Intervista di Mara PitariVoglia di vivere, di leggerezza e di estate sono il filo rosso dei brani contenuti in Mediterraneo (RiservaRossa/Rca-SonyMusic), il nuovo album dei Rio nei negozi, nelle piazze e sulle spiagge d’Italia dal 28 giugno. La band del fratello minore di Ligabue, Marco, ripropone il sound pop-rock che ha contraddistinto la produzione del gruppo nei precedenti tre dischi ma aggiunge una nota di colore, quella del calipso-reggae, del punk e dell’elettronica. Il risultato è una mistura melodica e ritmica che abbraccia culture sonore diverse, come fa il Mediterraneo con le sue terre. Lo racconta a PopOn direttamente Marco Ligabue, chitarrista e autore dei brani del gruppo. Mediterraneo, perché questo titolo? Ci sono diversi motivi: uno è legato al fatto che lo scorso anno ci è capitato di fare molti concerti nelle isole e nel sud Italia. Lì il sapore del Mediterraneo, della nostra terra, di questa commistione di culture l’abbiamo assaporato davvero. Poi nel disco si parla molto di amore, anche di amore per l’Italia. E infine ci sono delle canzoni legate al contesto sociale, come Mondo incredibile, che vuole lanciare un messaggio sull’ecologia, sul rispetto del nostro pianeta e in particolare della zona in cui abitiamo che è appunto il Mediterraneo. Per tutta questa serie di motivi Mediterraneo ci sembrava la sintesi perfetta delle dieci canzoni del disco. Quali influenze musicali ci sono in questo album? E quali sono i punti di continuità e di rottura con i precedenti lavori? L’ossatura del disco rimane nel classico stile dei Rio che è il pop-rock italiano. Poi ci sono due o tre contaminazioni, in particolare il “mento”, uno stile musicale precursore del reggae che si è sviluppato in Centro America. L’abbiamo usato soprattutto in due brani: il singolo Gioia nel cuore e Mondo incredibile. Poi c’è qualche accenno alla musica punk, come in Tutti fuori, o all’elettronica come in Tanto rumore per nulla e Certamente tu.
In una intervista radiofonica sull’album Il sognatore avevi svelato che in uno dei brani, Da qui, aveva lavorato anche tuo fratello Luciano. C’è il suo zampino anche in questo disco?No, questo è un disco che abbiamo realizzato completamente da soli. E’ stato un lavoro “a otto mani" fra tutti noi del gruppo. I Rio dedicano molta attenzione all’attualità. Lo scorso 17 marzo avete lanciato il brano 150, un inno rock a questa Italia complicata e piena di contraddizioni. Nelle canzoni mettiamo sempre le riflessioni che facciamo nei nostri viaggi in macchina, nelle nostre serate, nei nostri pensieri con gli amici. Anche 150 è nata così, quando abbiamo cominciato a sentire aria di grandi celebrazioni per i 150 anni. Si parlava solo di una grande festa e a noi è venuta voglia di dire: noi amiamo il nostro paese ma tutta ‘sta festa non la vediamo (ride, ndr). Così abbiamo voluto dare il nostro punto di vista con l’intenzione di stimolare una riflessione per dire: “150 anni dopo l’Unità d’Italia non ci troviamo il Paese che vorremmo, rimbocchiamoci le maniche e ripartiamo”. Avete in cantiere dei progetti musicali legati ad altre questioni di interesse sociale? Il “Mediterraneo tour” è molto legato all’ecologia: nei concerti portiamo i fusti per la raccolta differenziata, stiamo girando con mezzi ibridi, e siamo alla ricerca di nuove soluzioni per produrre l’energia necessaria per il palco con fonti alternative. Cercando tutti i modi per essere il meno impattanti possibile, vogliamo lanciare al nostro pubblico un messaggio di attenzione e rispetto verso la nostra Terra. L’anno scorso avete suonato al Parlamento Europeo di Bruxelles. Cosa conservi di quell’esperienza? E’ stato molto bello ma soprattutto fuori da qualsiasi logica: non eravamo in un posto adatto ad ospitare dei concerti. Abbiamo “inventato” un palco sul momento, all’interno di una sala. C’erano duecento visitatori italiani a sentirci, e in più i parlamentari che passavano e ci vedevano suonare, incuriositi si fermavano. E’ stato quasi uno shock. Siamo stati la prima band rock a portare un concerto lì dentro e ci ha fatto davvero piacere.
Torniamo in Italia per parlare di Emilia, la regione da cui provenite e da cui proviene il rock italiano. Come pensi sia nato questo binomio indissolubile?Il primo aspetto da considerare è che l’emiliano è una persona molto curiosa: ha nel dna la passione per la musica. Ci si avvicina alla musica da quando si è piccoli, come ho fatto io, i miei amici e tutte le persone che conoscevo. Un secondo aspetto è che da noi c’è sempre stata molta attenzione da parte delle associazioni e delle amministrazioni verso la musica dal vivo. Tra feste dell’Unità, feste della birra e simili c’è sempre stato un grande fermento e una grande voglia di dar spazio alla musica, il contenuto principale di queste manifestazioni. E’ il modo migliore per stare insieme. Probabilmente dopo trenta/quarant’anni che le cose sono andate in questo modo si è creato un humus tra la gente e nel territorio che è diverso da tutti gli altri posti. Quanto ha pesato finora il tuo cognome nella carriera musicale dei Rio? Pensi che vi abbia aperto delle strade o che vi abbia ostacolato nel proporre la vostra identità musicale? Ci ha agevolato in parte e in altra parte ostacolato. C’è chi si è avvicinato alla nostra musica grazie al fatto che io ero il fratello di Luciano, per curiosità. Poi c’è anche chi ci guarda con pregiudizio, vedendoci come un gruppo di raccomandati. Però questo fa parte della sfida: non ci sono mai stati dei fratelli di “famosi” che hanno fatto dei grandi successi, probabilmente proprio perché c’è uno scotto da pagare e noi siamo in piena sfida. Il “Mediterraneo tour” vi porterà in giro per tutta l’estate. Quali le novità? C’è l’approccio ecologico di cui dicevamo e ci sono le canzoni di Mediterraneo. Ne facciamo cinque o sei dal vivo per una scaletta di circa un’ora e mezza con una ventina di brani. Una novità è che il nostro batterista suonerà anche il pianoforte in un paio di pezzi. Di tanto in tanto lascerà le bacchette e poserà le mani sulla tastiera. Insomma ci sarà da divertirsi. Vai alla pagina dei Rio Vai alle altre Interviste Condividi |
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Scritto da Mara Pitari
Giovedì 07 Luglio 2011 00:00
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Intervista di Mara Pitari
In una intervista radiofonica sull’album Il sognatore avevi svelato che in uno dei brani, Da qui, aveva lavorato anche tuo fratello Luciano. C’è il suo zampino anche in questo disco?
Torniamo in Italia per parlare di Emilia, la regione da cui provenite e da cui proviene il rock italiano. Come pensi sia nato questo binomio indissolubile?