Intervista di Roberto PaviglianitiEmis Killa si presenta come la nuova rivelazione della scena rap italiana, movimento – musicale, culturale e generazionale – che negli ultimi anni ha acquisito credibilità e ottenuto consensi su diversi fronti. Il suo lavoro d’esordio si intitola L’erba cattiva (Carosello Records) e arriva dopo un periodo di intenso apprendistato, scandito da freestyle battle, l'ingresso nella crew/label indipendente Blocco Recordz, importanti collaborazioni e una serie impressionante di contatti ottenuti sul web dai suoi video. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente nei giorni concitati della presentazione dell’album. Hai scelto tu il nome Emis Killa? Cosa significa? Sì, Emis ricorda la parola MC ed era la mia tag quando facevo i graffiti e anche perché è in relazione con il mio vero nome che è Emiliano. Killa è lo slang di killer, l’ho scelto nel periodo in cui facevo le gare di freestyle, ero molto forte, mi piaceva autocelebrarmi, mi consideravo il killer del palco perché vincevo tantissime gare. In passato hai avuto problemi con le maestre? Sì, abbastanza, anzi direi sempre. A parte rare eccezioni si è trattato di rapporti brutti, questo perché a scuola non ero un alunno modello, le facevo impazzire, quindi è normale che non mi potessero vedere. Però non mi hanno mai spronato a fare qualcosa di realmente costruttivo, mi hanno sempre detto che non avrei mai fatto niente nella vita, che sarei finito a fare lo spazzino, anche con un certo disprezzo. È appena uscito il tuo primo album L’erba cattiva, devi dire grazie a qualcuno o è tutto merito tuo? C’è un pezzo che si intitola Il mondo dei grandi dove il ritornello dice: “Non devo dire grazie a nessuno”, ed è esattamente quello che penso. Forse solo a chi mi ha sostenuto, chi ha creduto in me, però i traguardi li ho raggiunti senza l’aiuto di nessuno, devo dire grazie a me stesso. Il titolo del disco a cosa si riferisce? È riferito un po’ a me, al mio carattere, e poi al detto “l’erba cattiva non muore mai”, diretto a tutti quelli che dicevano che avrei smesso, che non sarei mai arrivato a un obiettivo concreto, che dicevano che ero una meteora, invece ora sono uscito con il disco ufficiale ed è una bella soddisfazione.
C’è un filo concettuale che lega i tuoi pezzi?Sì, anche se a parole è un po’ difficile da riassumere. A parte qualche pezzo, gli altri sono legati da un’ondata nostalgica. Parlo molto del mio passato, degli amici, della scuola. Però sei molto giovane, già hai nostalgia di un passato così breve? Senza falsa modestia e senza presunzione, ti dico che ho fatto tante cose da quando ho iniziato a fare il rap. La mia vita è cambiata per tanti aspetti, ho cambiato il giro di amicizie, ho cambiato casa, sono andato a vivere da solo, sono sempre in giro per l’Italia a suonare, ho visto tantissimi posti, ho viaggiato, ho fatto veramente tante esperienze in poco tempo. È come se avessi bruciato le tappe molto in fretta, adesso ho solo ventitdue anni ma già ho nostalgia di alcune situazioni, per le quali non ho più modo e tempo. Per esempio? Non posso certo andare a fare un aperitivo dove ci sono trecento miei coetanei, perché il rap è molto ascoltato dai giovani, quindi se me ne voglio stare tranquillo devo necessariamente evitare certe situazioni. Nel pezzo Tutto quello che ho parli dei tuoi genitori. Che rapporto hai con loro? Ero legato molto a mio padre, quanto sono legato a mia madre ora. Ho avuto un rapporto bello con i miei anche se molto particolare. Con mia madre c’è stata un po’ di tensione nei vent'anni che abbiamo vissuto insieme, anche perché abbiamo due caratteri forti, però ci vogliamo un gran bene. Stessa cosa per mio padre, con lui negli ultimi anni è nato un rapporto più di amicizia che di padre e filgio. Non mi hanno mai fatto mancare niente, quindi un grazie a entrambi mi sembrava doveroso. Quindi, qualcuno da ringraziare lo abbiamo trovato. Mi piaceva il fatto di poter dimostrare qualcosa a mia mamma, di farlo con la musica, volevo che si sentisse chiamata in causa, non sono mai stato uno che dimostra i sentimenti a parole, non sono un “mammone”, non le ho mai detto “ti voglio bene”, ho voluto farglielo capire così, con una canzone. Le partecipazioni che ci sono nel disco come Fabri Fibra, Marracash e Gue’ Pequeno derivano da rapporti di amicizia? Sì, con alcuni ci sentiamo spesso anche a prescindere dal discorso musicale. Per altri ho pensato di coinvolgerli perché magari avevo un pezzo adatto a loro, come è stato per Fibra.
