Brunori sas, l'impresa del quotidiano
Scritto da Simone Arminio
Venerdì 11 Novembre 2011 10:00
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Brunori Sas su PopOn. Foto: © Domenico di Carlo Intervista di Simone Arminio
(Foto di Domenico Di Carlo)

A vedere un concerto della premiata ditta Brunori sas lo si capisce chiaramente: a dispetto dei suoi studi, Dario Brunori non avrebbe potuto mai fare il commercialista. Tanto più che il Vol. 2 – Poveri cristi, nei negozi dallo scorso settembre, pur meno istintivo del precedente Vol. 1, ha raddoppiato il suo pubblico, ispessito la vena creativa e rafforzato il legame con la critica. Come prassi in questi casi, c’è chi ce l'ha con lui e chi gli ha già consegnato sulla fiducia la corona d'alloro di cantautore. Lui intanto pensa a suonare e già immagina il prossimo disco, che magari sarà diverso dai primi due. Ancora imperscrutabile il suo futuro, PopOn ha incontrato Brunori Sas nei camerini del Locomotiv Club di Bologna, dopo un concerto affollato e piacevole, per chiedergli perlomeno conto del presente.

Brunori, lei ha chiamato i suoi due album Vol. 1 e Vol. 2. Eppure le differenze sono tante e saltano agli occhi.
La differenza sostanziale è nell’ottica, nello sguardo, che sicuramente in questo ultimo disco è più rivolto all’esterno, con storie che parlano di qualcosa che non mi riguarda direttamente.

Meno introspezione, insomma?
L’introspezione c’è, ma è declinata in un modo diverso: mi interessava utilizzare le storie di terze persone per raccontare qualcosa che mi suggestiona e mi emoziona. Ho pensato che forse il racconto riesce meglio se non ne parli parlando di te. Nonostante ciò la mia scrittura resta molto istintiva, priva di premeditazione. Anzi, magari il prossimo disco verrà fuori iper-personale e iper-introspettivo. Di sicuro mi auguro che sia qualcosa di totalmente diverso dai due dischi precedenti.

Brunori Sas su PopOn. Foto: © Domenico di Carlo La sua classe artistica, la Leva cantautorale degli anni Zero (dal nome della compilation che vi racchiude) indica lei, Dente e altri come giovani promettenti. Eppure ognuno di voi ha già una storia: quando smetteremo di declinarvi al futuro, scomodando nei paragoni i nomi del passato?
Il passato è denso di tanta roba di grandissima qualità. Ed ovvio che il paragone si faccia, anche perché il tipo di struttura su cui ci muoviamo ha un’impostazione classica. E’ altrettanto vero che nei nostri dischi si parla di argomenti molto ancorati all’oggi, ed è lì che deve essere puntato l’occhio. Non sono bravo a fare analisi critiche, ma quello che vedo intorno mi piace molto. C’è un nuovo cantautorato, anche non direttamente legato allo stereotipo chitarra-voce, e ci sono tante canzoni ed episodi di scrittura in italiano che reputo validissimi, da Uochi Toki a Iosonouncane, che non è prettamente cantautorale ma ha una scrittura intelligente e uno sguardo lucidissimo. Poi, soprattutto, mi piace che ci sia di nuovo tanta varietà e che si sia tornati a scrivere di cose ancorate al reale: storie vere, cantate non soltanto per cantare!

Se il Vol. 1 era figlio di un’impostazione chitarra e voce, il Vol. 2 ha già in sé quello che abbiamo visto sul palco: una voce e tanti strumenti, dal violoncello ai fiati, a riempire gli spazi. È cambiata la sua dimensione artistica?
Il secondo disco è nato già con un vestito sonoro completo, anche se la scrittura dei testi resta molto personale. E non solo perché sono un egocentrico maledetto, ma perché non riesco a scrivere in sala prove. Così stavolta io ho portato le canzoni, poi le abbiamo vestite insieme. Una genesi diversa da quella del disco precedente, i cui brani sono rimasti sostanzialmente come li ho composti.

Sentiva il bisogno di ricorrere a un linguaggio musicale più complesso?
Più complesso sì, ma spero non più complicato. Mi piaceva che non ci fosse un chitarra e voce classico, volevo un discorso musicale più vario e ricco, e non collegato soltanto allo stereotipo del cantautorato old style. Soprattutto nel live, che è abbastanza rock. Questo non vuol dire che non mi dispiaccia portare in giro le canzoni con chitarra e voce. Diciamo piuttosto che vivo meglio la dimensione live potendo avere più colori a disposizione.

