Intervista di Roberto PaviglianitiUna manciata di date dal vivo hanno visto nascere Solo una terapia: dai CCCP all’estinzione, il live-album in edizione limitata con il quale Massimo Zamboni, insieme ad Angela Baraldi, riporta alla luce il percorso intrapreso molti anni fa con i CCCP, dei quali è stato ingranaggio fondamentale. La ripartenza del tour estivo è stata una buona occasione per fare il punto con il chitarrista di Reggio Emilia. Solo una terapia: dai CCCP all’estinzione è il titolo dell’album dal vivo che testimonia la recente serie di date dal vivo che hai intrapreso insieme ad Angela Baraldi. Concerti che ti hanno visto alle prese con il repertorio dei CCCP e dei CSI. Nel tuo vocabolario qual è il significato che dai alla parola “estinzione”? Solo una terapia: dai CCCP all’estinzione è un titolo programmatico, che racconta tutto quello che c’è nel concerto. L’estinzione è l’ultima tappa di un processo che è durato dieci o dodici anni, da quando ho chiuso la storia con i CSI. È stato un processo di ricerca che ha attraversato tante fasi, che hanno girato tutte attorno agli stessi pensieri: sono passate attraverso la sconfitta, con l’album Sorella sconfitta; poi ho parlato dell’inermità, con <>L’inerme è l’imbattibile, e poi si è concluso con l’album L’estinzione di un colloquio amoroso. Tutto questo ha un cappello che è finito nel libro “Prove tecniche di resurrezione”. Raccontata così sembra un’analisi molto fredda. E’ vero, sembra molto determinata già dall’inizio; in realtà è stato un viaggio molto lungo e a volte molto doloroso. Un viaggio complesso, perché non voglio raccontare in maniera così egotica la mia interiorità, nel senso che ho dovuto cercare di relazionarla alle sconfitte, all’inermità e all’estinzione degli altri, della razza umana, di interi popoli, dal punto di vista della storia, della loro esistenza, delle loro aspettative. L’estinzione è l’ultimo capitolo di questo viaggio, e adesso mi sembra di aver esaurito questi pensieri e di dover partire per altre strade. Avevo voglia di ricapitolare tutto quello che è stato, non solo degli ultimi dieci anni, ma partendo da lontano, dai CCCP appunto, una storia iniziata quasi trenta anni fa. Noi siamo emiliani e negli anni Ottanta era molto forte la frattura tra un immaginario che era legato al mondo comunista e a tutte le aspettative e le speranze che avevavo scatenato gli eventi del Secolo, con la pratica filoamericana, la voglia di consumo, la voglia di essere da altre parti. Noi abbiamo cercato di interpretare attraverso la nostra vita e attraverso le nostre opere quel momento. Quindi il percorso si traccia in trenta anni. Grazie alla voce di Angela sono riuscito a collegare tutte queste storie tra loro. Perché hai scelto Angela Baraldi? Non è stata una scelta, nel senso che non c’è stato un casting, non faccio mai i conti a tavolino. Con Angela avevamo collaborato per una colonna sonora (+ o - Il sesso confuso; racconti di mondi nell'era AIDS, ndr) e ci siamo piaciuti. Ho fiuto per le persone, ho sensibilità, non ho bisogno di esami; quando ho visto Angela non ho avuto neanche il problema di chiederle se voleva fare i concerti, non voglio dire che lo sapevo già, perché sembra supponente, ma in un certo senso era già scritto, era già detto.
