Bar della rabbia
Scritto da Simone Arminio
Martedì 19 Gennaio 2010 10:24
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Mannarino su Popon
Leave/Universal Music

Mannarino è un bar. Non un “personaggio da bar”, intendiamoci: Mannarino è lui stesso, fisicamente un bar. Uno di quei luoghi capaci di raccogliere dentro di sé tutti gli umori e le emozioni più nascoste della gente che li frequenta. E come ogni bar che si rispetti, il giovane cantastorie romano ha assorbito per anni le storie e le fandonie dei suoi avventori, e quando ha finalmente deciso di fissarle su un disco, la metamorfosi è avvenuta. È stato come se uno di quei posti spogli con il barista burbero, nulla da mangiare e solo il vino o qualche amaro da bere, in una sera piovosa d’autunno avesse improvvisamente preso vita, incarnandosi in un ragazzotto coi baffi e la chitarra a tracolla che risponde al nome di Alessandro Mannarino. Un bar verace il suo: non un rinomato caffè del centro, ma una deliziosa bettola di periferia, animata da clienti sempre uguali da anni, ubriaconi, sognatori e vecchi filibustieri di città dai desideri ingialliti. Anche la musica di questo disco è costruita allo stesso modo. Una musica acustica, viva, fatta di dita che scivolano sulla chitarra, sassofoni dall’ancia umida di saliva, voci rauche e ritmiche da tavolino. Roba che parte dal cuore e al cuore arriva, senza passare da altri muscoli o dal cervello. Per questo motivo Bar della rabbia è un viaggio straordinario, qualcosa che in letteratura riuscì solo allo Stefano Benni degli esordi con Bar Sport. Una passeggiata aerea fra le memorie di gente disillusa (la cosa più sfortunata e pericolosa che m’è capitata nella vita è la vita…), arrogante e spaccona (sono una montagna, e se Maometto non viene, meglio: sto bene da solo, il proverbio era sbagliato). Grandi uomini che si nutrono di solo vino, con la favella di un leone e il coraggio di gallina, l’occhio lucido e il sorriso amaro. Viaggiatori immaginari che sanno tutto del mondo anche se da quel bar non si sono mai mossi, perché “arzà un dito pe’ esse diverso fa più fatica che spostà tutto l’Universo”. Impossibile allora non fermarsi a bere un bicchiere, entrare per un attimo nel Bar della rabbia e mimetizzarsi in un angolo per ascoltare qualcuna delle duemila storie che Mannarino ha a disposizione. Nulla di nuovo, ovvio: gli stornelli esistono da quando esiste la musica, e il bar di paese fu Luciano Ligabue a portarlo in musica, in dischi mai più visti come Lambrusco coltelli rose e popcorn e Sopravvissuti e sopravviventi. Ma quello era un bar rock: un posto americaneggiante a metà strada fra la via Emilia e il West. E questo qui, invece, è un italianissimo e fetido baretto di periferia, che al posto del flipper ha il tressette, e al posto dei Fonzies le noccioline da sbucciare facendo a pugni col bancone. Ecco: in un posto del genere troverete Alessandro Mannarino, seduto in un angolo, coi suoi baffoni d’altri tempi ed il cappello in testa, a suonare la sua chitarra con l’aria di chi lo sta facendo per se stesso, mica per voi, e si diverte. Abbasserà il capo, imbraccerà un immancabile mi maggiore e con aria sorniona vi racconterà l’amore impossibile fra una giovane donna e un vecchio ubriacone (La strega e il diamante), i sogni metropolitani di un accattone nato (Osso di seppia), i miracolosi effetti di un portentoso fiore dell’Amazzonia (Elisir d’amor), e le confessioni di un clown che non può piangere per motivi di ordine pubblico (Il pagliaccio). Sciorinerà pagine di poesia sincera e accorata, fingerà di essere chi non è, e vi racconterà delle palle immani, ma perché non credergli? Mannarino sarà pure un bar, e le sue storie saranno finte, ma nessuno di questi tempi è più vero di lui.

Scritta da Simone Arminio


Tracklist:
* Intro
* Me so'mbriacato
* Svegliatevi italiani
* Elisir d'amore
* Le cose perdute
* Il bar della rabbia
* Tevere Grand Hotel
* Scetateve vajò
* Osso di seppia
* La strega e il diamante
* Il pagliaccio
* L'amore nero
* Soldi
* The end

Popon consiglia l'ascolto di tutto il disco!

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