Brunori Sas su PopOn. Foto: © Domenico di Carlo Quanto hanno inciso sulla composizione i risultati del Vol.1, che in un solo anno ha vinto il Premio Ciampi e il Premio Tenco come migliore esordio?
Gli eventi non potevano non influire in questo cambio compositivo. Passare in due anni dall’anonimato totale a una piccola forma di popolarità, con due premi così importanti, è una cosa che responsabilizza e molto. La prima reazione che si ha, in genere, è cercare di meritarsela. C'è poi anche da dire che tutto ciò non deve diventare schiacciante, perché la scrittura libera deve restare tale. Ma se si scrive anche in funzione di quello che ti accade. A me è accaduto questo, forse era giusto che influisse.

Tra i cambiamenti recenti c'è anche un trasferimento dalla Toscana alla Calabria, ovvero dalla Siena studentesca alla Cosenza dell'infanzia: due realtà già molto presenti nei suoi brani...
Eppure non sono una persona affezionata in modo particolare ai luoghi. Non sono un nostalgico: in genere sto bene dove sto. Piuttosto è il mio modo di descrivere il mondo che si rifà a ciò che mi accade intorno. Non so fare discorsi universali, ad avere un taglio stilistico che esuli da quello che vedo per strada. In genere cerco in un posto, in un luogo o un oggetto, quello che può suggestionarmi a livello sentimentale. In questo senso, sì, rientrano i luoghi. Ma non ho mai vissuto grandi dicotomie, né tantomeno scrivo di Siena quando sono a Siena o di Cosenza quando sono a Cosenza.

Brunori Sas su PopOn. Foto: © Domenico di Carlo C'è già qualcosa che vorrebbe fare o raccontare dopo questo disco?
Ci sono tantissime cose, e fosse per me mi metterei già al lavoro. Ora però devo concentrarmi sull'attività live, che è importante sia da un punto di vista pratico (è un lavoro) che creativo. La dimensione live arricchisce anche di stimoli e suggestioni. Nel Vol. 2 sono finiti gli stimoli di diversi anni di concerti, perciò suonare è anche un modo per avere uno sguardo più allargato sulle cose. Del prossimo disco so quantomeno che mi piacerebbe lavorare molto più sui suoni, fare un disco musicalmente interessante. Ma muoviamoci pian piano, e un passetto alla volta.

A proposito di stimoli: ciò che contraddistingue la Leva cantautorale degli anni Zero è l'avere riportato in auge una certa poetica del quotidiano. E' una sorta di reazione all'impegno degli anni '70 e al vacuo degli anni '80-'90?
L'attenzione per il quotidiano oggi viene spontanea, senti quasi di doverlo fare. In ogni caso quando ho scritto il primo disco non mi importava molto avere una poetica. L'ho fatto perché sentivo un'urgenza. In futuro non mi soffermerò ancora troppo sul quotidiano, per non rischiare davvero di essere banali. Credo però che fosse giusto farlo, anche per via del momento storico che attraversiamo. Oggi c'è una smania per le cose speciali, la vita quotidiana è spacciata per merda e la gente vive malissimo il proprio quotidiano, coltivando l’illusione di una vita da sogno immaginata. Non mi interessava però fare un elogio alla normalità, è una questione di buonsenso piuttosto che di poetica. E non è disinteresse verso i problemi reali: interesserebbe anche a me parlare di questioni importanti e drammatiche, ma c’è chi lo sa fare meglio. Ognuno parla di ciò di cui sa parlare. C’è chi parla di tematiche alte, lontane, filosofiche e lo sa fare bene. Io so fare questo, e lo faccio.

Sente di avere debiti con qualcuno?
Ah, se ne ho di debiti… Con la Findomestic soprattutto! (ride, ndr) Ok, parlando seriamente: nell'ultimo disco si sente sicuramente l’influenza di un certo cantautorato anni '60. In più ormai ho capito che nella musica ci sono più cose e riferimenti di quanti chi scrive in realtà non pensi di avere. Posso dirti che questo sarà oggetto di meditazione per me. Perché va bene avere debiti, ma è anche giusto prendere in considerazione l'idea di personalizzare maggiormente il proprio stile, qualora i feedback di questo tipo dovessero diventare troppi.

11 novembre 2011


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