Cosa c’è di innovativo nel tuo modo di rappare?Le sonorità e i temi, perché sono molto profondi e diretti, sono comprensibili a tutti. Tratto le tematiche in maniera molto spavalda, e poi una mia caratteristica è – per esempio - che faccio un pezzo che tratta d’amore però che non suona dolce. Penso di essere innovativo un po’ in tutto, è ovvio che però non posso sempre dire cose che non ha mai detto nessuno, condivido le stesse esperienze che condividono tanti ragazzi in Italia, ma ho uno stile personale nel fare le cose, che mi ha permesso di ottenere dei risultati. Poi te lo dovrebbero dire gli altri, perché se te lo dico io sembra che faccio un po’ lo sbandieratore di me stesso. Come giudichi l’interesse crescente verso il mondo del rap? Sono contento, sembra che finalmente si stia affermando. Qualche anno fa il rapper era visto come uno che faceva le cose per scherzare, veniva quasi preso in giro, la gente vedeva la faccenda con superficialità. Certo, qualcuno più ignorante ancora c’è, però chi mi conosce vede che sono sempre in giro, che la mia musica va in radio e quindi iniziano a considerare la cosa un po’ più seriamente. È ormai il genere dei giovani, tutti i giovani ascoltano il rap, si sono resi conto che è migliore rispetto al pop italiano dove si parla di amori falsi e di cose fatte con lo stampino. I rapper hanno una personalità propria. Che rapporto hai con la notorietà? Non per fare il super umile, ma quando c’è attenzione nei miei confronti un po’ mi imbarazzo. Non mi piace essere servito, preferisco fare le cose da solo, stare per affari miei. Chiaramente il fatto di essere trattato bene ovunque un po’ me lo godo, ma alcuni atteggiamenti nei miei confronti mi imbarazzano, non sono mai stato un viziato, vengo da una situazione umile; per esempio quando faccio i video, vedere che c’è uno che viene a mettermi il trucco o un altro che mi stira la maglietta un po’ mi sembra strano. Un nome del passato al quale fai riferimento? Che dire, non vorrei schierarmi, comunque Notorius. Come si vince una gara di freestyle? Facendo presa sul pubblico, li devi coinvolgere, prima ancora di smontare con le parole il tuo avversario. Certo è che se poi il tuo modo, la tua attitudine non arriva a quelli che ti scoltano non c’è niente da fare. Devi essere geniale, non devi essere antipatico, e bisogna saper perdere, anche se a me è capitato raramente. Una rima per questa intervista? Faccio l’intervista per un giornale che spacca; ci hai messo un’ora a intervistarmi ma finalmente ce l’abbiamo fatta; non è colpa mia se vado da Milano a Roma a Torino; è soltanto che a volte non prende il telefonino. 24 febbraio 2012 Vai alla pagina di Emis Killa Vai alle altre Interviste Condividi |
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Scritto da Roberto Paviglianiti
Venerdì 24 Febbraio 2012 00:00
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C’è un filo concettuale che lega i tuoi pezzi?
Cosa c’è di innovativo nel tuo modo di rappare?