Luca Carboni, dagli Appennini alla 'Provincia d'Italia', passando per Lampedusa
Scritto da Giulia Zichella
Lunedì 10 Ottobre 2011 00:00
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Luca Carboni su PopOn Intervista di Giulia Zichella

E’ andato a vivere in un paesino sperduto dell’Appennino bolognese, ama ancora scrivere racconti con le canzoni e, dice, “la mia libertà è stata sempre la mia priorità”: priorità non barattabile con niente, soprattutto con il successo.Lui è Luca Carboni, che abbiamo intervistato in occasione dell’uscita di Senza titolo, suo nuovo album pieno di cenni autobiografici. Tanti spunti di cui parlare.

Sei di ritorno da O’Scia in questi giorni, perché hai scelto di andarci?
Non è la prima volta che partecipo, c’ero già stato qualche anno fa e mi era sembrata una bella iniziativa, e poi amo molto Lampedusa. E quest’anno quando Claudio (Baglioni, ndr) mi ha richiamato, ho aderito volentieri. La tematica dell’accoglienza verso chi arriva da lontano, che è al centro della manifestazione, ha per me un valore e un significato importante.

L’accettazione e l’apertura verso l’altro è, infatti, uno dei temi di Senza titolo, tuo ultimo disco. Ma partiamo dall’inizio, dalla copertina, ci sei tu con tuo figlio di spalle, sembrate camminare, dove state andando? Quest’immagine è figlia di una canzone che si chiama Senza strade, dove ci sono un padre e un figlio di fronte al mare, il padre si prende del tempo e racconta delle cose al figlio. Il mare è da sempre la metafora del viaggio della vita, un mare che non ha strade, rotte definite, ognuno deve trovare la sua. Il figlio, qualunque figlio, dovrà trovare la sua strada, seguendo principalmente il suo istinto e le sue intuizioni.

Questo brano descrive un ricordo preciso della tua infanzia?
In realtà no, questa è l’unica canzone non autobiografica del disco; non racconto mio padre, che non era un marinaio. E' un brano dove io, anzi, mi immagino di raccontare con gli occhi di mio figlio, forse sono io il padre di quella canzone.

Autobiografica è invece Madre, una vera e propria dichiarazione d’amore. La musica può aiutare a superare un grande dolore?
E’ una domanda difficile, perché il dolore è qualcosa di così privato e personale. Però quella canzone è nata molto spontaneamente, non ci stavo neanche pensando, è nata suonando il piano. La voce che ho tenuto nel disco è quella originale del momento in cui l’ho scritta, con il vecchio microfono che ho in casa, e non l’ho più ricantata perché non volevo perdere quel momento che credevo di aver colto. Tornando alla tua domanda, in qualche modo forse può aiutare; anche se non si scrivono le canzoni per alleviare il dolore, può esserci però la sensazione che si possa unire il proprio a quello degli altri. Altri che in qualche modo lo possono capire, e quindi insieme è possibile dare a quello che si sente un valore più alto e più nobile.

Luca Carboni su PopOn Proseguendo lungo questa ipotetica linea che unisce le diverse zone “affettive” della tua vita, nel brano Riccione-Alexanderplatz parli della tua generazione. In cosa ti ha deluso e dove senti che avete sbagliato?
E’ un discorso molto complesso, e generalizzare non fa mai bene. Però ti dico che quando noi avevamo vent’anni c’erano le premesse perché la nostra fosse una generazione di rottura, rispetto a quella degli anni Settanta. Il muro di Berlino stava per cadere, eravamo di fronte ad una grande trasformazione del mondo, però a parte la grande creatività dei primi anni, che si è tradotta in arte, soprattutto in musica, poi andando avanti mi sembra che la mia generazione sia un po’ scomparsa dalla società, non abbia tirato fuori né politicamente né socialmente delle nuove strade; non si è fatta sentire per affrontare le tematiche nuove che il mondo c’ha messo di fronte.

