Arrivederci, Mostro!
Scritto da Michele Monina
Lunedì 24 Maggio 2010 00:00
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Ligabue su Popon
Warner Music

A non avere un cazzo da fare, sarebbe bello un giorno soffermarsi a ragionare sul perché si facciano dischi (ma anche si scrivano libri, si girino film, per dire, insomma, perché chi si ritiene o viene ritenuto artista pratichi la propria arte). A non avere un cazzo da fare, appunto, ma noi siamo qui per scrivere e leggere del nuovo album di Ligabue, quindi rimandiamo le dissertazioni ad altra data. Partiamo da alcuni semplici dati di fatto. Ligabue ha appena compiuto cinquant’anni. Che ci frega di sapere la sua età, potreste dirmi, non fosse per il fatto che la notizia in questione è stata ripresa da un po’ tutti i media nostrani, manco si trattasse di un evento inaspettato come l’onda perfetta di Point Break invece che una semplice ricorrenza segnata all’anagrafe. Dal che, suppongo, se ne desume che il cinquantesimo compleanno del nostro, in qualche modo è un fatto degno di nota, anche perché, chi scrive non crede al caso, proprio negli stessi giorni in cui si è celebrato il cinquantesimo compleanno di Ligabue, nonché il ventennale del suo esordio musicale, è stato dato alle stampe questo album, Arrivederci mostro, entrato di diritto nel Guinness dei Primati come il lavoro discografico con il titolo più brutto di sempre. Altra notazione, l’album di Ligabue (chi scrive si rifiuta di ripetere il titolo, proprio per quanto appena dichiarato) non è prodotto da Ligabue né da nessuno dei suoi fidi collaboratori di sempre (Ligabue è uno che ama circondarsi dei propri cari, nel lavoro), ma affidato a un mago dello studio come Corrado Rustici. Immagino non sia necessario starvi a spiegare chi sia Corrado Rustici, per cui non lo faccio, ma quello che invece non posso non sottolineare è il fatto che, essendo un disco prodotto da Corrado Rustici, suona, ovviamente, come un disco di Corrado Rustici, al punto che, se uno lo sentisse senza aver letto nel booklet che è prodotto da Corrado Rustici, non appena partite le chitarre (se è un album prodotto da Corrado Rustici le chitarre saranno ovunque, questo è un fatto) e i suoni delle macchine di Quando canterai la tua canzone direbbe: “Oh, ma questo l’ha prodotto Corrado Rustici”. Ora, uno potrebbe anche pensare che, in un mondo mordi e fuggi come il nostro, con questa saturazione di informazioni incredibile, dovuta alla rete, più ancora che alla televisione, e soprattutto con l’avvento dell’MP3, questa possibilità infinita di scaricare e ascoltare musica, tutta la musica del mondo adesso, nel mio computer, uno potrebbe pensare che in un mondo come il nostro, distratto e sovraccarico di informazioni avere un suono facilmente riconoscibile sia un pregio. Come dire, tutto passa senza lasciare traccia, se tu una traccia riesci a lasciarla, allora vali qualcosa. Però, poi succede che uno mette su un album, che so?, l’ultimo dei Negramaro e, insopportabile birignao di Sangiorgi a parte, si accorge che tutto suona esattamente come nel penultimo album di Francesco Renga, Ferro e Cartone, che a sua volta aveva in scaletta canzoni con suoni simili a quelli degli album di Elisa, e via discorrendo. Bene, quindi, appurato che l’album di Ligabue è prodotto da Rustici, non vi stupirete nel leggere quanto segue: tutte le canzoni suonano come canzoni prodotte da Rustici. Stessi effetti di chitarra, stessi suoni prodotti con le macchine, stessi giri di basso, stessa batteria pestata. Nel leggere, quindi, che Ligabue è diventato più rock, più duro, lo confessa, chi scrive ha provato un moto di ilarità. No, amici e colleghi, Ligabue non è di colpo diventato un emulo dei Metallica (giuro che ho letto