Tornasole
Scritto da Simone Arminio
Giovedì 31 Marzo 2011 00:00
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Anansi su Popon
Warner Music 2011

Di sicuro c’è che Stefano Bannò, in arte Anansi, ha indovinato alla perfezione il proprio pseudonimo. Il dio africano chiamato Anansi è per tradizione astuto, trasformista e ingannatore, e incarna tutte le caratteristiche che il giovane trentino ha cercato di riproporci in Tornasole (Warner). Caratteristiche per nulla oltraggiose in musica, se per trasformismo si intende soprattutto il non avere etichette di genere né forme-canzone precostituite. In buona pace di chi durante il Festival di Sanremo, ingannato dal singolo e dai lunghi dred che Anansi porta in testa, aveva fatto presto a incasellarlo sotto alla voce reggae. D’altronde è facilissimo, nel tempio uniformante delle canzonette e del bel canto, parlare di rivoluzione di fronte a un ritmo in levare. Assuefatti alla canzone sanremese da sessantuno anni, dalle parti dell’Ariston è più che sufficiente odorare una chitarra distorta per parlare di Hard Rock, due accordi di nona per gridare al jazz e, per l’appunto, una voce roca e sincopata per invocare Bob Marley. Fortuna che Anansi, lasciatosi alle spalle (con il dovuto onore) quel palco fiorito, ha saputo poi mostrarsi al pubblico per quello che è: un ragazzo musicalmente ancora un po’ acerbo ma dotato di ottime capacità e soprattutto nessuna voglia di seguire i rigori di scuola. Tanto vale, allora, sfatare chiaramente un luogo comune che appartiene semmai al passato di Anansi e non al suo presente: di reggae in Tornasole c'è soltanto la voce di Bunna degli Africa Unite in Can't stop my music. Non che fosse un mistero: basta riascoltare fuori dal contesto sanremese anche la stessa Il sole dentro me, per capire che i rasta dell'ex braccio destro di Roy Paci sono ormai sempre più un vezzo stilistico. Di quel brano, inoltre, va chiarito subito che se la versione sanremese è orecchiabile e pulita, la sua versione in inglese, che chiude Tornasole, è di gran lunga il pezzo migliore del disco. Così che, a voler essere realisti, non si fa fatica a immaginarla tradotta in fretta e furia dall’originale solo per guadagnarsi un posto al Festival. Ci pensa invece il resto del disco a svelare le sue carte. Anansi, che ha pure l’anagrafe dalla sua parte, essendosi stancato di girare il mondo chitarra in spalla, di fare reggae sui palchi di provincia e di sprecare sudore sui grandi palchi altrui, adesso ha più che altro voglia di divertirsi coi propri suoni, sperimentare le potenzialità nascoste della sua voce e dire le cose che pensa. Le quali, va detto, sono spesso intelligenti. Il problema di questo disco, allora, semmai è un altro: a ingannare gli avventori mischiando acqua al vino bisogna essere degli osti navigati e Anansi ancora non lo è. Ciò spiegherebbe senza troppi problemi quello note non troppo esaltanti e le leggerezze stilistiche che macchiano Tornasole. Eppure siamo sicuri che Anansi troverà la sua strada. Basti averlo visto perfettamente a suo agio nel bel mezzo della bolgia di trombe e suoni globali di quel Roy Paci che qualche anno fa ha visto lungo e lo ha voluto a tutti i costi con sé, per capire che il giovane Anansi ha estro e coraggio da vendere. Due le nostre ragioni. La prima è musicale, e si rifà a brani (e testi) interessanti come La realtà con Frankie Hi Nrg, alla torbida e impegnata Storia e memoria e alla già citata Sunshine of my day. La seconda è suggerita dalla storia: un buon gregario spesso non è meno bravo del suo mattatore, soltanto più riflessivo e paziente. Per dirla come il cantautore, ovvero, il ragazzo si farà. Anche se ha le spalle strette.

Scritta da Simone Arminio


Tracklist:
* Il sole dentro
* Love is clear
* La realtà
* Musa
* Another Night
* Storia e memoria
* Backstage
* Can't stop my music
* Carpe diem
* King of kings
* Sunshine of my day

PopOn consiglia l’ascolto di Sunshine of my day!

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