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Sugar Partiamo dalle buone notizie. Perché di buone notizie si ha sempre bisogno. La prima buona notizia, per noi ascoltatori, è che Elisa è diventata una brava produttrice. Come il lavoro svolto sulle sue nuove quattordici tracce in compagnia del suo compagno/chitarrista Andrea Rigonat dimostrano. Di più, messa da parte la non troppo fortunata esperienza con Glen Ballard, particolarmente apprezzata da chi scrive, Elisa è riuscita definitivamente, si spera, a staccarsi dal cordone ombelicale che la legava a Corrado Rustici, un gran produttore del passato che, appunto, sembra essere rimasto impigliato irrimediabilmente nei difficilmente codificabili anni novanta. Elisa si dimostra produttrice di razza, quadrata, capace di costruire strutture ferree sulle quali appoggiare una voce sempre più educata. Alternando suoni duri, rock a ballate lievi, delicate. Il tutto, mi ripeto, al servizio di una voce sempre più educata e matura. E qui sta la seconda buona notizia. Elisa, anche come cantante, sembra cresciuta. Ascoltare Mad world, Poems by God e Lisert per credere. Ma, ecco che arrivano le notizie dolenti (da sempre anticipate dal canonico “ma”). Elisa è brava a produrre e canta apparentemente meglio, ma per il resto, a ineluttabile parere di chi scrive, si è inchiodata a un song-writing di maniera che nulla dice di più di quanto non ci avesse già detto. Un song-writing, lo dico subito tanto per non cincischiare con la puntura, continuando a strofinare con l’ovatta intrisa di spirito la pelle del lettore, che la costringe troppo spesso ad abusare del falsetto, a grande rischio di annoiare chi ascolta. Un song-writing che, tranne i due casi sopra citati, non ci regala emozioni, né canzoni degne di passare alla sua personale storia. Ma i brani citati non erano tre, direte voi. Sì, ma il brano decisamente migliore di Heart, Mad world, è una cover, messa lì non si sa bene perché, visto che impietosamente dimostra il netto divario di scrittura tra il duo di Shout e Sowing the seeds of love e la cantante di Monfalcone (almeno in questo lavoro). E dire che di anni per sfornare questa nuova opera se n’è presi addirittura cinque. So che nello scrivere queste parole scatenerò l’ira di fans adoranti, tenuti troppo a lungo a bocca asciutta, ma la stima incondizionata che nutro per l’artista Elisa mi spingono a esternare la mia perplessità. Come si può attendere tanto per tirare fuori un album di maniera? Perché, poi, chiamare a sé un Giuliano Sangiorgi sempre più in balia di se stesso, esempio vivente di come il falsetto sia una trappola da cui è difficile scappare? Prendo a esempio proprio la canzone che vede i due gioielli di casa Sugar, Ti vorrei sollevare. La canzone, potenzialmente una hit di prima grandezza, è una delle più grandi occasioni mancate di questo lavoro. Sorta di mix poco riuscito tra i brani della recente produzione in lingua italiana di Elisa, stavolta ci si mette anche il leader dei Negramaro ad appesantire il tutto, con un cantato insopportabile che, invece di portare emozioni, regala solo fastidio (andasse ad ascoltarsi l’intervento di Ligabue in Gli ostacoli del cuore per imparare come si può portare un valore aggiunto a una voce come quella di Elisa). E dire che, a livello di testo, Elisa aveva trovato una buona idea. Ma una buona idea, se appoggiata su una melodia scontata non basta, anzi. L’altro brano in italiano, Anche se non trovi le parole, è da dimenticare. Ennesima riprova che non è la nostra lingua nazionale quella in cui Elisa si muove con più agilità, nonostante da tempo si ipotizzava un passaggio della cantante al nostro idioma. Un vero buco nell’acqua. Come buona parte delle altre canzoni del disco. Discorso diverso si potrebbe fare per il duetto con Antony (di Anthony and the Johnson), ma l’efebico cantante scoperto da Lou Reed, a differenza del suo collega salentino, ha il potere taumaturgico di curare tutto ciò che tocca, rendendo memorabile un brano non all’altezza dei nomi in ballo. In conclusione, Heart è un album che, dopo così tanto tempo, non avrei voluto sentire. Un passo falso in una carriera, a mio avviso, fin qui in crescita. Nessuna canzone memorabile. Nessun passo avanti, o a lato. Solo un lavoro di maniera. E se mi si farà notare che non necessariamente un disco deve essere un passo avanti, di lato, o anche in alto. Che non necessariamente un lavoro di studio deve essere sperimentale. Non avrò nulla da replicare. Ognuno si accontenti di quel che vuole. Io, personalmente, da Elisa mi aspetto molto, considerandola una delle migliori autrici e interpreti pop di casa nostra. Ho aspettato pazientemente le uscite dei vari Lotus, delle varie raccolte, delle colonne sonore, e mi sono trovato tra le mani un’opera minore. Di album scontati ne avevamo già fin troppi. Scritta da Michele Monina Tracklist: * Vortexes * And all I need * Anche se non trovi le parole * This knot * Mad world (cover dei Tears For Fears) * Ti vorrei sollevare (con Giuliano Sangiorgi) * Your manifesto * The big dipper * Someone to love * Poems by God * Coincidences * Lisert * Forgiveness (feat. Antony Hegarty) * Dot in the Universe Popon consiglia l'ascolto di Mad world! Vai alla pagina di Elisa Vai alle altre Recensioni ![]() |
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Scritto da Michele Monina
Mercoledì 25 Novembre 2009 09:00
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