?
Marinai è una canzone che avevo scritto quasi dieci anni fa, con un altro titolo. E’ un brano molto importante per me, perché parla dei miei marinai, quelli del mio paese, e perché mi ricorda la Medea. Essere in uno spettacolo scritto da Corrado Alvaro, scrittore calabrese di così grande peso nella nostra letteratura e messo in scena dalla compagnia Kripton, che così tanto ha significato nel teatro italiano, è una cosa che mi ha sempre inorgoglito molto. Sulla scelta di pubblicarlo... in fondo non credo che ci sia tanta distanza tra quello scrivo per il teatro e quello che scrivo per la musica. Credo che uno stile di scrittura debba essere unitario: la propria scrittura è sempre una sola, anche se di volta in volta sceglie di diventare canzone, film o libro.

Fin dal suo esordio con il Parto delle Nuvole Pesanti, sul palco ha sempre suonato mille strumenti: basso, chitarra, tastiera, fisarmonica, tamburello. Ad oggi, quale sente più suo?
In questo momento mi piacerebbe suonare senza strumenti del tutto! Fare delle cose assolutamente cantate e parlate… ma credo che non sia possibile, perciò uso la chitarra. Davvero mi piacerebbe fare delle cose ancora più asciutte di così, anche per una questione di leggerezza, per avere meno valigie (ride, ndr). Però la chitarra rimane sempre uno strumento che mi sento calzare addosso: con la chitarra riesco a raccontare tante cose, a volte usandola anche in modi impropri e non molto canonici. Ad esempio mettendo dentro l'esperienza del punk e elettrificando una chitarra folk.

E i prossimi live che forma avranno?
In questo momento ho voglia di raccontare cose mie, perciò sto facendo perlopiù live da solo, con chitarra e voce. In più ho un percussionista e un contrabbassista che in alcune occasioni suonano con me, e una serie di amici con cui spesso collaboro. Naturalmente è bello suonare insieme agli altri. Ma il problema spesso è l'affinità. Quando si suona insieme è come fare l'amore: non si può mica fare l'amore con tutti, altrimenti sarebbe... un mondo d'amore. Perciò la cosa più importante è che questi musicisti capiscano e scelgano di suonare con me. Sarà per questo che ultimamente sto suonando sempre da solo?

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