Elettricità sparsa a piene mani e spirito punk dei tempi andati. Dove nasce la voglia di recuperare certe atmosfere? Nasce perché da una parte queste canzoni sono nate in quel modo, quindi è giusto porle in quel modo. Credo che l’interpretazione migliore sia renderle come erano, senza fronzoli e senza cambiamenti. La vera interpretazione è saperle rendere in maniera così violenta, graffiante, diretta con una grinta fortissima da parte di Angela, con una presenza scenica e di un impossessamento da parte sua di queste canzoni che mi ha colpito al di là delle mie speranze. Credo che ci sia voglia di questo tipo di musica, perché viviamo in un periodo che è molto doloroso, molto stanco, molto sfaldato. Non ci sono assolutamente punti di riferimento e, nonostante le leggere scosse di ripresa che abbiamo avuto nell’ultimo mese, non ho mai visto e vissuto in un periodo così privo di speranze e di sogni, così privo di voglia di esserci, di contare e di pensare che noi comunque esistiamo ed esistiamo solo in questo tempo, non abbiamo altre possibilità. Queste canzoni raccontano questo, ed io credo che il pubblico lo sappia percepire. Nella registrazione sembri più predisposto, in riferimento a un recente passato, a metterti in gioco, a cercare di farti vedere sotto una luce meno pensosa, meno intellettuale. Certo, deve essere così. Le canzoni che ho composto nei dieci anni da solo, come dicevo prima, trattavano di temi molto complessi e dolorosi, non solo per me, ma per tutti quelli che hanno attraversato la sconfitta e l’inermità; allora bisogna stare molto attenti a non porsi in maniera sfacciata, anzi fosse stato per me avrei preferito essere completamente invisibile sul palco: solo suono, sarebbe stata la realizzazione perfetta di quello che avevo in testa. Qui è una questione diversa. Si tratta di un concerto suonato in maniera fragorosa, ed è un grandissimo piacere pormi in questo modo sul palco. Edizione limitata e autografata, in tempi di musica liquida hai ancora voglia di cose solide? Io sì, direi di sì. Non riesco ad accontentarmi di avere dei file scaricati da un computer. Mi piace avere un pezzo di cartone in mano con dentro un qualcosa di rotondo che emana delle canzoni, avere delle firme sul cd, avere delle facce che mi riportano sempre al lato umano, che poi è quello che assolutamente mi interessa. L’arte di per sé, se non è incarnata nei corpi, credo che valga veramente poco. Allora abbiamo scelto un’edizione limitata, numera, firmata, che si vende solo ai concerti e che poi si venderà nei negozi, perché è giusto anche offrire la possibilità a quei pochi che vogliono comprare un cd di farlo. Avete da poco ripreso il percorso live. C’è già l’idea di un progetto in studio? Non abbiamo ancora fatto in tempo a parlarne, ci siamo trovati a dicembre a preparare un concerto per gennaio e poi non abbiamo più smesso di farlo. Non ci siamo ancora messi lì a parlarne con calma, per ora abbiamo solo voglia di goderci questo momento. Sei stato parte fondamentale di una realtà importante come i CCCP. Malgrado tutto quello che hai fatto, il tuo nome è conosciuto relativamente a pochi. Che idea hai della notorietà? È ovvio che nei patti iniziali, che non vengono mai detti, quello che raccoglie il consenso intorno a un gruppo è sempre il cantante, il frontman; questo è fisiologico ed è un’ombra molto rassicurante per chi suona insieme a lui, anche se non mi sono mai sentito il “musicista di Ferretti”, perché avevamo un rapporto assolutamente diverso. Però bisogna dirlo, chi ha avuto carisma è sempre stato Giovanni, è stato lui a mettersi in gioco in maniera molto più pesante e tutto questo gli va riconosciuto. Allo stesso tempo so cosa ho fatto, cosa ho scritto, sia di musica che di parole, e l’apporto di pensiero che ho dato; so quanto tutto questo sia stato determinante per i CCCP e i CSI. Poi le strade si dividono; la notorietà è una cosa strana, che da una parte ti spaventa e da una parte ti attira. Io vivo in mezzo ai monti, negli angoli, scappo sempre dal centro, perché la mia natura è questa.
