Intervista di Paola De SimonePilàr è una giovane artista romana. Una promessa della musica italiana, di quelle anche facili da mantenere, perché Pilàr procede spedita verso la sua realizzazione professionale e lo fa con un bagaglio che va gonfiandosi di esperienze e riconoscimenti. Pilàr ha una grande voce, ma ancora più grande è la sua destrezza nell’usarla, il che, misto a una chiara dote interpretativa, fa di lei una realtà da tenere d’occhio. Lo scorso anno ci accorgemmo di Pilàr dopo la vittoria a Musicultura, di seguito apprezzammo il suo disco del debutto, Femminile singolare, e di recente siamo tornati a fare il suo nome in occasione della vittoria al Premio Lunezia. Ma troppe cose non sappiamo di lei. Era davvero il caso di incontrarla. L’artista che non c’era 2005, Musicultura 2007, Premio Lunezia 2008… tutti vinti. Ti stai abituando alle vittorie? Alle vittorie non ci si abitua mai, perché sono una conquista, e se diventano un’abitudine, significa che sono inutili, che non ti hanno dato nulla. Le tue sfide non sono finite, sei in finale anche al Premio Bianca D’Aponte? Sì, a fine ottobre sarò al Premio Bianca D’Aponte e sono in finale con una canzone che ha un testo di grande sensibilità femminile, molto più minimale rispetto a Reti, che è il brano che ho portato al Premio Lunezia. Oltre alle conquiste, a cosa ti stai dedicando? Sto lavorando con i miei collaboratori a un nuovo disco che vorrei registrare in autunno o in inverno. E’ il tuo secondo disco, il primo, Femminile singolare, è un lavoro di grande fascino e suggestione, con chiare radici che affondano nella musica d’autore. In questo secondo album ti discosterai da tutto questo? Questo è un ragionamento che ho fatto sia con la testa che con la pancia. Siccome il primo disco ha funzionato molto, per quello che riguarda la rappresentabilità della mia espressione artistica e del mio percorso, non vorrei evolvermi troppo rispetto a quello, anche se non ha avuto un’eco molto vasta. Perché se faccio uno step di maturità troppo distaccato dal primo lavoro, poi magari il pubblico che si avvicina alla mia musica per la prima volta non può crescere insieme a me.
Allora immagino tu abbia urgenza di fare questo nuovo album? Sì, assolutamente, e non solo perché ho molto materiale a disposizione, ma proprio perché non voglio, in termini di maturità, passare a una fase successiva, non avendo ancora comunicato una prima fase al grande pubblico. Cosa ti ha insegnato il primo disco? Mi ha insegnato a fare i dischi, che è già una gran cosa. Non che lo si impari definitivamente, come l’amore, non è che uno lo impara e poi non può fare gli stessi errori anche dopo, però quantomeno mi ha fatto prendere delle misure. E poi ho avuto l’occasione di confrontarmi con delle problematiche, ma anche con delle persone e delle situazioni entusiasmanti. Mi ha dato la conferma che voglio fare questo nella vita, ed è la cosa più importante. Stai collaborando con lo stesso team di lavoro del primo disco? Sì, riconfermerò in parte le stesse persone, prima di tutto Franco Piana e Fabio Stassi, che con me avevano firmato la direzione artistica di Femminile singolare. Poi ho iniziato una collaborazione con un giovane cantautore napoletano, si chiama Antonio Carluccio e ha una musicalità spiccatissima, che si avvicina molto al mio mondo. Poi sto raccogliendo umori e materiali, specialmente di giovani autori che stimo, amici. Adesso, per esempio, ho preso contatti con Veronica Marchi, che è una bravissima cantautrice veronese e spero di poter passare qualche giorno con lei per capire che scambio ci può essere. Sei quindi un’interprete in cerca di autori? Sì, io nasco come interprete, mi sento prima interprete e dopo autrice, per cui sono contenta di poter ascoltare nuove canzoni e, quando me ne innamoro, mi piace poterle fare mie. Non sei una sprovveduta e saprai che le interpreti in Italia non hanno vita facile. Questo ti motiva, ti stimola o un po’ ti spaventa? (Ci pensa) …no, non mi spaventa. Mi entusiasma, perché ognuno di noi ha una vocazione, un posto dove si sente a casa. Il mio non è un merito né una capacità, in questo caso posso dire che è un dono, così quando sento un disco o ascolto una canzone che mi piace, automaticamente so che ci sono dentro anche io. Il lavoro dell’interprete non è solo quello di aprire bocca e dar fiato a una sola canzone, questo lo sanno fare tutti, ma è quello di avere la direzione artistica di un progetto, dai colori alle tematiche, fino alle sonorità. Diciamo che non è più come trenta o anche vent’anni fa.
In che senso? Nel senso che nessuno si prende molto cura degli interpreti, specialmente se donne, anche perché oggi, con l’abbattimento dei costi, c’è la necessità, anche giusta secondo me, che chi si propone alle produzioni sia anche capace di fare altro, oltre ad aprire la bocca e cantare con voce gradevole. E siccome a me stimolano molto anche questo tipo di espressività manageriali, vivo pienamente il mio ruolo di interprete. Cosa intendi per espressività manageriali? In realtà non so se si dice così, ma voglio dire che a me piace scegliere le persone con cui lavorare, il farne una squadra, una famiglia e poter insieme avere un’esperienza di lavoro. Credo che questo sia il compito dell’artista, cioè un lavoro di connessione tra le persone, le parole e la musica. Magari una canzone cantata dall’autore stesso può avere una valenza quasi minore rispetto a qualcuno che sa anche interpretarla. A volte un interprete può persino spiegarla all’autore, così come chi scrive poesie viene spesso illuminato da quello che, della sua poesia, ha scritto un critico. Lo scorso disco ci ha detto quanto ti senta a tuo agio su un palco, quanto ti piacciano i live e anche lasciarti andare quando canti. Per questo secondo lavoro entrerai canonicamente in uno studio? Mai canonicamente. Quello che vorrei dare in questo secondo disco è sicuramente un’espressione un po’ più sanguigna rispetto al precedente lavoro. Per Femminile singolare io volevo fare un disco in presa diretta, perché lo ritenevo giusto rispetto alla storia di quelle canzoni, che erano nate e cresciute live, e per le caratteristiche sonore del mio cantare dal vivo, che entusiasma sempre più del disco stesso, perché c’è un’emotività maggiore. Per questo secondo album vorrei ci fossero dei colori e delle dinamiche diverse. A me piacciono i dischi degli artisti che riescono a rendere ogni canzone un microcosmo e non fanno quattro brani belli e il resto viene messo a fare cornice. Per questo vorrei realizzare un lavoro più sanguigno, insomma deve esserci il fegato. Nel mondo discografico sono entrata in punta di piedi, perché dovevo prendere le misure di come si canta in uno studio, ma adesso mi sento più a mio agio. Quando uscirà questo nuovo album? Mi impegnerò perché possa uscire la prossima primavera. Dopo due anni dal primo quindi, mi sembra una giusta distanza. Vai alla pagina di PIlàr Vai alle altre Interviste |
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Scritto da Paola De Simone
Lunedì 18 Agosto 2008 08:00
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Intervista di Paola De Simone
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