Intervista di Simone ArminioDavide Van De Sfroos rimarrà alla storia come il primo artista a portare al Festival di Sanremo un brano, Yanez, in un dialetto che non sia il napoletano. Dal suo punto di vista l'esperienza sanremese è una conquista per tutti quei musicisti che, da Nord a Sud, esprimono la loro arte nei cento dialetti d'Italia. Ne abbiamo parlato con il cantante comasco alla vigilia della serata finale. Van De Sfroos, come giudica l'impatto del dialetto laghée sugli italiani? Sembrava dovesse essere la fine del mondo... Era un fatto previsto. Dal momento in cui sono stato invitato a Sanremo, lucidamente mi sono fatto un'idea e un minimo di proiezione su come sarebbe andata. Immaginavo che sarebbe stato un impatto non indifferente per me, a mio favore o a mio sfavore, e soprattutto verso il pubblico. Però era un impatto necessario, dopo dieci anni e più una vetrina di questo tipo mi serviva esserci. Non tanto per dover vincere un qualcosa, ma per avere finalmente l'opporunità di dimostrare cosa si nasconde dietro a questo fantomatico individuo di cui si scrive molto, ma che poi alla fin dei conti soltanto i seguaci hanno capito chi sia. Sanremo è stata la mia rivelazione a coloro che pensavano: "Mah, bah, Dio mio, cosa c'entrerà il dialetto nel Festival della canzone italiana". Beh, rispondo io, in Italia si parla anche così. Non ho messo i sottotitoli perché se la canzone vi interessa e vi entrerà dentro, andrete a fare come ho fatto io con il calabrese o con il siciliano, vi guarderete attorno. Abbiamo distribuito dei depliant con la canzone tradotta nella maggiorparte dei dialetti italiana, tra cui la versione in calabrese a opera di Peppe Voltarelli. Mi piaceva infatti che tutti vedessero che colori avrebbe avuto questo stesso Yanez negli altri dialetti. E poi nel depliant c'è anche la versione italiana. Che però è indicata come "lingua toscana". Come mai? In quel depliant abbiamo giocato un po' con tutte le lingue d'Italia, perciò abbiamo deciso di indicare così l'italiano. Anche perché, storicamente, di quello si tratta. Ancora fino alla scorsa estate, a Brugherio, in un festival organizzato da Mauro Ermanno Giovanardi, lei affermava che essere o meno a Sanremo non le interessava. Ha cambiato idea o era scaramanzia? Semplicemente non ci pensavo, perché sono quelle cose alle quali non pensi mai realmente. Puoi pensare a fare un concerto grosso, partecipare a una rassegna importante, ma non stai a pensare davvero a Sanremo, perché non sei nemmeno convinto che a Sanremo possa interessare tu. Ma nel momento in cui arriva Sanremo a casa tua, nella figura di Mazzi e Morandi, e ti dice "Vogliamo fare un Festival diverso. Ci sono personaggi che quasi non sono mai stati a Sanremo: Vecchioni, La Crus, Madonia, Battiato, manchi solo tu. Questa scheggia di dialetto che potrebbe aggiungere qualcosa..."
Qual è stata la sua reazione?Mi sono fermato un po' a pensare: stavo costruendo un disco nuovo, e non volevo che diventasse il mio "disco di Sanremo". Così per prima cosa ho chiesto e ottenuto di poterlo fare uscire a suo tempo, ovvero alla fine di marzo. Poi mi sono buttato in questa cosa, con prove e un periodo passato qui con loro. Non posso assolutamente lamentarmi. Come reputa il livello di questo Festival per sua stessa ammissione così atipico? C'è stata molta unione e c'è stata credibilità, perciò credo sia stato un Festival di un buon livello. Con canzoni she, anche se destinate alla radio e alla classifica, mi hanno colpito positivamente per la verve e per l'arrangiamento. Come i La Crus o il buon Vecchioni, che ritrova questa sua forza e che mi ha preso a livello emotivo. Poi c'è la canzone di Giusy Ferreri: un pop rock che mi piace. Molto simpatico e intelligente anche il personaggio di Tricarico e la sua nenia, anche quella mi ha colpito molto. Interessante ed elegante il pezzo di Luca Madonia, mentre i Modà rappresentano oggi quel pop radiofonico vincente: la loro canzone effettivamente è ben costruita. Nel duetto con Renga, poi, sono andati molto forti. Lei è stato protagonista della giuria di Sanremo Doc, dedicata ai giovani che cantavano in dialetto. Nessuno di loro però è arrivato in finale. Come reputa quell'esperienza? In giuria eravamo Platinette, Sangiorgi ed io, e fra i ragazzi c'erano dei personaggi molto interessanti. Io personalmente conoscevo I Trenincorsa, che sono di Varese o Daniele Ronda. Sono piaciuti molto, anche se rispetto alla gara sono stati scelti due partecipanti di Sanremo Lab. Pensa che questa apertura per i giovani che cantano in dialetto e la sua stessa partecipazione tra i big abbiano aperto uno spiraglio per Sanremo al vastissimo panorama folk italiano? Io spero che questa mia partecipazione, e il risultato che ho già attenuto arrivando addirittura in finale, possa finalmente togliere quella coltre di paura nei confronti del dialetto. Non ho nessun problema a immaginare in un domani gruppi come i Nidi D'Arac, il Parto delle Nuvole Pesanti o lo stesso Peppe Voltarelli venire a Sanremo. Prima di utto perché personaggi come loro nel tempo sono già passati da questo palco, tramite il premio Tenco. Poi, beh, sta anche all'artista folk mettersi in gioco. Non significa buttare la propria carriera inseguendo il Festival di Sanremo. Ma se ti chiamano, come è capitato a me, allora vai. E poi si vedrà. Vai alla pagina di Davide Van De Sfroos Vai alle altre Interviste Condividi |
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Scritto da Simone Arminio
Sabato 19 Febbraio 2011 17:00
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