Quindi, notorietà esclusa, cosa insegui nel tuo fare musica?La cosa che a me interessa molto, moltissimo, come artista e come uomo, è il sentirmi utile. Ognuno di noi, attraverso il proprio lavoro, è in mezzo agli altri e contribusice al mondo e a mandarlo avanti. Il mio lavoro è suonare, scrivere delle canzoni, scrivere dei libri. Dietro a questo lavoro c’è la speranza che ci sia un mandato da parte di chi ti ascolta, una delega, come dire: “Per favore, dì queste cose, suona queste cose per noi”. Questo è il mio ruolo, non diverso se facessi il benzinaio o il giornalista o il contadino, c’è bisogno di tutto questo, non c’è bisogno di un solo ruolo al mondo e non credo che ce ne siano di migliori di altri. Sentire che c’è questo mandato per me è importantissimo. Ti sei dato un obiettivo da raggiungere, come artista e come uomo? A dire la verità non molto, perché dalla vita, o da un segmento di vita, sono sempre derivate delle canzoni e dei libri, e vorrei che fosse sempre così. Il mio obiettivo, se possibile, sarebbe quello di attraversare tutti i gradi dell’esperienza umana. Adesso ho 54 anni e sono già a un buon punto del cammino, e ogni grado successivo mi rivela una compiutezza di percorso che è bella e sorprendente, molto affascinante. Questo è quello che mi serve per vivere, quindi vorrei diventare molto vecchio e molto saggio per poter esprimere questo attraverso la musica e i libri. Hai rimpianti di carriera? No, perché fatico veramente a considerarla una carriera. Ho un buon numero di rimpianti per quello che riguarda la mia vita, come tutti quanti, non credo di aver fatto tutte le cose giuste e tutti i passi giusti. Si corre sempre dietro a cercare di riparare i danni che sono stati fatti nei primi anni della tua vita, questo ti porta dietro tutta una serie di scompensi che vorresti non aver vissuto, ma che in realtà ti derminano. C’è tra le varie band italiane qualcuna che potrebbe ripercorrere il vostro sentiero? Ripercorrere il nostro sentiero non credo. C’è molto ripiegamento su se stessi, e questa è una cosa che CCCP-CSI non hanno mai fatto. Non c’è mai un respiro realmente profondo che sappia comprendere l’infanzia e l’anzianità, questo i CCCP-CSI ce l’hanno sempre avuto e occorre riconoscerlo. Poi ci sono dei percorsi individuali che mi piacciono tanto, tutti molto, molto fragili. Le cose consolidate mi sembrano veramente poco degne di nota in Italia, ma Le Luci della Centrale Elettrica, Pan del Diavolo, Wolfango… questi gruppi che sono fatti da pochissime persone, che stanno in piedi per miracolo e sono basate sulla loro fragilità e sul saperla comunicare, mi sembrano veramente molto belli e molto forti. Intervista finita e neanche una domanda in riferimento a una eventuale reunion dei CCCP. Le tue sensazioni a riguardo? Non la vedo né imminente né lontana, mi sembrerebbe molto strana, però, come dico sempre, non voglio mai dire no, anzi, praticamente mi capita di dire quasi sempre sì alle proposte. Quindi sono qua, ho una vita tutto sommato abbastanza serena, sono sempre pronto a mettermi in gioco e ho sempre molte porte aperte, nel senso che quando entra qualche persona nuova, qualche idea nuova come Nada, come Angela, come chiunque altro, per me è sempre il benvenuto, c’è posto per tutti. Vai alla pagina di Massimo Zamboni Vai alle altre Interviste Condividi |
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Scritto da Roberto Paviglianiti
Lunedì 11 Luglio 2011 00:00
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Intervista di Roberto Paviglianiti
Elettricità sparsa a piene mani e spirito punk dei tempi andati. Dove nasce la voglia di recuperare certe atmosfere?
Quindi, notorietà esclusa, cosa insegui nel tuo fare musica?