Grovigli
Scritto da Michele Monina
Venerdì 12 Febbraio 2010 09:00
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Malika Ayane su Popon
Sugar

Giorni fa mi è capitato di lamentarmi sul mio status di Facebook del fatto che avevo passato il fine settimana a lavorare, con una media di circa quattordici ore quotidiane davanti allo schermo del computer. Come sempre capita in casi del genere, non è passata che una manciata di secondi prima che un mio contatto lì ha commentato “Sempre meglio che lavorare in catena di montaggio”. Parole sacrosante. Mai stato in catena di montaggio. Mai fatto lavori fisicamente usuranti, a meno che non si voglia considerare tali le vendemmi che facevo nel periodo universitario, per mettere da parte qualche soldo e i lavori fatti in casa, di idraulica e di montaggio dei mobili Ikea (e dubito che quei lavori lì vengano catalogati come usuranti, in effetti). Ma il lavoro è lavoro, e ognuno, immagino, vive momenti difficili. Questo per spiegare che quel andrò a dire va inquadrato nell’ambito del mio lavoro, facendo quindi uno sforzo di astrazione nel seguire uno che nella vita per vivere scrive, e molto spesso scrive di musica. Perché non posso esimermi dal dire che recensire il disco che oggi devo affrontare è stata davvero una faticaccia. Malika Ayane è una mia cara amica. Non una amica in senso professionale, ma proprio una amica amica, di quelle con cui ti vedi non per parlare di lavoro, o almeno non solo. Un’amica con cui condivido la passione per la musica, è ovvio, che poi è anche il nostro stesso lavoro (ognuno dal proprio punto di vista), ma senza necessariamente fermarsi lì. Un’amicizia che è la perfetta negazione di quanto sosteneva Lester Bangs: mai essere amico di un cantante, altrimenti non lo potrai mai stroncare. Chi avesse avuto la sventura di leggere in passato alcune mie recensioni saprà bene che, Lester Bangs o non Lester Bangs, stroncare non mi è mai costata fatica. Anche dischi di amici. È quindi con fatica che mi accingo a parlare del nuovo album di Malika. O meglio, è con fatica che mi sono avvicinato all’ascolto. E ben sapendo che l’ho tirata sufficientemente per le lunghe per aver conquistato la vostra attenzione, vi dico subito (si fa per dire) che Grovigli, seconda opera di Malika Ayane è un capolavoro. Un album che ti lascia senza fiato, ancor più dell’esordio. Ma come, direte voi, e la fatica? Adesso ci arrivo (del resto, conquistata la vostra attenzione, chi mi corre più dietro). Come ho avuto modo di scrivere più volte, l’incontro con l’esordio di Malika, circa un anno e mezzo fa, ha avuto il potere di riconciliarmi con un mondo, quello della musica e della discografia, che dopo anni e anni di attività, mi aveva stancato, annoiato, ferito (chi più ne ha più ne metta). Quando ho sentito la sua voce, calda e particolare, non ho potuto non incuriosirmene, prima, innamorarmene poi (della voce, sto parlando della voce, fate i bravi). Mi era già capitato anni prima con L’Aura, che considero, senza paura di essere smentito, la cantautrice più brava della sua generazione e con Cristina Donà (idem), e questo fatto ha di per sé del prodigioso: ritengo, infatti, che poter incontrare nella propria carriera un vero talento sia fortuna non destinata a tutti quelli che si occupano di musica. Trovarne addirittura più di uno è un’impresa degna di finire nel libro dei Guinness dei Primati, e di lì direttamente tra le tette di Barbara D’Urso, degni sostituti di Ping Ping. Malika mi ha riavvicinato alla musica, normale, quindi, che cominciassi a seguire la sua carriera con l’attenzione tutta particolare di chi è consapevole di essere spettatore di un fenomeno più raro di un raggio verde. Normale che gioissi del suo successo, meritato come non sempre succede nel mondo della musica, anche troppo spesso protagonista di scene degne della matrigna di Cenerentola. Poi c’è stato Sanremo lo scorso anno, che ho seguito proprio raccontando il suo punto di vista, e tutto quel che è seguito. Ora, mi farete notare, va bene che hai conquistato la nostra attenzione, però arriva al dunque, che ancora non hai speso uno straccio di parola su questo lavoro e manco sul perché ti sarebbe costato fatica parlarne. Ok, avete ragione. La fatica cui facevo cenno un po’ righe fa non è legata all’ascolto, ma alla paura di sapere cosa avrei ascoltato. Non ho particolarmente amato Come foglie, o meglio, ho amato molto di più il resto dell’album di esordio di Malika, ma so come funziona il mondo della discografia. Lo so a sufficienza per capire che il mercato avrebbe chiesto un album il più possibile simile a quel brano lì, capace nel giro di tre minuti di imporre la voce calda, arancione - per dirla con Paolo Conte - di Malika all’attenzione della popolazione italica tutta. Quindi, mentre sto andando alla Sugar, per l’ascolto, è a un album fatto di tante Come foglie che mi avvicino, e lo faccio con tutta la ritrosia che vi potete immaginare. Perché, è ovvio, se uno mi dovesse chiedere se ho preferito Come foglie, a, che so, una qualsiasi delle altre canzoni in gara a Sanremo l’anno scorso, non ho dubbi, è sul brano scritto da Mr Falsetto (anche detto Giuliano Sangiorgi) che