anche questo, Dio abbia pietà di chi l’ha scritto) né degli Aerosmith, semplicemente si è affidato al produttore meno originale tra quelli presenti sul mercato. Uno che ti garantisce, se mai ne avessi bisogno (e Ligabue non ne avrebbe bisogno), i passaggi radiofonici del caso, ma che sta all’originalità come gli Audio 2, prima e dopo l’incontro con Mogol (durante neanche vogliamo prenderli in considerazione, vivaddio). Quindi, facendo un attimo il punto della situazione: Ligabue ha cinquant’anni, trenta dei quali passati a essere Ligabue il cantautore rock e il nuovo album, dal titolo irripetibile è stato prodotto da Corrado Rustici, quindi è un album rock prodotto da Corrado Rustici. E poi? Allora, adesso arriva la nota dolente. No, scherzo, mi sembra di aver già aperto il file “note dolenti” qualche riga sopra. Le canzoni di questo album come sono? Questo dovrebbe essere il cuore di questa recensione, no? Le canzoni sono canzoni di mestiere di Luciano Ligabue, cinquantenne rocker di Correggio che si tinge i capelli (parole sue, dette a Vanity Fair). E trattandosi di canzoni di Luciano Ligabue sono prevalentemente di due tipi: rock e ballads. Le prime, lo dico subito (subito si fa per dire, visto che stiamo quasi in chiusura di recensione) Luciano Ligabue da Correggio poteva pure continuare a tenersele nel cassetto. E nel dire questo si intende, poteva tenerle dove le aveva lasciate dopo averle scritte se, come sembra a chi scrive, sono canzoni vecchie tirate fuori ora perché un album, per il cinquantennale della nascita e il ventennale dell’esordio, e soprattutto per far sapere al mondo che si è ancora vivi, visto che gli ultimi album pubblicati sono live o raccolte, o nel cassetto del cuore, se, ahilui, sono in effetti le canzoni nuove, cioè il massimo che è riuscito a tirare fuori a cinquant’anni suonati. Dover dire, come sto per fare, che la cosa più bella di questo lavoro è e rimane l’assolo di chitarra di Ci sei sempre stata, eseguito, ça va sans dire, proprio da Corrado Rustici, dimostra che di ciccia, anche a voler essere magnanimi, ce n’è davvero poca. E il resto? Il resto sono canzoni di maniera, che ci dimostrano un Ligabue disincantato, amareggiato dal vivere oggi qui. E con quell’oggi qui si intende oggi in Italia, ma anche oggi nel mondo. E sticazzi, verrebbe da dire. Cosa ci si doveva aspettare, un album reggae in cui Liga canta di sole e di mare? No, ovviamente, ma uno si aspetta che, milioni e milioni di album venduti dopo quell’esordio, con un nuovo album arrivi anche una manciata di ottime canzoni. Canzoni vive. Canzoni in grado di trasmettere qualcosa. Non so cosa, ma qualcosa. Invece niente. Il peso della valigia, Ci sei sempre stata e Quando mi vieni a prendere (di cui dirò poi) le canzoni migliori, ma decisamente lontane dai picchi artistici toccati in passato. Poi un’occasione perduta, come Caro il mio Francesco, per stessa ammissione dell’autore (ammissione fatta coram populo nel testo), sorta di versione aggiornata de L’Avvelenata di Guccini. Una versione priva di nerbo, morta prima ancora di nascere, senza neanche un cenno di nome, fatto, buttato lì. Una canzone priva di ironia, cromosoma aggiunto al DNA di Guccini. Come dire: adesso vi dico tutto, salvo poi non fare che vaghi cenni. Chi è che avvicina la lingua al culo, Luciano?, verrebbe da chiedere alla fine dell’ascolto. Chi sono i colleghi furbacchioni e quelli topi, fai un cazzo di nome, no? Niente. Dante avrebbe messo Ligabue tra gli ignavi, per dire. Storia a sé fa invece Quando mi viene a prendere. Questo, almeno a livello di testo, è una sorta di anomalia nella produzione di Ligabue. È una canzone dura, senza vie d’uscita (il trovare una via d’uscita è il nodo centrale della poetica di