Saltando ancora qua e là nella tracklist del disco c’è Provincia d’Italia, in cui si sentono molta malinconia e rassegnazione per quella parte d’Italia lontana dalle grandi città. C’è però ancora qualcosa che ti affascina di quel mondo?
Io amo la provincia, conta che questa canzone è nata dopo essere andato a viverci. In questo momento infatti vivo sull’Appennino bolognese, non perché non ami più Bologna ma perché volevo provare qualcosa di nuovo; sto vicino a dei paesini molto piccoli, in un posto abbastanza sperduto. La amo molto sicuramente, in questa canzone però racconto che a parte tutti gli aspetti positivi che conosciamo, c’è anche una sorta di chiusura e diffidenza a volte, non solo di fronte alle persone nuove che arrivano, ma anche rispetto a certi cambiamenti. Però, nonostante questo, è una realtà che nella sua complessità mi affascina molto.

In Non finisce mica il mondo ti chiedi “che cos’è la libertà”. Non ti chiederò la risposta a questa difficile domanda…
...ah meno male! (ride, ndr)

…però ti chiedo: nella vita e soprattutto nella musica, ti sei sempre sentito un artista libero?
Assolutamente sì. Ho avuto la fortuna di cominciare tra la fiducia dei discografici, ho avuto subito un buon consenso da parte del pubblico fin dal primo album e questo mi ha dato tanta libertà, la possibilità di fare le cose che sentivo e di non avere interferenze. Nel bene o nel male quello che ho fatto è quello che ho scelto liberamente. Da questo punto mi sento un artista libero, poi è chiaro che i condizionamenti possono essere anche inconsci, mentali e non per forza venire dall’esterno. In questa canzone mi faccio questa domanda perché penso che ognuno possa trovare dentro di sé una strada o possa prendere coscienza del fatto che stia vivendo liberamente o meno, soprattutto dai condizionamenti del nostro tempo; se riesce a osare, a non dare per scontato certe cose, a provare di vivere esperienze nuove.

Luca Carboni su PopOn Sono passati cinque anni dall’ultimo album di inediti. Appartieni ancora alla vecchia scuola che quando sente di non avere qualcosa da dire, rimane “in silenzio”? L’idea di sfornare singoli e metterli in rete non ti appartiene, immagino.
Immagini bene. Eh sì, appartengo alla vecchia scuola purtroppo (ride, ndr). Può sembrare una definizione negativa ma penso che credere ancora nella completezza degli album, rispetto ai singoli, non sia una cosa fuori moda o fuori tempo. Nella storia della musica c’è sempre stata, e sempre ci sarà, l’idea di costruire un racconto con le canzoni. Il disco è una forma che non morirà mai, cambierà il supporto ma l’idea alla base no. L’autore ha bisogno di questo spazio, come uno scrittore quando scrive un romanzo ha bisogno di un certo numero di pagine.

Ormai sono trent’anni che fai musica, senti di aver perso qualcosa lungo questa strada? Persone, occasioni…
Sicuramente potevo far meglio, gestire le cose in modo diverso. Ho però sempre seguito l’istinto, senza tanti calcoli, senza stare a pensare come conservare certi privilegi, come gestire il successo, e non ho rimpianti da questo punto di vista. Come dicevamo prima ho sempre privilegiato la mia libertà, magari anche sbagliando in alcune scelte, però son riuscito in tanti anni a fare la musica che volevo fare, nei tempi in cui volevo farla, e ho avuto talmente tanto in cambio, tanta passione, tanto affetto…

Bilancio positivo quindi.
Bilancio positivo assolutamente. Non sono mai stato uno che si è messo a tavolino a gestire il suo successo con regolarità, con un metodo scientifico, non mi sarei mai sentito bene a fare così. La mia libertà è stata sempre la priorità, anche davanti al successo.

11 ottobre 2011


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