Intervista di Paola De SimoneLa Premiata Forneria Marconi è la storia della musica rock italiana. In persona. Chi l’ha vista suonare dal vivo sa che miracolo rappresenta e di quanta energia disponga. Un esempio per tutte le giovani rock band, spesso prive di estro e carisma. E nonostante il passare del tempo, i sempreverdi componenti del gruppo (Franz Di Cioccio, Franco Mussida, Patrick Djivas e Flavio Premoli) dimostrano di essere più che mai in un periodo artisticamente fertile, incidendo dischi sempre nuovi e dedicandosi a un’intensa e varia attività live. PopOn li ha fieramente incontrati, per parlare con loro del presente, ricordare il passato e anticipare il futuro. Siete reduci dalla vittoria del Premio Lunezia per il brano Il maestro della voce (vedi Notizia). Che storia ha questa canzone così importante per la vostra discografia? E’ un brano che ha in sé un doppia dedica: la prima è a Demetrio Stratos, per il quale l’abbiamo scritto . E’ stato il primo amico caro che è venuto a mancare, di quelli con cui abbiamo iniziato questo viaggio musicale. Demetrio è una di quelle colonne importantissime degli anni Settanta, eravamo amici molto prima che lui creasse gli Area e io la PFM, lo stesso Djivas prima suonava negli Area. Quindi il pezzo è un omaggio a lui, perché era veramente il maestro della voce e con la voce poteva fare ciò che voleva, rappresentava esattamente quello che un cantante generalmente invoca, il proprio spirito guida. Celebriamo sempre i soliti Ray Charles o Steve Wonder quando avevamo un grande della voce proprio in Italia, Demetrio era davvero unico nel suo genere. La seconda dedica a chi è rivolta? Questo brano è tratto da Suonare suonare, che è il primo disco che abbiamo fatto dopo il periodo artistico condiviso con Fabrizio De André. Quell’esperienza ci lasciò la consapevolezza che il testo doveva essere preso con maggiore considerazione. Nella scrittura musicale la PFM si era concentrata, fino ad allora, sempre sugli strumenti e poco sui contenuti. In termini inversi anche voi avete lasciato la stessa consapevolezza a De André? Sì, noi a Fabrizio abbiamo lasciato una grande consapevolezza, quella di osare di più nella musica. Da allora i suoi dischi sono diventanti tutti molto più musicali. Per noi quell’esperienza ha significato proprio il cominciare a scrivere testi nostri, raccontando nostre storie e tra queste ci fu proprio il ricordo di Demetrio Stratos. Demetrio Stratos, Fabrizio De André, Franco Mamone (vedi Notizia) … la PFM dà proprio l’impressione di essere una band che non dimentica. Nei vostri concerti c’è sempre una parola in memoria di chi vi ha accompagnato. E per De André, poi, avete messo su proprio un intero spettacolo… Non lo facciamo certo per celebrazione, retorica o per cercare di trarne dei vantaggi. Quando portiamo in giro “PFM canta De André” lo facciamo con l’umiltà di chi sente la responsabilità dell’aver fatto un lavoro che, in un certo senso, ha cambiato la musica italiana. Questo lo diciamo a posteriori, perché quando lo abbiamo fatto era solo una sfida di gente coraggiosa, che aveva voglia di fare qualcosa che in Italia non c’era: la poesia e il rock messi insieme. E’ nata così quella storica tournée con Fabrizio. La gente, oramai, in PFM ripone tutta quell’aurea d’amore che aveva per De André, perché il disco di quel tour è tra i più amati, è forse l’album di Fabrizio che ha venduto più di tutti. In nessuna casa di chi ama la musica può mancare, lo trovi sicuramente in uno scaffale e il papà e la mamma lo passano poi ai figli.
