Nel mio disordine
Scritto da Michele Monina
Giovedì 25 Marzo 2010 14:00
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Ilaria Pastore su Popon
Totally Unnecessary Records

“Ciao Paolè, sti giorni sto in fissa con l’album d’esordio di Ilaria Pastore. Recensisco?”
“Ok! Ma parla principalmente del disco e non di te, mi raccomando! ;-)”
“Una recensione in cui si parla del disco? Mai sentita una roba del genere, ma se ti piace farlo strano, ok, mi adeguo. ;-)”
“Anche se la tua follia è una delle poche certezze della vita, è bello comunque averne continua conferma. :-)”
Questo lo scambio di mail tra me e Paola De Simone, la direttrice di Popon, che ha portato alla stesura della recensione che state leggendo. Del perché Paola mi chiedesse, emoticon ammiccante a fare da corredo, di non parlare di me è facilmente comprensibile per chiunque abbia avuto la sventura di leggere qualche mio scritto di musica (e non). Non ho citato questo scambio epistolare per autoreferenzialità, o almeno non più del solito (cioè, usando l’autoreferenzialità a scopo didattico e didascalico), ma perché mi è davvero suonato curioso, quasi profetico, il tirare in ballo la follia da parte di Paola in questo preciso momento, e soprattutto nel corso di uno scambio epistolare che aveva per oggetto un album che si intitola Nel mio disordine. Ora, dire che cercherò di essere logico sarebbe come il rinnegare quanto espresso fin qui, quindi, vi prego, fate lo sforzo intellettivo di seguirmi nella gimcana di ragionamenti che proverò a fare riguardo le dieci canzoni che compongono l’album di esordio di una tra le più interessanti cantautrici del nostro panorama musicale (e già qualcosa di concreto l’ho detto, un primo passo è fatto). Il nome di Ilaria Pastore girava da un po’ nell’aria. E per aria intendo gli ambienti musicali, quelli del sottobosco discografico, della scena live, dei concorsi, insomma, il suo era un nome da tenere d’occhio, dicevano i bene informati. Bene informati che, va detto, una volta tanto avevano ragione. Perché Ilaria Pastore è una piccola grande autrice. Piccola perché al suo esordio. Grande perché già con una sua voce, una sua poetica. Una su cui chi scrive è pronto a giocarsi quel poco di faccia che gli è rimasta (una faccia dipinta di cerone bianco, con occhiaie arancioni ben profonde e occhi verde gatto, si direbbe, stando alla divertito scambio di mail di cui sopra). Il suo stile, ben riconoscibile sin dal primo ascolto, definito, acustico, bluesy, cantautorale nel senso più nobile del termine, appare oggi, in un’epoca che sembra aver relegato nei cosiddetti talent show (mai la parola talento è stata svenduta a buon mercato come in questo caso) ogni malriposta speranza, come una boccata d’aria fresca. Di più, come la boccata d’aria fresca che ci salva dall’asfissia. Una voce calda, originale, che si lega a doppio filo con una chitarra acustica innalzata a ruolo di coprotagonista, Ilaria ci accompagna in un mondo in cui il disordine, quello evocato dal titolo, diventa un paese delle meraviglie in cui muoversi, per tutto il tempo dell’ascolto, libero dai pesi della quotidianità. E qui torniamo alla follia. Mi spiego. Il disordine di cui si parla, va detto, non è disordine mentale (quello è il mio, semmai). È quel disordine di chi, con la propria arte, apre ferite capaci di farci respirare, contrapposto a chi, con l’arte, cura quelle medesime ferite. Le canzoni di Ilaria Pastore, nella loro dolcezza, al contempo aprono ferite necessarie per non lasciarci sopraffare dalla noia, e curano quelle stesse ferite, come solo l’arte, quella con la a maiuscola sa fare. E qui torniamo allo scambio epistolare dell’incipit. La follia. La stessa follia che è protagonista del film del momento, richiamato dalla cover dell’album, Alice nel paese delle meraviglie (“lo sai che tutti i migliori sono matti?” rassicura il papà a una spaventata Alice, spaventata dal proprio essere poco allineata con quella che gli altri ritengono normalità). Disordine vivifico, salvifico. E quindi, per una volta, ben vengano le indicazioni dei ben informati, che ben hanno fatto a far girare il nome di una cantautrice sulla quale, mi ripeto, vale la pena di investire, di scommettere (altri tre nomi da tenere d’occhio, tanto per spacciarmi da ben informato, sono quelli di Angelica Lubian, di Ilenia Volpe e di Elymania, poi mi direte). Ah, visto che lo sport di chi scrive di musica è fare paragoni, il nome che era nell’aria, al fianco del suo è quello di Cristina Donà, lo dico per la cronaca. E ora chiudo e lo faccio con una nota personale, tanto per far venire un po’ i nervi alla direttrice. Proprio qualche giorno fa, su facebook, mi ha contattato una ragazza che ha fatto con me un paio di anni di liceo, di passaggio da Ancona al seguito del padre che lavorava in banca. Ci siamo scritti e poi ci siamo sentiti al telefono, dopo oltre vent’anni. Ci siamo raccontati, velocemente, una bella porzione di vita, scoprendo che abitiamo a poche chilometri, entrambi esuli a Milano. A un certo punto la mia amica mi dice, “e così sei diventato scrittore, c’era da scommetterci…” Un po’ sorpreso mi sono sentito in dovere di farle notare che all’epoca del liceo l’idea di fare lo scrittore non mi aveva mai neanche lontanamente sfiorato, che è capitato per caso, quando già avevo venticinque anni, molto più tardi di quanto succede di solito. “Lo so”, mi ha detto, “ma mica potevi fare un lavoro normale, tu, no?”. Non ho capito se fosse un complimento, o cosa. E nell’incertezza non ho voluto chiedere se anche in fondo a quella frase c’era un emoticon o meno. Tutti i migliori sono matti, mi sono però ripetuto per tutto il giorno, manco fossi un sosia di Johnny Depp. Ilaria Pastore, le piaccia o meno, deve essere un po’ matta anche lei.

Scritta da Michele Monina


Tracklist:

* La chiamano notte
* Occhi lucidi
* A volte
* Ora
* Miele
* I passi avanti
* Ceu
* Addosso
* Fermo immagine
* Sonia

Popon consiglia l'ascolto di Occhi lucidi!


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