opterei, senza dubbi. Ma io da Malika mi aspetto tanto e l’idea di venire deluso, nel riscontrare un suo passo indietro per rendere omaggio al mercato, mi costa fatica. Molta fatica. Sempre meglio che in catena, lo so. Poi, invece, arrivano le canzoni, e con queste la mia meraviglia. Ancora una volta resto a bocca aperta. Ricomincio da qui, il brano che Malika porterà a Sanremo, giustamente in gara tra i Big (anche se una sezione che vede Valerio Scanu tra i protagonisti, forse, proprio Big Big non è… ma in questo discorso Malika non c’entra…), è una vera delizia per le orecchie. Un brano senza ritornello, charmant come solo le composizioni del maestro Ferdinando Arnò sembrano saper essere, ultimamente. Una delizia che incanta sin dal primo ascolto, quando, ritornello assente o non ritornello assente, ti si pianta in testa come un chiodo, così sontuosamente orchestrale e di ampio respiro com’è. La prima cosa bella è il brano che accompagna i titoli di coda dell’omonimo film di Virzì, e già lo conoscete. Una malikizzazione del brano di Nicola Di Bari, capace di trasformare una canzone che, non dimentichiamolo, negli ultimi anni ha avuto più fortuna in curva (nella versione rivista e corretta) che in radio, era in partenza una classica canzone italiana datata e che ora è una sorta di quintessenza della coolness. Ma viso che è inutile, in questa sede, fare l’elenco dei brani, anche perché mi sono dilungato anche troppo, vi basti sapere che Satisfy my soul è un brano talmente potente e emotivamente carico, da poter tranquillamente competere con canzoni di levatura internazionale, come quelle dei Bat for Lashes, tanto per dare qualche suggestione. Chiamami adesso è la cover del brano di Paolo Conte, reso davvero da brividi dalla voce di Malika e dall’orchestrazione del maestro Alexander Balanescu. Brighter and sunshine è l’ennesima riprova che Arnò è uno che la discografia italiana dovrebbe adottare a pieno registro, magari al posto di perdere tempo con gente come Federica Camba. Poi ci sono due perle rare. Due duetti che, nelle intenzioni, più distanti non potrebbero essere, ma che rendono lo stesso l’idea di chi sia oggi Malika Ayane. La prima è Little brown bear, che porta la firma e la voce di Paolo Conte. Sì, colui che aveva marchiato con la sua Fandango l’esordio della cantante milanese, colui che aveva definito la sua voce color arancio, stavolta fa anche di più, scrive un nuovo inedito e lo canta anche insieme a Malika. Il risultato è una canzone che non avrebbe affatto stonato in un locale francese con Henry Miller e Anais Nin tra il pubblico, o magari in uno di New Orleans, con un bicchiere di bourbon mezzo vuoto sul tavolo e un sigaro infilato in bocca. L’altro duetto è Just believe in love, scritto e cantato da Cesare Cremonini. Lungi da me riferire alcun particolare privato della cantante milanese in questa sede: con chi è fidanzata o meno sono cazzi suoi. Vi basti sapere, perché è di musica che si sta parlando da queste parti, che il brano in questione non avrebbe affatto sfigurato in un album dei Beatles. Perché Cremonini è un ottimo songwriter e i due hanno voci che si impastano bene insieme, questo è un fatto. Che Malika abbia fatto riferimento a qualcuno presente in sala stampa testimone del suo essersi innamorata di Le sei e ventisei, oltre un anno fa, e che quel qualcuno sia io, beh, questi sono cazzi miei, invece. Grovigli, album che prende il nome da una canzone non ancora finita (come ha spiegato lei stessa: “Faccio come i Doors che hanno usato il titolo Waiting for the sun, prima di scrivere quella canzone”), è un vero gioiello, con canzoni scritte senza tener conto del tempo (l’oggi) e del mercato (ma invece sì, perché ha molte carte da giocarsi… diciamo che ha tenuto conto del mercato, ma che piace anche a me). Un album adulto, maturo, caldo, cool, raffinato, una secchiata di belle canzoni buttate in faccia all’ascoltatore. Poco prima di iniziare l’ascolto, quando ancora la paura era parte di me, la Caselli, per tutti semplicemente la Signora, ha letto un fax che le ha mandato Paolo Conte. L’avvocato di Asti dice: “Cara Caterina, l’altra volta ti ho detto che la voce di Malika Ayane era carica di spezie, adesso vi aggiungo il calicanthus, che fiorisce d’inverno, un profumo che ti porta lontano. Ti abbraccio, Paolo.” Non ho idea di cosa sia il calicanthus, e va bene anche così, ma sicuramente la musica di Malika ti porta lontano, in un posto meno spaventoso di questo mondo. Un posto pieno di emozioni. Finisce l’ascolto di Grovigli. Sono contento. Contento e spossato, come uno che ha vissuto una bella esperienza, in parte inattesa. Malika non solo non mi ha deluso, ma è riuscita a colpire ancora una volta alla figura. KO tecnico, con buona pace dei miei pregiudizi. Tanta fatica per nulla….

Scritta da Michele Monina


Tracklist:

* Ricomincio da qui
* Thoughts and clouds
* La prima cosa bella
* Brighter than sunshine
* Little brown bear feat. Paolo Conte
* Mille
* Outro (Ricomincio da qui)
* Satisfy my soul
* Chiamami adesso
* Sogna
* Reprise (sogna)
* Just believe in love (with Cesare Cremonini)

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