Intervista di Roberta Balzotti“Finalmente canto le mie storie”. Gio’ Di Tonno viene fuori allo scoperto, rivela se stesso. E lo fa con Santafè (Raimon Edizioni Musicali/Edel), un disco scritto da lui e dal suo compagno di penna Alessandro Di Zio, uscito il 4 luglio; un disco che Giò’ ha anche arrangiato e coprodotto. Tra le dodici canzoni, l’unica a non portare la sua firma è quel Colpo di Fulmine, di Gianna Nannini, con la quale ha vinto l’ultimo Festival di Sanremo, interpretandola in coppia con Lola Ponce. L’album si chiude con una preziosa collaborazione: la voce recitante di Giancarlo Giannini. PopOn ha incontrato il cantautore pescarese in un afoso pomeriggio romano, per farsi raccontare Santafè e un po’ di lui. Perché questo disco da cantautore, tu che oggi sei un apprezzato interprete? Avevo voglia di cantare quello che sono, quello che sento, che vivo. Avevo molte cose da dire, da anni, e così le ho dette, cantandole in maniera semplice. Questo disco da cantautore era il mio desiderio da sempre. Agli esordi volevo fare quello impegnato (nel 1994 ha partecipato al Festival di Sanremo con il brano Senti uomo, ndr) e, all’epoca, ero convinto che cantautore fosse sinonimo di triste. Poi la vita mi ha portato a fare altro. Ho messo la mia voce al servizio di personaggi come Quasimodo, in Notre Dame de Paris, o per altri musical, per film della Walt Disney. Per troppo tempo ho avuto la maschera: non ero Gio’ Di Tonno ma, per esempio, il Gobbo di Notre Dame. Ecco, mi sono spogliato della maschera e vorrei si pensasse a me come Gio’ Di Tonno cantautore che fa anche altro. Una voce come la tua valorizza il pop o rischia di essere sacrificata dal pop? Non lo so. Non me lo sono chiesto. A 35 anni, uno come me, con certa vocalità... mi sono trovato a un bivio… La mia voce è descrittiva, teatrale, interpretativa. A me piace cantare con naturalezza, semplicità, come ho cantato in questo disco, raccontando le mie storie senza perdere il disincanto.
Che disco è Santafè?E’ un disco leggero. E’ un disco d’amore: amore per la vita, gli amici, gli affetti. E’ per questo che lo hai intitolato Santafè, dal nome popolare del quartiere di Pescara, Santa Filomena, dove sei nato e cresciuto? Sono attaccato alla mia terra, nel senso più pieno del vivere la mia gente. Ho fatto tesoro delle mie esperienze. La vita a Santafè non era facile; ora il quartiere s’è rivalutato, c’è voglia di rivalsa. E’ lì che ho cominciato a scrivere canzoni, sognando di diventare un cantante famoso. Avevo 13 anni. Ho rotto le scatole a tutto il vicinato cantando a squarciagola a ogni ora. Scrivi a quattro mani con Alessandro Di Zio, che nel libricino che accompagna il cd ringrazi così: “Perché ha creduto in me dal primo giorno di scuola... Grazie per la fedeltà, l’amicizia e le parole”. Ale è mio amico dalla prima elementare, sono quasi trent’anni che ci lega una profonda amicizia. Un giorno – eravamo giovanissimi - venne a casa mia e mi disse: “Scrivo canzoni”. “Io pure”, gli risposi. Lui suonava la chitarra, io il piano. E così cominciammo. Lui traduce in parole quello che io sento e vivo. Le nostre conversazioni diventano canzoni. Le parole tra noi diventano canzoni. Come mai il disco non è uscito a ridosso del Festival di Sanremo, sfruttando la vittoria? Semplicemente perché non era ancora finito. Le canzoni erano in cantiere da sempre, ma non pronte per un disco. Questo è un progetto cominciato tre volte, ma che si era arenato per una serie di vicissitudini con i produttori, per mancanza di soldi, per poca serietà. Mi sono rimboccato le maniche e, in tempi non sospetti, prima di Sanremo ho detto a Maurizio Raimo (della Raimon Edizioni, ndr): “Senti, questo disco ce lo facciamo da soli!”. Poi è arrivata la vittoria al Festival, che certo oggi non ti dà il riscontro di una volta, però ho avuto la fortuna di trovare l’etichetta per la distribuzione.
Il singolo per le radio è Pecora Nera. E’ stato scelto con il criterio della “canzone radiofonica?Assolutamente no. Pecora Nera è il mio manifesto. Sai quante strofe aveva in origine? Quaranta! Poi l’abbiamo tagliata, limata. Tra tutte è la canzone che sento di più. Pecora Nera sono io. E penso che molti della mia generazione ci si possano rispecchiare. Hai messo nel cd anche l’inno ufficiale dell’Ail, l’associazione italiana contro le leucemie. Come mai? Perché parte dei proventi di Santafè andranno all’Ail. Quando sposo una causa la porto avanti. Due anni fa l’Ail di Pescara mi chiese di fare un concerto per la costruzione di una residenza per gli ammalati e i loro parenti. Poi ho fatto altri concerti per loro, ho preso parte ad altre iniziative. Mi hanno chiesto di scrivere una canzone e così è nata L'amore è un elefante, una filastrocca che può essere cantata da un coro di bambini. L’ha sentita il professor Franco Mandelli (presidente dell’Ail) e ne ha fatto l’inno ufficiale. Oltre alla canzone vincitrice di Sanremo, c’è un altro duetto con Lola Ponce in Come stai? Continuate a lavorare insieme? Ciascuno ha i propri progetti, ma abbiamo una serie di concerti: per una parte duettiamo e, per un’altra, diciamo che ci dividiamo il palco. Il disco si chiude con la voce di Giancarlo Giannini. Com’è nata questa collaborazione? Quando pensavamo a un attore per la poesia in coda all’ultimo brano, Le cose che ho, ho detto: “Perché non Giannini?”. Volevamo una voce matura, importante e lui è un attore che mi piace, lo stimo molto. Così con Raimo abbiamo provato a contattarlo e ci ha detto di sì. E’ venuto in studio e ci ha chiesto quale dovesse essere l’approccio al testo perché non aveva mai prestato la voce per un Cd. Un grande attore come lui... Proprio vero che i più grandi sono anche i più umili! Ovviamente ha recitato quei versi a suo modo, impreziosendo il disco. Vai alla pagina di Gio' Di Tonno Vai alle altre Interviste |
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Scritto da Roberta Balzotti
Lunedì 07 Luglio 2008 02:00
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Intervista di Roberta Balzotti
Che disco è Santafè?
Il singolo per le radio è Pecora Nera. E’ stato scelto con il criterio della “canzone radiofonica?