UniversalEcco La Fame di Camilla, irriverente band della scena indie pugliese, cavalcare l’onda del pop-rock di terzo millennio con la sfrontatezza dei surfisti californiani. Né è una prova Buio e luce, il loro album d’esordio nella musica dei ‘grandi numeri’. Un mondo che Ermal, Jonni, Lele e Dino dimostrano subito di saper gestire con agilità: rinunciando, sì, a qualcosa, ma tenendosi ben stretta l’anima. Ci sanno fare, come i surfisti di qualità: quelli che oltre a gingillarsi sulla tavola in momenti di relativa calma, sanno poi rimanere in equilibrio quando arriva l’onda alta della popolarità. Applausi dal pubblico in spiaggia. Un po’ meno da quello televotante al Festival di Sanremo, dove la Fame ha fatto un’unica apparizione prima di essere ricacciata con orrore, poiché troppo poco neomelodica. Ma niente paura: se l’esclusione all’Ariston non è mai stato un problema, in questi anni bui potrebbe addirittura risultare un blasone. Ecco perciò la Fame di Camilla lanciarsi dal palco dei fiori direttamente nel mercato, senza aiuti né reti di protezione. Della simpatia di questo stralunato quartetto barese hanno già detto in molti. Restano da fare dei dovuti riferimenti alla musica. Partendo dal meglio, ovvero la bravura che dimostrano nell’accoppiare le sonorità internazionali ai testi in italiano. Merito indiscusso di Ermal Meta, il cantante-tastierista-arrangiatore che guida il gruppo. A lui è doveroso riconoscere che, forse perché nato immune (è albanese) dalle contorsioni poetiche di cui sono infetti i compositori italiani d’origine, sa dare alla nostra lingua una bellissima luce: quel giusto equilibrio tra senso, piacevolezza sonora e velocità comunicativa che la rende degna di competere con il migliore inglese. Agli ascoltatori, invece, sarà utile un consiglio: con i surfisti bisogna avere pazienza, poiché il meglio arriva sempre a metà, quando i muscoli sono scaldati e l’occhio si è ben abituato a misurare le onde. Meglio non fermarsi al singolo sanremese, allora, e neppure ai primi brani: sarebbe un vero peccato. Più proficuo addentrarsi fiduciosi fino a raggiungere lo stomaco. Che, converrete, è proprio il luogo dove si sviluppa la Fame. È infatti in brani lievi come Nuvole di miele (dominata da una deliziosa tastiera alla Coldplay) o accorati come 28-03.1997 e Come il sole a mezzanotte, che si nasconde l’anima più vera di questa band. Un ensemble che proprio come la sensazione da cui prende il nome, ha fretta di dire, di suonare e di emozionare. Superato quel punto, si prosegue a passi più graffianti e convinti: con Non amarmi così o Storia di una favola, primo singolo e racconto vivido di un abbandono familiare, per approdare nell’atmosfera rarefatta di corde e metallo de Il mostro. Tornerà utile in questo ultimo brano una vecchia prova del nove insegnataci dai Nirvana: per capire se una rockband è davvero buona basterà staccare i distorsori. Un esame superato per la Fame di Camilla, che proprio in momenti come Il mostro o Ne doren tende (il brano conclusivo, in albanese) rievoca un tempo antico in cui il rock in Italia non coincideva necessariamente con l’uso criminoso del falsetto alla Julienne dei Negramaro, elemento del quale risultano ahimé più succubi altri capitoli del loro album. Ma meglio non lasciare spazio ai sentimentalismi: se questo è il nuovo alternative-rock italiano, la speranza è che La Fame di Camilla sappia prenderlo per mano, per proteggerlo dai troppi musicisiti che oggi gli vogliono male. A noi non resta che fidarci, e starli ad ascoltare. Scritta da Simone Arminio Tracklist: * Buio e luce * Campi di grano * Pensieri e forme * Globuli * Nuvole di miele * Sperare * 28-03-1997 * Come il sole a mezzanotte * Non amarmi così * Storia di una favola * Il mostro * Quello di cui non parli mai * Ne doren tende PopOn consiglia l’ascolto di 28-03-1997 e Il mostro! Vai alla pagina di La Fame di Camilla Vai alle altre Interviste |
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Scritto da Simone Arminio
Mercoledì 10 Marzo 2010 08:00
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