Ligabue, o almeno lo è stato per tutto il suo primo decennio), una canzone dura e senza speranza. Prende spunto da un fatto di cronaca nera, una strage fatta in un asilo belga da un pazzo vestito da pagliaccio, una tragedia che lasciò a terra, in un asilo, luogo preposto alla serenità dei nostri figli, bambini e maestre. Un brano che, si capisce, Ligabue ha sentito di dover raccontare per il suo essere padre, ma che, come il film “Un giorno perfetto” di Ozpetek, non fa altro che lasciare sgomenti, nel bene e nel male. In conclusione, se proprio una conclusione la vogliamo trovare, Arrivederci mostro è un album che, fossimo stati in Ligabue, non avremmo pubblicato. Non era necessario alla sua discografia né alla nostra. Chiaro, anche Valerio Scanu o Marco Mengoni fanno dischi che non servono a nulla, come tanti altri, ma da loro non potremmo aspettarci di più o di meglio, da Ligabue sì. Ha dato tanto, in passato, è lecito e legittimo pretendere di più. Anni fa, in occasione dell’uscita di Fuori come va?, chi scrive stroncò duramente Ligabue e lo fece dalle pagine di “Tutto Musica”, che proprio in quel numero, sparava la faccia dello stesso Ligabue in copertina. Nel farlo, si diceva che Ligabue, il cantore della vita da mediano, sembrava ormai il Francesco Totti che fa il cucchiaio (all’epoca, dopo averci deliziato con il rigore nella semifinale europea contro l’Olanda, Er Pupone sembrava incapace di fare un tiro che non fosse un cucchiaio, raggiungendo il risultato di far sembrare quella pratica, invece che un colpo da maestro, un vezzo noioso): ogni azione un goal strepitoso. Film, libri, dischi, tutto portato in vetta alle relative classifiche, alla faccia della vita da mediano. Ma niente più originalità, si diceva, niente più cuore. E nel dirlo si auspicava un cambio di direzione, un cambio non diverso da quello messo in atto da Springsteen, che di Ligabue è stato a lungo vate, quando, dopo aver raggiunto il successo planetario cantando la vita delle badlands, e soprattutto di chi dalle badlands vuole scappare, aveva deciso di guardarsi dentro, lasciando il “noi” per un più intimo e doloroso “io”, andando poi a sfornare album orrendi come Tunnel of love e Human touch, ma quantomeno sfondando nuovi territori, per tornare, poi, ad essere il grande che è. Lo si auspicava, sicuri di non essere ascoltati. Anche perché “Tutto Musica”, per paura di far incazzare la Warner, aveva opinabilmente deciso di inaugurare le cosiddette Recensioni Crash, mettendo al fianco della mia stroncatura una di un collega che diceva di Ligabue miele e zuccheri. Il fatto poi che Ligabue, in effetti, abbia iniziato a raccontarci di sé, lasciando da parte il Bar Mario e la sua gente, ma concentrandosi sull’io, è ovvio, è una casualità. Una casualità che ci auguriamo si replichi in futuro, perché di canzoni come queste, onestamente, non sappiamo che farcene. Luciano, smettila di guardarti dentro, se questo è quel che riesci a tirare fuori sotto forma di canzone. Smetti e torna a cantare di Correggio e della voglia di scappare via, nonostante i tuoi cinquant’anni e i capelli tinti. Oppure, visto anche il precedente felice episodio di Buonanotte all’Italia e l’anomala Quando mi vieni a prendere, prova a parlarci degli altri con uno sguardo meno partecipe e un po’ più politico, se proprio su di te non hai più niente da dire.

Scritta da Michele Monina


Tracklist:

* La linea sottile
* Nel tempo
* Ci sei sempre stata
* La verità è una scelta
* Caro il mio Francesco
* Atto di fede
* Un colpo all'anima
* Il peso della valigia
* Taca Banda
* Quando mi vieni a prendere
* Il meglio deve ancora venire

Popon consiglia l'ascolto di Quando mi vieni a prendere!


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