Intervista di Giulia ZichellaIncontriamo Pilar in un luogo storico di Roma, il bar Necci al Pigneto, ai cui tavolini sedeva spesso Pasolini che lì girò il film “Accattone”. Pilar arriva in bicicletta, ci sediamo a un tavolo e davanti a un caffè ci racconta di com’è nata la collaborazione-amicizia con Bungaro (che ha firmato le musiche e ha partecipato alla produzione del nuovo disco Sartoria italiana fuori catalogo), del suo rapporto con le parole che la vengono a disturbare nel dormiveglia e pretendono attenzione, dell’importanza del silenzio e delle pause nella musica come nella vita. E’ uscito da poche settimane Sartoria italiana fuori catalogo, le musiche di nove brani del disco sono di Bungaro. Che tipo di rapporto avete intessuto? Il rapporto artigianale di creazione con una cosa, sia essa materiale o aerea, è un lavoro fatto di manualità e quindi d’intimità con la materia; nel caso di una scrittura a quattro mani, com’è stata quella tra me e Bungaro, ovviamente si deve creare un’intimità che va al di là del mero appuntamento per scrivere. Non ci sono né contratti né decisioni prese a tavolino che tengano, quando c’è un’affinità il percorso è naturale. Con Bungaro c’è stato un rapporto quasi pregresso, prima di incontrarci c’erano persone che mi dicevano “tu dovresti lavorare con lui” e viceversa. Quindi le abbiamo aspettate queste canzoni e quando ci siamo incontrati… c’erano già. Il primo frutto del vostro lavoro è stato l'apprezzato brano Meduse. Un test che vi ha convinto ad andare avanti insieme? Sì, quando lui mi fece sentire la musica di Meduse, sentii che era mia. E per dimostrargli quanto lo fosse gli dissi: “In un giorno ti porto un testo che ti piace”; lui, incredulo, mi rispose: “Non mi è mai capitato, se lo fai, ti sposo”. Mi chiusi a casa tutto il giorno e la sera lo chiamai: “Ce l’ho, posso passare sotto casa tua?”. L'ascoltammo nella sua macchina, con me che cantavo sopra la musica, e ricordo che a fine ascolto mi disse: “Va bene, io non cambierei una virgola, lavoriamo insieme”. Sono incontri destinati a restare unici o ti succede spesso di vivere situazioni del genere? La cosa più difficile nella vita di chiunque è incontrare le persone giuste, specialmente quando hai delle pretese, che possono essere giuste o sbagliate, ma sono comunque le tue. Credo che quest’incontro io e Bungaro ce lo siamo meritati. Credo di essermelo guadagnato anche con scelte sbagliate in passato, con botte in testa, lividi. Fondamentalmente ho imparato che bisogna andare con delle persone che hanno lo stesso tipo di affinità e sensibilità, che parlano lo stesso alfabeto, che siano della stessa famiglia, soprattutto in un progetto in cui non si fanno scelte a tavolino ma in equilibrio con una coerenza e una passione tendente al bello, alla propria idea di bello ovviamente.
In questo disco tu hai composto i testi. Che rapporto hai con le parole, sono più i momenti in cui ci litighi o quelli in cui ci giochi? Quelli in cui ci gioco. Le parole, sai, spesso sono inopportune e non puoi non ascoltarle, ma arrivano quando hai la testa sgombra e non quando ti fermi a scrivere. Ad esempio, ora l’ho rottamato ma prima andavo in motorino molto spesso e lì, andando, arrivavano e mi trafiggevano. Magari arrivano dei nuclei, soltanto due o tre cose insieme, ma non puoi non appuntartele. Sono inopportune perché a me spesso arrivano nel dormiveglia, quando mi sto per addormentare, quando sono stanca morta, e in quel momento mi arrivano gruppi di parole, anzi a grappoli… ne arrivano tre, e dico dai, siete solo tre, non vi appunto, e invece no, perché poi arrivano anche tutte quante le altre e non puoi non dare loro importanza. Ci sono quindi dei momenti precisi in cui scrivi. Sì, naturalmente ci sono dei momenti in cui tutto viene fuori. Io non sono una che scrive sempre, anche perché questo è un tempo dove non ci si può permettere di fare solo e soltanto il lavoro di cantante, ma si deve fare anche tutta un’altra serie di cose; quindi gli aspetti pratici alla fine ti mangiano gran parte del tempo in cui vorresti solo “stare” e aspettare. Però in fondo questo mi piace, perché è come se accumulassi, accumulassi, accumulassi per poi sentire le parole arrivare tutte insieme. Questo accade specialmente in estate quando vado in Francia in un bel bosco in Borgogna, dove non ho nessun tipo di incombenza pratica di cui dovermi occupare, e lì è bellissimo. Cosa non ti convince del mondo della musica di oggi, con che cosa non ti senti in sintonia? Non mi convince il messaggio orizzontale. Nel senso che la musica è armonia, dentro gli armonici che la compongono non c’è mai una nota sola, ce ne sono almeno tre. Questo per dire che la musica per me è verticale. Orizzontale è il suono degli mp3, è la disabitudine all’ascolto che fa sì che uno veda tutto uguale, una linea dritta. E’ come se tu del mare vedessi solo l’orizzonte, non è così, c’è tutta la sua profondità. Mi sembra invece che il messaggio che si vuole dare sia opposto: dai talent show al fatto che la musica ormai ci rincorre ovunque, ascensori, supermercati, ristoranti, non c’è mai un momento per fare un esercizio di silenzio che è necessario. Necessario perché? Necessario, come lo sono tutte le pause nella musica, per darti la differenza tra il prima e il dopo. Il tempo non è tutto uguale, la musica non è tutta uguale, allora anche la fruizione della musica non deve essere tutta uguale. E’ come in un terreno in cui pianti sempre la stessa cosa e vuoi sempre lo stesso raccolto tutti gli anni, alla fine rendi arido quel terreno. La terra ha bisogno di respirare.