...e i figli vengono ai concerti della PFM. Sì, perché i ragazzi che hanno scoperto quel disco non hanno mai avuto il piacere di sentirlo dal vivo. E la musica dal vivo, come la suona PFM, con quel modo prezioso di rendere la musica così epidermica, così fisica, non è cosa da tutti. Per questo abbiamo pensato che la gente avrebbe dovuto godere ancora di quel concerto che all’epoca contò diciotto date, non di più. Pensare che un concerto come quello, fatto oggi, riempirebbe San Siro tre volte. E all’epoca? Era un’epoca difficile, nel '78 si era in piena contestazione, il punk era alle porte, la disco music stava arrivando… è stato un momento davvero difficile. Chi ha goduto di quello spettacolo lo ha fatto perlopiù nel disco, ma non dal vivo, perché appunto abbiamo fatto poche repliche. Per questo abbiamo deciso di riproporlo, portandolo in giro con umiltà, senza sovrapporre la nostra immagine a quella di Faber. All’inizio del concerto diciamo sempre: “Attenzione, le voci che abbiamo sono queste e queste vi prendete, però la musica vi garantiamo che è quella originale, gli arrangiamenti sono esattamente gli stessi, come lo è il suono”. Certi dischi entrano nel mito e forse è un bene non ritoccarli. Le canzoni di quello spettacolo ormai sono diventate una specie di partitura. Se vai a vedere “Una notte di mezza estate”, sai che storia ti aspetta, così quando vieni ad ascoltare Il pescatore, immagini già proprio quella canzone lì, non più quella che aveva fatto De André. Abbiamo iniziato a fare questo concerto da un anno e le richieste sono tante, così siamo diventati gli apostoli di quell’arte a metà tra rock e poesia. Questo successo spiega il restauro del disco avvenuto di recente? L’album è stato remissato completamente e restaurato un po’. In un’intervista ho esagerato (a parlare è Franz Di Cioccio, ndr), ma a me piace perché sono un Acquario e faccio voli pindarici, e ho detto che è stato un po’ come mettere la Cappella Sistina in mano ai giapponesi, gli hanno ridato i colori originali. Anche noi abbiamo ridato a Fabrizio i colori originali, perché le tecnologie di oggi ci permettono di restituire quella qualità che abbiamo cercato anche nel ’79, visto che lo studio era il migliore dell’epoca. Veniamo a periodi più recenti: il vostro ultimo disco, Stati di immaginazione, è uscito nel 2006. A cosa state lavorando adesso? Adesso stiamo lavorando a un progetto che si chiama PFM in Classic. Prendiamo dei brani di musica classica, li smontiamo, li destrutturiamo, poi ci suoniamo dentro delle improvvisazioni e cose ex-novo, e li ricostruiamo. Il lavoro finito vedrà opere di grandi compositori, come Beethoven, Verdi, Mozart, diventare un po’ anche della PFM. La PFM, dunque, si adegua al loro stile, però non facendo il motivo come si usava negli anni ’70, con gli esperimenti alla Emerson, Lake & Palmer, che suonavano comunque la loro musica. Noi suoniamo qualcosa che ancora non c’è, cercando di ricreare una suggestione diversa. Come si fa nell’arte, anche noi facciamo un’istallazione, ma di rock e musica classica. Stiamo scrivendo appositamente per questo progetto, abbiamo fatto qualche esperimento a un tiro di schioppo da casa di Giuseppe Verdi. Abbiamo fatto l’ouverture di Nabucco ed è stato un trionfo. Lì ci siamo accorti di aver fatto centro. Non sembra un progetto facile, lo è? Può apparire più complesso di Stati di immaginazione, ma per noi non lo è. E poi è nello stile PFM non fare mai un disco uguale al precedente, anche se il precedente è bellissimo. Il pubblico è abituato a scoprirci lentamente, perché noi non facciamo ciò che il pubblico ama, facciamo quello che amiamo noi. E così facendo cerchiamo di guidare il pubblico in una dimensione sempre nuova. E’ un lavoro lungo? Ci vorrà un po’. E’ come quando a casa decidi di accostare roba antica a quella moderna, ci vuole un certo gusto, e in questo caso si tratta di destrutturare tutto e poi rimontarlo secondo le atmosfere e le armonie. Penso che in primavera uscirà. E nel mentre? Nel mentre facciamo spettacoli con i tre concerti: “35 e un minuto”, che è la nostra storia, “PFM canta De André”, quindi metà De André metà PFM, e “Stati di immaginazione” che è lo spettacolo più multimediale. Quando ci sarà anche quello di musica classica, avremo quattro spettacoli e credo che nessuno porti quattro spettacoli in giro. Di recente i Pooh hanno fatto un omaggio al beat italiano con il disco Beat Regeneration. Voi che siete padrini e padroni del progressive gli farete mai un simile omaggio? No, noi tutte le sere abbiamo uno spettacolo talmente ampio che non abbiamo bisogno di farlo. Nei nostri spettacoli ogni tanto facciamo anche un pezzo di qualcun altro, oppure facciamo delle citazioni, improvvisiamo continuamente e non abbiamo mai pezzi uguali. Per cui non sentiamo il bisogno di prendere dagli altri, lo abbiamo fatto all’inizio, quando facevamo le cover perché non scrivevamo noi. Ma oggi, sinceramente, non ne sentiamo la necessità. Ma secondo la PFM oggi il ‘prog’ è ancora possibile? All’epoca si chiamava progressive perché era una progressione rispetto al rock più classico, all’Elvis Presley degli anni Cinquanta, al rock country delle ballad e all’hard rock. Ciò che era oltre tutto questo si chiamava appunto progressive, cioè progressivo. Adesso se rifai quello, è regressive! Vai alla pagina della PFM Vai alle altre Interviste |
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Scritto da Paola De Simone
Domenica 03 Agosto 2008 08:00
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Intervista di Paola De Simone
...e i figli vengono ai concerti della PFM.