La musica come sottofondo continuo, l’avere tutto e subito, senza la giusta attesa. E’ proprio il messaggio alla base a essere sbagliato?
Quando passa il messaggio che per fare questo lavoro si parte dal tetto e non dalle fondamenta, levi una magia e un mistero che tu devi al pubblico. Se tra il palco e la prima linea di sedie c’è un proscenio e poi spazio c’è una ragione, quella si chiama la giusta distanza. Perché il palco non è un piano qualsiasi, quello è un altare, ne va da sé che quando sei lì sopra devi essere autorevole e quando scendi devi essere l’ultimo degli esseri umani. Però quando sei lì, tu devi al pubblico una magia, se io parto dal tetto e svelo tutto di me, quella magia si perde. Il frutto di stagione si aspetta, le fragole a dicembre fanno schifo e fanno anche male.Sempre restando con i riflettori sul mondo della musica, cosa salviamo? Tantissime cose, solo che magari sono quelle che hanno addosso meno riflettori, perché si consumano meno facilmente; sono quelle che hanno bisogno di tempo. Oggi se un artista non va bene al primo singolo, arrivederci e grazie. Anche se la tecnologia ha accelerato molte cose, non può secondo me accelerare anche la capacità di un essere umano di maturare e affinare una tecnica artista. Negli anni Settanta, quando l’oggetto disco aveva un altro valore e la musica aveva anche un’importanza sociologica, gli artisti andavano bene al terzo disco, non al primo, perché devi dare tempo all’artista di maturare, non si può pretendere tutto e subito. Di cose buone ce ne sono tante, sicuramente però fanno fatica a farsi sentire nell’immobilismo dell’Italia. A proposito d'Italia, hai iniziato a girarla con il "Sartoria italiana tour". Come dobbiamo immaginare questo nuovo viaggio? Come un tour “umanistico”. Perché quando c’è la crisi devi inventarti qualcosa, non è che se non c’è niente in frigo, smetti magicamente di avere fame. Così sto facendo concerti in tutte le città e i posti dove posso essere ospitata, e fortunatamente avendo molti amici, conto di fare moltissimi concerti. Ci stiamo organizzando in questo modo assolutamente “sobrio”. 7 novembre 2011 Vai alla pagina di Pilar Vai alle altre Interviste Condividi |
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Scritto da Giulia Zichella
Lunedì 07 Novembre 2011 00:00
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Intervista di Giulia Zichella
In questo disco tu hai composto i testi. Che rapporto hai con le parole, sono più i momenti in cui ci litighi o quelli in cui ci giochi?
La musica come sottofondo continuo, l’avere tutto e subito, senza la giusta attesa. E’ proprio il messaggio alla base a essere sbagliato?
Quando passa il messaggio che per fare questo lavoro si parte dal tetto e non dalle fondamenta, levi una magia e un mistero che tu devi al pubblico. Se tra il palco e la prima linea di sedie c’è un proscenio e poi spazio c’è una ragione, quella si chiama la giusta distanza. Perché il palco non è un piano qualsiasi, quello è un altare, ne va da sé che quando sei lì sopra devi essere autorevole e quando scendi devi essere l’ultimo degli esseri umani. Però quando sei lì, tu devi al pubblico una magia, se io parto dal tetto e svelo tutto di me, quella magia si perde. Il frutto di stagione si aspetta, le fragole a dicembre fanno schifo e fanno anche male.
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